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Sodo Caustico

Sodo caustico. Lo sviluppo dipende dalle istituzioni?

Perché esistono nazioni ricche e nazioni povere, popoli ben nutriti ed in salute e popolo affamati e fiaccati da ogni malattia? Perché gli stati falliscono? Come si diventa poveri?

“Why nations fail. The origins of power, prosperità and poverty” (A. Robinson e D. Acemoglu; Profile Book, Cambridge, USA) risponde “istituzioni, istituzioni, istituzioni”; non sono cause di ordine geografico o motivazioni culturali a determinare la crescita di una comunità rispetto ad un’altra, ma le regole politiche ed economiche di cui quella comunità è stata in grado di dotarsi. In Africa il Botswana progredisce mentre Congo e Zimbabwe regrediscono, la Corea del Nord impoverisce e quella del Sud primeggia.

Il successo di un paese sembra essere una organizzazione inclusiva e pluralista che fornisce a tutti i cittadini le stesse potenzialità di crescita, che valorizza la formazione scolastica, che investe in tecnologia, che insegue gli interessi dell’intera collettività e non di una singola parte; il fallimento di in paese deriva da un indirizzo opposto di tipo definito “estrattivo”, che sfrutta la maggioranza a vantaggio di una minoranza avida ed irresponsabile.

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Sodo caustico. Il bacio di Giuda.

Dopo l’ultima cena, Gesù si ritira a pregare nell’orto dei Getsemani; ed “ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro questo segnale dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». E subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono”. (Matteo 26,47-50)

Nell’era di facebook, youtube, skype, twitter un tradimento siffatto avrebbe una veste, come dire, al passo coi tempi: la scenografia andrebbe portata a nuovo, magari in una “city street”, in un “motel” piuttosto che in “drugstore”, forse in una “disco” o in un vecchio cinema riattato a “convention”. Ma finale, morale, conseguenze sarebbero uguali. E Giuda sempre Giuda.

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Sodo caustico. La Pasqua dei fondi pensione…

La vigilia di Pasqua 2000 Giuliano Amato, novello primo ministro, si trovò assegnato dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi un compitino: creare la riforma previdenziale col rafforzamento della seconda (assicurazioni) e terza gamba (fondi pensione): “fra 20 anni (e siamo a metà, ndr) ogni bambino italiano sarà coccolato da otto adulti ma dovrà mantenerne quattro”. Previsioni che avrebbero dovuto consigliare adatti passi. Invece ….

La crisi in corso ha costretto 1 milione di italiani, pari a quasi il 20% dei 5.5 milioni iscritti a forme di previdenza complementare, a sospendere i versamenti, perché non se lo possono più permettere. Consip docet (l’autorità di vigilanza: ma quante sono? …ne abbiamo contate 14, ma per difetto; chiediamo aiuto per una “cernita”).

Nel “David Copperfield” di Charles Dickens i bambini londinesi facevano una grama vita; i nostri non saranno da meno.

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Sodo caustico. La natura dello scorpione.

Uno scorpione chiese ad una rana di traghettarlo, sulle spalle, sull’altra riva del fiume; gracida ma non fessa, la rana osservò che appena si fossero trovati nel mezzo del fiume, lo scorpione l’avrebbe punta col suo pungiglione portandola a sicura morte; lo scorpione controbatté che in tal caso sarebbero morti entrambi, non sapendo egli nuotare: cosa che certo lo scorpione non voleva; convinta, la rana si caricò lo scorpione sulle spalle ed incominciò, nuotando, la traversata. Giunti a metà del guado, la rana sentì sul suo collo la puntura del pungiglione dello scorpione, segno della morte sicura; urlò quindi allo scorpione: “che hai fatto? moriremo!” il quale rispose serafico: “non ci posso far nulla: è nella mia natura”.

Nella metafora, il ruolo dello scorpione è quello del … dite la vostra, noi abbiamo la nostra e la teniamo in serbo per stupirvi!

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Sodo caustico. Giuramento della Pallacorda?

La situazione da “ancient regime” che vive (sottomesso: per quanto ancora?…) il paese ricorda un altro “ancient regime”, quello della Francia maldestramente guidata dalla monarchia assoluta nel fasto frivolo e spendaccione di Versailles e nel totale disprezzo del paese (come non vedere riscontri con la situazione presente …),  che passò — necessariamente — attraverso il Terrore e l’uso sistematico, trucido ma utile (modesto riferimento alla categoria crociana), dello strumento inventato dal dottor Joseph-Ignace de Guillotin, vero tecnico della prassi politica.

La Rivoluzione durò assai, forse perché tante erano le cose da rivoluzionare; nel nostro paese, le cose sono assai più incrostate da decenni di “mala pianta”: ma mancano Giacobini e Montagnardi, Marat, Danton e Robespierre. Arduo pensare alla riedizione del “giuramento della Pallacorda”. Qui ci si limita al caffè solubile nel camper e le serate alla versiliana.

I regimi non hanno nel loro DNA i geni del rinnovamento; finiscono con gran crepitare e rapido precipitare, talora per mano di ardimentosi, talaltra vittime di eventi imprevedibili. Ma il Fato è sempre presente.

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Le pere del Presidente

Ennio Flaiano (“ La solitudine del satiro”) racconta in modo magistrale una serata al Quirinale, Presidente Luigi Einaudi:

“Molti anni fa, nel terzo o quarto anno del suo mandato presidenziale, fui invitato a cena al palazzo del Quirinale da Luigi Einaudi. Non invitato ad personam – il Presidente non mi conosceva affatto – ma come redattore di una rivista politica e letteraria diretta da Mario Pannunzio. A tavola eravamo in otto, compresi il Presidente e sua moglie. Otto convitati è il massimo per una cena non ufficiale, e la serata si svolse dunque molto piacevolmente, la conversazione toccò vari argomenti (…) Ma eccoci alla frutta. Il maggiordomo recò un enorme vassoio (…) e tra quei frutti, delle pere molto grandi. Luigi Einaudi guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò: “Io” disse “prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?”. Tutti avemmo un attimo di sgomento (…) “Io, Presidente” dissi alzando una mano per farmi vedere, come a scuola. Il Presidente tagliò la pera, il maggiordomo ne mise la metà su un piatto, e me lo posò davanti come se contenesse la metà della testa di Giovanni il Battista. (…) Qui finiscono i miei ricordi sul Presidente Einaudi. Non ebbi più occasione di vederlo, qualche anno dopo saliva alla presidenza un altro e il resto è noto. Cominciava per l’Italia la Repubblica delle pere indivise”.

Accanto alle pere, molte ciliegie che, come noto, “una tira l’altra”.

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Sodo Caustico

“Spending review” dei noiatri…

Il diavolo si annida nei particolari … (1) il Quirinale costa annualmente 2 volte l’Eliseo e 6 volte la Corona d’Inghilterra; (2) l’Italia ha 60 milioni di abitanti, 315 senatori, 630 deputati; gli USA 300 milioni di abitanti, 100 senatori, 435 deputati; se avessimo la stessa proporzione, in Italia ci sarebbero 20 senatori ed 85 deputati; (3) Barack Obama, presidente USA, guadagna l’equivalente di 300.000 euro annui, il cancelliere tedesco Angela Merkel 108.000 euro; il Governatore del Molise guadagna molto più del presidente USA, l’ambasciatore italiano in Germania oltre 2 volte l’emolumento della Merkel (240.000 euro); il presidente INPS batte tutti, con 1.200.000 euro guadagna oltre 10 volte quanto prende la Merkel; (4) il capo della Polizia italiana percepisce 620.000 euro annui, oltre 5 volte il capo dell’FBI americano (113.460 euro).

 Il tecnico che più ammiriamo è il dottor Joseph-Ignace Guillotin.

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Al ritorno dalle ferie

La scorsa estate sotto l’ombrellone ho maturato la decisione di aderire al manifesto di Fermare il Declino. Così alla prima connessione disponibile ho dato la mia adesione. Ci sono stati mesi poi di passione ed entusiasmo: di incontri, approfondimenti, riunioni, progetti, la raccolta di firme per le liste elettorali. Tanta energia messa in moto. tanta speranza che fosse la volta buona per una svolta.
Poi al culmine dell’entusiasmo la Settimana di Passione prima delle elezioni.
Con il, anzi direi al plurale,  “i” tradimenti. Senza la Domenica di Pasqua. La pietra tombale non è rotolata via. Siamo rimasti li dentro.  E’ come se la pietra tombale l’avessero messa gli apostoli stessi.

I tentativi di “auto -risorgere” non sono, al momento di scrivere, andati a buon fine. Eppure i dieci punti del manifesto erano attuali allora e sono attualissimi oggi. Dopo un anno la situazione economica e politica in Italia non è migliorata, anzi  è peggiorata.  Ciò che occorreva FARE allora è tutto li: ancora tutto da FARE.

Eppure di cosa si è letto sotto l’ombrellone quest’estate ? La condanna di Berlusconi, con i conseguenti  ricatti al governo, l’abolizione dell’ IMU. Temi e discorsi  lontani da ciò che è veramente decisivo per imprimere un moto di cambiamento. Tutto come prima. Eppure appena dopo le lezioni con il risultato importante del Movimento 5 stelle molti (me compreso) avevano sperato in una scossa al Palazzo. Niente. Nulla o quasi. Il tempo passa inesorabile e tutto rimane immutato. Il Governo vivacchia quel tanto che basta a far scorrere il tempo. E come ben sappiamo con il tempo l’Italiano dimentica e così si torna al punto di partenza. Ma ad “Italiopoli” se si passa dal via ma non si prendono le 20.000 Lire si torna in prigione. Sudditi eravamo e sudditi rimaniamo.  In attesa del prossimo illusorio, e forse ormai vicino, turno elettorale.

“Che FARE ?” Io da parte mia continuerò a lottare: sono il Solito Sconosciuto, (*).  Non voglio più essere suddito o schiavo. Chiamiamo a raccolta gli amici che tanto entusiasmo e passione hanno messo nel primo Fermare il Declino, e ripartiamo a FARE politica.  

(* un sovversivo che diffonde stampa clandestina mettendo in pericolo l’ordine pubblico;  cit. da Fontamara di Ignazio Silone)

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Sodo caustico. Questo è un paese che non può diventare normale…

Rileggiamo un vecchio avviso della Regione Calabria (pg. 26, La Repubblica, venerdì 24 agosto 2012) e trasecoliamo;  ma si proceda con ordine osservando bene le date: nel settembre 2002 (sì: 2002!) la Provincia di Cosenza ha rilasciato all’Enel l’autorizzazione per la ri-attivazione a biomasse della centrale del Mercure nel comune di Laino Borgo; nel febbraio 2007 (quasi 5 anni …) il Ministero dell’Ambiente ha richiesto l’adeguamento dell’autorizzazione in oggetto per l’utilizzo esclusivo di biomasse “vergini di deforestazione” e l’espresso divieto di utilizzo di biomasse classificabili come rifiuti; conseguentemente (ovvio!) la Provincia di Cosenza ha convocato una Conferenza di Servizi, conclusasi il 30.7.2009 (7 anni dal rilascio della’autorizzazione); ma non contenta e convinta, nel dicembre 2009 la stessa Provincia ha trasmesso gli atti alla Regione Calabria, Settore Politiche Energetiche, dichiarando la propria incompetenza al rilascio dell’autorizzazione (concessa, si ricordi, il 2.9.2002: “sono un incompetente, e lo dichiaro!”); bene fece, però, avendo prima il Tar calabro e poi il Consiglio di Stato dichiarato (e siamo arrivati all’aprile 2010) la competenza regionale; forse esausta, l’Enel nel giugno 2010 ha comunque richiesto (non si sa mai …) la convalida degli atti del “procedimento amministrativo” (i.e., autorizzazione del settembre 2002); nel settembre 2010 (e siamo ad 8 anni …) la Regione Calabria – Dipartimento Attività Produttive ha autorizzato, con Decreto Dirigenziale, la ri-attivazione della centrale; ma con sentenza del 2.8.2012 (non è dato sapere chi abbia avviato il relativo iter o ricorso) il Consiglio di Stato ha annullato il Decreto Dirigenziale di autorizzazione, rimettendo tutto in gioco; urge quindi procedere (velocemente ….!!) alla “regolarizzazione amministrativa” mediante la ri-convocazione di apposita Conferenza di Servizi cui “confluiscono tutti gli apporti amministrativi necessari per la costruzione e l’esercizio dell’impianto, delle opere connesse e delle infrastrutture indispensabili”. Orbene, considerato che sono trascorsi i termini previsti (dalla normativa, non dalla intelligenza umana) senza che l’amministrazione abbia “comunicato l’improcedibilità, il procedimento si intende avviato”: fine della storia? No; la pratica deve quindi intendersi comunque “procedibile” allo stato degli atti e occorre proseguire con l’indizione della Conferenza di Servizi; ma in un sussulto (!), “si ritiene comunque necessario, al fine di evitare un inutile aggravio del procedimento in considerazione dell’alto numero delle Amministrazioni e degli Enti potenzialmente coinvolti (e non del tempo inutilmente trascorso, dei costi e dell’aggravio causato all’impresa, che diamine! n.d.r.), acquisire agli atti la documentazione già prodotta e disponibile, salva verifica di validità, e integrare la documentazione eventualmente mancante”, e pertanto viene convocata la Conferenza di Servizi, che vedrà il 10.9.2012 (giusto dopo 10 anni dal rilascio dell’autorizzazione da parte della Provincia di Cosenza, avvenuta il 2.9.2002) la partecipazione di 23 soggetti (tutti pubblici, ad eccezione dell’Enel), fatta salva la partecipazione di altri soggetti “portatori di interessi pubblici o privati, individuali o collettivi, comunque interessati dalla realizzazione (nota bene: non “alla” realizzazione …) del progetto dell’impianto produttivo”. Siamo arrivati sino all’ultima riga dell’avviso e non siamo caduti, esausti da tanto acume; mi è rimasto il solito dubbio, che ronza come una fastidiosa zanzara: ma chi glielo fa fare ad una impresa di iniziare un progetto in questo paese?.

Il compito di Sodo caustico è sicuramente modesto: far emergere  inefficienze nella PA, nel modo in cui non lavora questo paese, e dove possibile formulare proposte di intervento: nel caso descritto, “tabula rasa” e tutti a casa; siamo convinti che “il pesce puzza dalla testa” e solo tagliando ed eliminando posizioni apicali e strutture inutili (come le Regioni ed altri enti locali e centrali) si potrà avviare un lento, faticoso, penoso percorso verso la redenzione. Per cui, gambe in spalla e partiamo, diamoci da fare in modo concreto.

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Una domenica d’agosto

Berlusconi si rilassa nella quiete di Villa San Martino, mentre i suoi piu’ appassionati si agitano sulle spiagge e affittano monomotori con annessi striscioni inneggianti al loro leader.

Capitali asiatici si spostano in misura massiccia in Europa, riducendo la loro esposizione agli Stati Uniti quando anche il guru Soros comincia a scommettere su un ribasso del mercato americano. Chi guarda all’Europa, invece, trae ispirazione dal refolo di vento di una qualche, timidissima ripresa (non sembra tanto vera, purtroppo, a causa di un forte effetto lag nel secondo trimestre nel settore delle costruzioni in Europa Continentale; stiamo comunque a vedere).

Il Mediterraneo si infiamma con le vicende egiziane. Si impegnano i bagnanti sul litorale orientale della Sicilia, mentre sembrano sonnecchiare i potenti, minacciando tutt’al piu’ di rivedere i rapporti economici dei propri paesi con l’Egitto.

Uscendo dalla cronaca quotidiana, noto i risultati di una ricerca riportata dal Corriere della Sera, senza grande enfasi.

Da questa recente ricerca emerge come il valore dell’accountability individuale, magari non esplicito ma sicuramente centrale alle nostre principali tematiche di discussione, non sembri ricoprire importanza o priorita’ per gli italiani, posizionandosi al 56 posto su 100 valori individuali che si vorrebbero vedere affermati nel nostro Paese.

Il corollario di questa ricerca veda l’Italia affermarsi come il paese con il piu’ alto tasso di entropia culturale tra i 19 studiati.  L’entropia culturale cosi’ misurata rappresenta un indice affidabile relativo alla propensione al caos sistematico.  In questo, l’Italia e’ prima assoluta, battendo persino il Venezuela.

Ecco, proviamo a guardare oltre i cespugli del fitto bosco in cui siamo finiti.

Nel breve, magari brevissimo, gli indicatori sembrano puntare al sereno e ci possono far guardare con un alito di rinnovata speranza alle nostre annose e tutte italiche tematiche, tipo la comprovata assurdita’ del redditometro, la palese insostenibilita’ dei conti dell’INPS, le surreali pensioni dei “furbetti del retributivo” come Sentinelli, Gamberale, e vari altri.

Non dovremo dimenticare pero’ che questo non e’ un Paese normale. Ci vuole un’impresa assolutamente straordinaria per raddrizzarne le sorti nel medio-lungo periodo.

La mission che ci dovremo porre deve riflettere tale straordinarieta’.  Cosi’ come l’assetto organizzativo ed il dispiego di risorse non possono essere ispirati ad autoreferenzialita’ e modelli antiquati.

Rendiamocene ben conto, perche’ l’impegno non diventi mera dispersione di energie.

 

 

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Sodo caustico. La madre di tutti i conflitti.

Nata nel 1905 all’epoca della nazionalizzazione delle ferrovie esistenti in Italia, poi Azienda Autonoma sotto il controllo del Ministero dei Trasporti, in seguito ente pubblico economico, il 12 agosto 1992 le Ferrovie dello Stato furono oggetto di una improbabile privatizzazione formale divenendo società per azioni posseduta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (oggi, MEF). In conseguenza delle norme europee che prevedevano la separazione fra infrastrutture e gestione della rete, se ne avviò un processo di ristrutturazione che nel dicembre 2000 si sostanziò nella creazione di una holding (Ferrovia dello Stato Spa – FS) e di società operative, le più note Trenitalia per il trasporto di merci e passeggeri (posseduta al 100%), e Rete Ferroviaria Italiana – RFI per la rete e le stazioni (posseduta al 100%; in seguito, le 13 più importanti confluirono in Grandi Stazioni, oggi 59.99% di FS). Processo invero ampiamente insufficiente, laddove si pensi che in FS coesistono 2 nature che ne fanno un animale “contro natura”: proprietà della rete e concedente la rete in gestione operativa (RFI); concessionario che gestisce il traffico passeggeri e merci (Trenitalia). Un “unicum” che meriterebbe una ampia valutazione sulla assenza di trasparenza del sistema (e basterebbe leggerne il bilancio per averne conferma) e sulla assenza dei c.d. “basics” di una politica di concorrenza (quando mai?).

La struttura del trasporto ferroviario italiano è presto sintetizzato: MEF possiede la totalità di FS (holding), che a sua volta possiede la società proprietaria della rete (RFI, al 100%; inclusa la linea ad alta velocità, a suo tempo in TAV), la società di gestione passeggeri e merci (Trenitalia, al 100%), una società di ingegneria ferroviaria (Italferr, al 100%), il 59.99% di Grandi Stazioni, partecipazioni italiane ed estere (Francia, Germania, Rep. Ceca, Romania, Serbia, Montenegro, Serbia, Polonia, Africa, Asia, America del Sud) operanti nel trasporto sia ferroviario che su gomma. Accanto alla “filiera FS” esiste una Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria (ANSF) che poco appare, e forse poco ha da fare: sotto il controllo del Ministero delle Infrastrutture, ANSF si occupa di definire il riordino del quadro normativo in materia di sicurezza della circolazione ferroviaria, verificare l’applicazione delle norme adottate, validare processi autorizzativi e omologativi di sistemi, sottosistemi e componenti, rilasciare i certificati di sicurezza alle Imprese Ferroviarie e le autorizzazioni di sicurezza ai Gestori dell’Infrastruttura.

Nel trasporto passeggeri e merci si è avviata una timida concorrenza, oggi rappresentata da NTV, Deutsche Bahn, SNCF, Trenord (che opera in regime di concessione esclusiva nell’hinterland milanese).

Quanto vale FS?

16.742 km di strade ferrate, dove i gestori terzi utilizzano la rete nazionale per il 15.1% della sua capacità (in particolare, operatori di alta velocità). Nel 2012 Ricavi di 7.511 milioni, costi operativi di 6.310 milioni, costo del lavoro 3.877 milioni con 71.930 dipendenti con uno costo-azienda di 53.900 euro/dipendente, EBITDA/MOL di 1.918 milioni. I ricavi di Trenitalia (trasporto Italia ed estero) sono 5.498 milioni con un EBITDA di 1.360 milioni, mentre RFI (infrastrutture) ha ricavi di 2.663 milioni con un EBITDA di 378 milioni ed investimenti (2012) di 2.836 milioni. Nel bilancio di FS non sono chiariti con precisione i “perimetri” delle attività c.d. di mercato, né vengono evidenziati (e questo ci sembra peccato grave) i flussi di pagamenti effettuati da Trenitalia a RFI per l’utilizzo della rete (c.d. pedaggi), elemento che consentirebbe di comprenderne i rispettivi “economics”; e governo ed “authorities” si guardano bene dal richiederli a FS … (una stima è sotto-riportata, infra). FS riceve contributi diretti dallo stato per servizi resi in regime di sussidiarietà (514 milioni nel 2012) e dalle regioni (1.725 milioni) per il servizio passeggeri reso localmente. Il servizio regionale meriterebbe un adeguato approfondimento, che ci ripromettiamo di fare in un prossimo futuro.

Il capitale investito netto di FS è di 45.804 milioni, di cui 30.547 milioni rappresentato da terreni, fabbricati, infrastrutture ferroviarie e portuali; anche per questi dati, inutile cercare chiarimenti nel bilancio di FS. Gli investimenti 2012 sono stati 3.891 milioni (consolidato). Nel bilancio 2012 di FS, RFI è valutata 32 miliardi, Trenitalia 1.654 milioni; FS ha debiti finanziari di 9.068 milioni ed un patrimonio netto di 36.736 milioni. Un dato interessante è la distinzione, per macro-aree, delle attività: nel 2012, il Trasporto ha avuto ricavi da terzi per 6.189 milioni, ricavi inter-settoriali di 287 milioni, per un totale di ricavi operativi di 6.476 milioni, costo del lavoro di 2.181 milioni ed EBITDA di 1.431 milioni; le Infrastrutture hanno avuto ricavi verso terzi di 1.519 milioni, ricavi inter-settoriali di 1.148 milioni, per un totale di ricavi operativi di 2.667 milioni, costo del lavoro di 1.533 milioni, EBITDA di 365 milioni. In assenza di dati puntuali, si può ipotizzare che l’utilizzo della rete da parte di Trenitalia abbia un corrispettivo annuo di 1.148 milioni.

Poca informazione trasparente, poche informazioni sui controlli di MEF ed ANSF, assenza di riferimenti ad interventi della UE, tante domande che possiamo riassumere:

1. perché MEF possiede la holding FS? Perché FS possiede entrambe le “gambe” delle infrastrutture e della gestione operativa?

2. quali garanzie MEF ha messo in atto per assicurare una, seppure limitata, forma di apertura al mercato? Avendo la proprietà di rete e gestione, ed assumendo entrambe le funzioni di concedente e di concessionario della rete, esistono ampie ragioni per ritenere insufficiente, se non inesistente, una qualsiasi forma di concorrenza: che cosa intendono fare governo ed UE al riguardo?

3. come il governo intende superare l’evidente conflitto di interessi fra infrastrutture (rete) e gestione passeggeri e merci? Come superare il monopolio di settore?

4. quali sono gli “economics” reali di RFI e Trenitalia, in particolare per quanto riguarda i loro rapporti di servizio in evidente conflitto di interessi?

5. il livello di servizio offerto da Trenitalia è generalmente valutato come inadeguato dall’utenza: una privatizzazione di Trenitalia non può prescindere da un piano di miglioramento del servizio.

6. è praticabile una netta separazione della proprietà di FRI e Trenitalia, attraverso la privatizzazione di Trenitalia? È sostenibile mantenere la proprietà della rete in mano pubblica? Poniamo questa domanda anche avuto riguardo all’analoga questione della “rete telefonica”; riteniamo possibile, e valido sotto vari aspetti, mantenere la proprietà pubblica nelle reti ferroviaria e telefonica; ma allo stesso tempo chiediamo che i canoni relativi alla concessione siano regolati a condizioni di mercato, preferibilmente secondo un modello “cost plus” (rinviamo ad una più precisa precisazione tecnica).

7. in caso di privatizzazione di Trenitalia (trasporto), come è possibile intervenire sui criteri della “concessione”? con quali orizzonti temporali e durata? Con quali obblighi per la manutenzione ordinaria e straordinaria?

8. “last but not least”: quanto vale Trenitalia? Probabilmente fra 3.5 e 4.5 miliardi di euro, sulla base dei dati 2012, e circa 3 volte il valore di carico in bilancio; ma in una gara aperta, tale valore potrebbe crescere in modo importante; non è un valore tale da far saltare di gioia, ma ci sembra allineato a quello di analoghi operatori gestori.

Come sempre, basta volere. Ma è quello che latita, in questo paese. Una piccola spintarella …

16.8.2013

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Sodo Caustico

Sodo caustico. Si vive anche di contributi, ma non scrivetelo sui vostri giornali.

La libertà di stampa è sacra, come i suoi contributi. Lo stato aiuta la stampa nazionale in 2 modi diversi: con contributi diretti alle imprese editrici di quotidiani e periodici; con applicazione dell’IVA al 4% sulle vendite.

Una breve ricerca evidenzia che nel 2012 i contributi diretti sono stati 114.926.794,61 euro, di cui 2.065.827,54 euro alla stampa periodica all’estero, 1.032.913,79 euro a giornali della minoranza slovena, 516.456,88 euro ai periodici delle associazioni dei consumatori. Per il 2013 (“Legge di Stabilità 2013” n. 228 del 24.12.2012) i contributi diretti sono previsti in 95.703.000 euro, mantenendosi 2.065..827,54 euro per la stampa estera, 1.032.913,79 euro per la stampa della minoranza slovena, 516.456,88 euro per le associazioni dei consumatori.

Accanto a tale contributo diretto, rilevante quello indiretto, rappresentato dalla applicazione dell’IVA al 4% sulle vendite di quotidiani; una stima (incompleta) porta a quantificare tale “beneficio” in 160 milioni  per Corriere della Sera e Repubblica, 120 milioni per Gazzetta dello Sport, La Stampa, Messaggero, Resto del Carlino e collegati, 360 milioni per gli altri quotidiani ed oltre 400 milioni per altre pubblicazioni, per totali 1,560 milioni di euro, che sommati ai 95,7 milioni di contributi diretti fanno oltre 1,6 miliardi di euro. Tanti, anche se fossero la metà (e come contribuenti ne saremmo un pochino meno “alterati”, se così fosse).

Facile essere liberi con le tasche, se non piene, almeno mezze piene.

 

 

 

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Sodo caustico. Carcerato, ma quanto ci costi?

Non passa giorno che qualcuno, emulo del Presidente Napolitano, ci ricordi il problema dell’affollamento delle carceri, giudicato insostenibile anche dalla UE.

I detenuti nelle carceri, quelle che una volta si diceva patrie galere, sono 66.883, l’82% dei condannati: il 18% ha accesso a pene alternative; nella vicina Francia i detenuti sono il 26% dei condannati, ed i soggetti a pene alternative il 74%.

Prima riflessione sulla opportunità di adottarle, queste misure alternative che portano anche denaro, essendo spesso semi-libertà dietro cauzione o con obbligo di lavoro, anche parziale, a favore dello stato. Ma quanto costa tenere i detenuti nelle carceri? Quale il costo nella UE? E’ possibile affidarsi a carceri private anziché pubbliche?

Lasciamo da parte considerazioni “filosofiche” sul che cosa deve perseguire la detenzione, che è il recupero del condannato, e concentriamoci sugli aspetti economici perché questo richiedono i tempi magri che stiamo attraversando. Partiamo dai dati su un carcere “standard”, quello di Rimini: costo annuo onnicomprensivo di 8.123.320 euro, 200 detenuti (media annua), costo annuo per detenuto 40.611 euro, pari a 3.384 euro al mese e 112,81 euro al giorno; l’80% dei costi è rappresentato da costo del personale (agenti ed altri), il 13% se ne va per vitto (3,95 euro al giorno), il 4% in manutenzione, il 3% per utilities: elettricità, gas, … Le stime di costo medio giornaliero in Italia sono di 115 euro. Il costo annuo per lo stato della detenzione di 66.883 detenuti, al costo annuo di 40.700 euro, porta ad un conto di 2 miliardi e 722 milioni.

Avrete notato che il costo annuo per detenuto è superiore al reddito medio degli italiani: meglio carcerati che lavoratori, meglio rubare che lavorare, verrebbe da dire … Quale il costo in alcuni paesi europei? Il costo maggiore è in Norvegia con 12.118 euro al mese, nel Regno Unito è di 4.600 euro, in Francia di 3.100 euro, in Spagna di 1.650 euro. E’ possibile ridurre il costo di 2.722 milioni? La gestione privata è presente anche in Europa; la Correction Corp. of America gestisce 64 carceri in Europa, con un costo giornaliero di 29,4 euro (meno di 1/3 di quello italiano). Con gli stessi parametri (ipotetici, per tante ragioni), il risparmio per le casse dello stato sarebbe di quasi 1.8 miliardi di euro. Non basta, ma aiuta.

Vogliamo parlarne, signor Presidente e signori parlamentari?

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Sodo caustico. Al gran banchetto della CDP.

Il governino Letta annuncia nuove rivoluzioni nel campo del sostegno all’impresa, immaginando un ruolo di spicco per la CDP, già descritta come la nuova IRI: per cominciare, non vediamo un nuovo Beneduce.

Ci permettiamo alcune osservazioni: (a) che cosa privatizzare (il perché lo sappiamo bene); (b) che cosa fare per rendere effettivo ed effettuale un mercato dei “bond” e “mini-bond” societari; (c) quale ruolo giocare come “arbitro” e non giocatore nel risiko industriale.

In recenti Sodo caustico abbiamo descritto alcuni esempi di attività ed enti che rapidamente il governo potrebbe privatizzare, senza necessità di modifiche legislative:  finanziarie regionali, ACI, Fintecna, … ; innumerevoli altri casi sono noti e meglio risponderebbero alla esigenza di ridurre la mano pubblica e riportare alla iniziativa privata (orientata al profitto della gestione) quanto lo stato non sa gestire. Il governino Letta si concentri su questo e non su improbabili “grandi privatizzazioni di stato”: questa “grande coalizione” (tragico ossimoro …) tanto non lo sa fare e se lo facesse, lo farebbe malamente (le esperienze Telecom ed Alitalia forse dovrebbero far riflettere: ma per riflettere, occorre “materia grigia” che latita assai).

Il governino Letta vagheggia di emissioni di “bond” e “mini-bond” da far sottoscrivere alla CDP sia in prima emissione (quando le società li emettono per la prima volta) che sul mercato secondario (quando le banche li sottoscrivono e poi li “girano” alla CDP). Non ci siamo per svariati motivi: (1) CDP già è azionista di peso di Fondo Italiano (12.5%) e non si vede perché debba aprire un nuovo fronte di impegno con una nuova iniziativa; (2) col decreto Sviluppo dell’estate 2012 il governino Monti aveva previsto i “bond” e “mini-bond” ma non ne aveva previsto una normativa che consentisse un mercato primario e secondario per gli investitori, che solo ora, dopo un anno, si stanno attrezzando: meglio sarebbe quindi che il governino Letta dedicasse quel poco di “materia grigia” non dissoltasi in questa torrida estate alla promozione dei fondi che investono in questi “bond” e “mini-bond” e che alcuni operatori finanziari stanno allestendo; e lasci la CDP fuori da un mercato che non le appartiene e per il quale non è naturalmente destinata; (3) le banche facciano le banche, se ne sono capaci, trovino nuovi capitali sul mercato e non scarichino su CDP i loro “misfatti” di modesti finanziatori; e se proprio lo ritengono, siano esse a sottoscrivere il capitale di tali fondi dedicati (ad onor del vero, BNPParibas/BNL ha manifestato tale intenzione); (4) per avviare la politica vagheggiata dal governino Letta, CDP dovrebbe raccogliere capitale o recuperare risorse: per farlo, dovrebbe chiedere alle fondazioni di metter mano ai loro portafogli (“ad impossibilia nemo tenetur” visto lo stato dei loro bilanci) o procedere alla vendita (totale o parziale) delle principali partecipazioni (Enel, Eni, Finmeccanica, Terna): vendere il buono per mettere il raccolto in un nuovo “carrozzone di stato”; e la domanda sorge spontanea: e chi gestirebbe questo amabile “carrozzone di stato”? evitiamo ulteriori commenti.

Fare l’arbitro: ecco quel che deve fare un buon governo; fissare poche regola a cui tutti, CDP banche fondazioni fondi di investimento et similia, si uniformano, senza eccezioni. Basta con i proclami di “interventismo”. I capitali di cui dispone CDP sono (a) capitali sottoscritti dalle fondazioni; (b) depositi dei correntisti postali che meritano adeguata considerazione e protezione. CDP “ha già dato” con i suoi investimenti in Fondo Strategico (100%, di cui 10% tramite Fintecna), Fondo Italiano (12.5%), F2i (15.99%): che ne facesse l’azionista con la dovuta attenzione:  siamo sicuri che ne troverebbe ampie soddisfazioni, maggiori di quelle (ancora magre) a consuntivo.

Come leggete, non discettiamo di liberalismo vs/ socialismo; siamo ad uno stadio, come dire?, primordiale di buona amministrazione; assistiamo, ancora una volta, ad un evidente tentativo di una casta screditata di darsi ancora una volta la mano: quella della “manomorta”.

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Sodo Caustico

Sodo caustico. 8 – 25 – 50. In 3 numeri c’è tutto.

Gli europei rappresentano l’8% della popolazione mondiale; essi producono il 25% del PIL mondiale. Roba da essere fieri: eccellente produzione ad elevato valore aggiunto ed elevata tecnologia, prodotti di elevato contenuto (reale e percepito), servizi offerti di superiore qualità, salari e redditi più elevati.

Ma … gli europei assorbono il 50% dei costi welfare: salute, assistenza, pensioni. Un doppio equilibrio difficilmente mantenibile in futuro: non potremo permetterci per lungo tempo un così evidente disequilibrio sul fronte del welfare, e non potremo farcela ad incrementare la percentuale di PIL, con una popolazione stabile e con livelli di occupazione sotto-ottimali.

Che fare? Abbassare le aspettative di erogazione di welfare, innanzi tutto, con quanto questo (purtroppo) comporta: livelli di servizi sanitari e di assistenza inferiori, domani, a quelli di oggi; piani pensionistici meno generosi di quelli odierni, solo parzialmente mitigati da una più lunga vita lavorativa.

Quanto vale per gli europei vale ancor più, e più duramente, per gli italiani. Ma questi si crogiolano nel tifo quasi-calcistico “IMU si, IMU no” (e la nostra modesta posizione è: IMU si, come avviene nei paesi civili dove la tassazione sulla ricchezza, anche immobiliare, è “business as usual”).

Come anticipava Karl Marx, qualcuno ha comprato a prestito la corda a cui verrà appeso.

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The Loner

Boldrin alla Versiliana

Ovviamente da vedere:

http://www.youtube.com/watch?v=j_BWA_x9ozM

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The Loner

Zingales: raccolta informale

Iniziamo una raccolta informale di articoli pubblicati da Luigi Zingales, anche discretamente indietro negli anni:

http://forum.laudellulivo.org/index.php?PHPSESSID=mj7f7chf2707f5kuuhthas04j1&topic=1619.0

La cosa interessante (ed intelligente) è che il forum raccoglie contributi negli anni di notevoli opinionisti e commentatori.

Tutto da leggere!

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Sodo Caustico

Sodo caustico. Se vuoi campare, all’estero devi andare.

Dai “Dati cumulativi di 2.035 imprese” preparato da Mediobanca, apprendiamo che il 12% delle vendite del campione (in tutti i sensi) vengono per il 12% dal mercato Italia, per il 23% dall’export, per il 65% da vendite sull’estero di consociate estere: le prime 2.035 imprese industriali italiane si affidano per l’88% ai mercati esteri. “Call it globalization” o che altro, la forza delle imprese private italiane riesce ad emergere, nonostante tutto: dove il tutto comprende sistema politico, burocrazia centrale e periferica, ostacoli alla libera impresa che arrivano da soggetti prevedibili (possiamo dirlo? Sindacati ed amministratori incapaci e beceri). Fatto il “pistolotto” resta da trarne spunti per proposte.

Come far tornare le imprese italiane a produrre in Italia? Come attrarre imprese estere a venire in Italia per farne un centro di eccellenza? Chi segue Sodo caustico ha avuto modo di leggere osservazioni sul sistema-paese, che nonostante tutto (sempre quello …) continua ad essere il secondo paese industriale europeo dopo la Germania e fra i primi 10 a livello mondiale.

Burocrazia: eliminare le posizioni apicali nella PA centrale e locale; eliminazione delle Regioni; de-legiferazione normativa; responsabilità diretta e personale del funzionario pubblico cui è demandato il controllo, a vario titolo, sul fare impresa; sospensione del grado di appello civile per 5 anni (destinando i magistrati dell’appello allo smaltimento dei processi in primo grado, riducendone i tempi dai 10 anni attuali a meno di 3 in meno di 3 anni); sportello unico nazionale per le imprese estere che vogliono investire in Italia.

Gestione delle crisi di impresa. Abbattiamo una volta per tutte una “vacca sacra”: dobbiamo difendere l’impresa ed i lavoratori, non “quei” posti di lavoro. Inutile gettare soldi in una impresa decotta (che ha il diritto-dovere di fallire) per salvare “quei” posti di lavoro; occorre utilizzare i soldi per “ri-qualificare” i lavoratori (che hanno diritto di lavorare) e renderli idonei a nuovi posti di lavoro in nuove imprese. Essere sul mercato, assecondarlo significa seguire le evoluzioni: diversamente, avremmo salvato i carrettieri all’avvento del treno e saremmo ancora al trasporto coi carretti. Sapete quanti “tavoli di crisi” sono aperti al MISE (Ministero dello Sviluppo Economico, per ironia della sorte)? Diverse migliaia; e coinvolgono decine di migliaia di lavoratori. Se il MISE (nella sua accezione originale) dedicasse altrettanto sforzo nel promuovere lo sviluppo delle imprese …

Occupazione: se l’impresa va all’estero, cala l’occupazione nazionale e calano i relativi investimenti in formazione.  Investire in istruzione eccellente è il primo passo per attrarre l’impresa che offre un miglior lavoro. I risultati non sono a breve: mettiamoci di buona lena, allora.

Investimenti: per ogni euro di fatturato prodotto all’estero c’è qualche centesimo di investimento fatto da una impresa italiana (con soldi italiani) in un paese estero, e molto probabilmente acquistando macchinari esteri. Le eccellenze italiane nel fare macchine che fanno altre macchine o prodotti sono insuperate: le filiere produttive vanno seguite con una politica di indirizzo e supporto allo sviluppo tecnologico, base per un successo di prodotto.

Infine, trasformiamo gli uffici diplomatici all’estero: devono essere il punto di contatto, promozione, sviluppo dell’impresa italiana nel mondo.

 

9.8.2013

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Sodo Caustico

Sodo caustico. Compriamo 1 azione IntesaSanPaolo ed andiamo in assemblea…

IntesaSanPaolo ha dichiarato (senza indicare il nome del cattivo debitore) di aver riclassificato da “ristrutturato” (possibilità di recupero) ad “incagliato” (probabilità di perdita) una singola posizione creditoria di 1.2 miliardi. Come riportato dal Sole (9.8.2013) nel mercato ci si chiede chi possa essere il debitore e gli indizi puntano su Zaleski.  Non abbiamo doti divinatorie, ma siamo appena appena attenti a come val il mondo: vi rinviamo ad un recente Sodo caustico, qui accluso, dove commentavamo di banche e cattivi debitori. Compriamo tutti 1 azione ISP ed andiamo alla prossima assemblea a chiedere conto di chi, come e perché la banca eroga a piene mani a “pesci grossi e con denti grossi e famelici” e rifiuta credito a “pesci piccoli ma sani”. Per fare banca, occorre conoscere la tecnica bancaria e ben valutare il merito di credito, non svalutarlo come troppo spesso fanno le banche nazionali per palese incapacità di gestione.

 

 

Se hai un piccolo debito sei nei guai, se ne hai uno grosso è nei guai la tua banca!

 

Commentiamo 2 notizie fresche di giornata: il nuovo piano, l’ennesimo, di salvataggio di Zaleski; le minusvalenze potenziali sulle azioni possedute in Intesa San Paolo da parte di Fondazione Cariplo e Compagnia San Paolo. Tutto si tiene, si dice in lingua francese. Per parlare in italiano: quando le banche ed i loro azionisti si danno puntello reciproco.

Partiamo dall’alto: i 2 grandi azionisti di Intesa San Paolo, ai prezzi attuali dell’azione della banca, “perdono” rispettivamente 1,5 miliardi la Fondazione Cariplo e 500 milioni la Compagnia San Paolo. Le conseguenze sono banali, in una situazione dove tutte le banche, ed anche ISP, avranno bisogno di capitali addizionali per rispettare le regole internazionali (Basilea 3 ed a venire): non ci sono soldi in cassa, sia per partecipare ad aumenti di capitale che per erogare risorse sul territorio come prevede il loro statuto. Pessimi investimenti? Pessima gestione del patrimonio delle fondazioni? Sorte avversa e ria? Escludiamo la terza.

A chi erogano prestiti le grandi banche? In primis, a grandi debitori, ed il gruppo Carlo Tassara spa, posseduto da Roman Zaleski è uno di questi; ma che fa la Tassara? E’ una holding di partecipazioni; ma che partecipazioni? Li snoccioliamo: 1,73% di Intesa San Paolo, 1,14% di MPS, 1,42% di UBI banca, 2,5% di B. Pop. Milano, 1,41% di Cattolica assicurazioni, 2,5% di A2A (utility lombarda). Nulla di industriale. Valore delle partecipazioni agli attuali pezzi: circa 1 miliardo, a fronte di debiti col sistema bancario di 2,2 miliardi (già “limati” negli anni passati per effetto di accordi stragiudiziali con le banche).

Le banche hanno finanziato un gruppo privato e con questi finanziamenti il gruppo ha acquistato azioni delle banche stesse. Il valore delle azioni delle banche si è deteriorato (in alcuni casi, di oltre la metà del valore di acquisto). Non ci sono soldi in cassa per ripagare i debiti onerosi. Non è possibile vendere parte degli investimenti perché il loro valore attuale è inferiore a quello di acquisto e con quanto si incasserebbe non si potrebbe ripagare che una piccola parte del debito con le banche. E le banche non possono “permettersi” di rimetterci quattrini con un gruppo che ne sostiene l’assetto azionario. Con grande amicizia.

Chi si ricorda come venne sciolto il nodo gordiano? E’ che non abbiamo un Alessandro Magno.

 

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Sodo Caustico

Sodo caustico. Il Magistrato del Po.

Sulle tracce dell’ufficio di tutela del Po costituito nel 1831 nel Ducato di Parma e Piacenza, nel 1956 venne istituito l’ente Magistrato del Po, a Parma, dopo la grave alluvione del 1954, per coordinare le attività di intervento e tutela dei corsi d’acqua interni, Po e suoi affluenti. Con la riforma del 2002, le attività vennero trasferite e ripartite fra Autorità di Bacino del fiume Po (AdBPo), organismo misto Stato-Regioni che si occupa delle attività di pianificazione, ed Autorità Interregionale del fiume Po (AIPo), ente strumentale delle regioni interessate dal corso del fiume (Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, con la creazione di uffici distaccati in Valle d’Aosta e nelle province autonome di Trento e Bolzano; le regioni Liguria e Toscana hanno stipulato convenzioni per il conferimento all’AIPo delle competenze sui corsi d’acqua affluenti del Po) che si occupa delle attività di programmazione degli interventi nel bacino (Po ed affluenti, diretti ed indiretti) e di gestione dei corsi d’acqua.. Non ci sono chiari i motivi della duplicazione dell’ente né che cosa di intenda con pianificazione e programmazione: ma è solo la prima delle incongruenze dell’ente (e sfidiamo ad alzare la mano quanti ne conoscono esistenza ed attività). AIPo ha 390 dipendenti, uno ogni 2 chilometri del Po; oltre agli uffici distaccati sopra citati, AIPo ha 12 sedi periferiche (Torino, Alessandria, Pavia, Milano, Piacenza, Cremona, Parma, Reggio Emilia, Mantova, Modena, Ferrara, Rovigo), una ogni 60 chilometri (e solo Torino, Piacenza, Ferrara e Rovigo si affacciano sul Po…). Non essendo una autorità né un ente con propria personalità giuridica, ma una agenzia interregionale, AIPo non è soggetta a controlli tipici degli enti pubblici; non è rintracciabile un bilancio sul sito istituzionale; non sono chiare le logiche di intervento, investimento, spesa adottate. Per la sua sopravvivenza economica AIPo fa ricorso ai contributo delle 4 regioni e dello Stato: ed anche in tal caso, non sono definite le “regole d’ingaggio”. Nel 2012 AIPo dichiara un risultato finanziario di 235.7 milioni; ma la realtà dei numeri è diversa: cassa ad inizio 2012 79.3 milioni, riscossioni 47 milioni, pagamenti 69.9 milioni, cassa finale 56.4 milioni; come si arriva a 235.7 milioni? Con il “trucchetto” dei residui attivi per 288,8 milioni (previsioni di incasso: previsioni, appunto…) e residui passivi per 109.5 milioni. Le spese correnti 2012 sono indicate in 52.8 milioni (di cui, 21.3 milioni per la struttura) coperte per 30.7 milioni da contributi dello Stato, 700.000 da entrate correnti, 18.6 milioni da “quota avanzo presunto 2011”; le spese per investimenti 283 milioni. AIPo può fare affidamento su ulteriori contributi dello Stato (32.1 milioni, di cui 7.4 milioni a copertura del costo di 273 dipendenti trasferiti ad AIPo), Protezione Civile (1 milione), Lombardia (12.8 milioni, cui si aggiungono 9.1 milioni con contributo per la copertura delle spese per la gestione della navigazione regionale), Veneto (3 milioni di finanziamento), Emilia Romagna (30.3 milioni per la gestione della navigazione regionale); vista la sua situazione finanziaria, non è dato sapere se il Piemonte potrà partecipare.

Un guazzabuglio contabile, tipico della contabilità farraginosa della PA; che fa sorgere domande: quale è il bilancio di AIPo? Quale il suo patrimonio? Quale è patrimonio immobiliare? Quale è il costo del personale, totale e per dipendente? Stato e regioni “pagano a piè di lista”? Che controllo viene fatto da Corte dei Conti, Ministero delle Infrastrutture, regioni?

Riteniamo che i traffici sulle vie d’acqua interne siano importanti, anche se il Po non è il Reno tedesco; una decente politica integrata dei trasporti commerciali non può farne a meno. Infine, per comprendere lo stato del fiume “sacro”, invitiamo a ri-leggere le stupende pagine scritte da Paolo Rumiz, giornalista e molto di più, che nel 2012 ha fatto un viaggio in barca lungo le acque navigabili del Po, fiume abbandonato, sconosciuto, spopolato di uccelli e pesci, invaso da malavitosi che lungo le sue sponde possono condurre attività criminose di ogni tipo.

8.8.2013

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Liberiamo!

ANCHE I GIUDICI DELLA CASSAZIONE AFFOSSANO LE BANCHE

La Corte di Cassazione, con l’importante sentenza n.350 del 9 gennaio 2013 ha dato un’altra spallata al già traballante equilibrio del sistema bancario italiano. La pronuncia della Suprema Corte qualifica come usurari e quindi passibili di restituzione, quegli interessi convenuti in contratto sui mutui ipotecari che,calcolati includendovi interessi di mora e altri oneri a qualsiasi titolo, superano i limiti stabiliti dalla legge sull’usura.Per capire la portata di tale pronuncia, stranamente passata quasi inosservata dalla stampa, specializzata e non, si consideri che la stragrande maggioranza dei mutui ipotecari erogati dalle banche presentano tassi contrattualmente convenuti che, ab origine,includendovi i tassi di mora, superano i limiti oltre i quali scatta l’usura. É pertanto verosimile attendersi nel prossimo futuro, un’ondata formidabile di richieste di rimborso degli interessi corrisposti da parte dei soggetti finanziati. Non solo. Infatti oltre a dover rimborsare gli interessi, le banche dovranno anche accontentarsi della restituzione del solo capitale residuo, dal momento che , in tal caso, ai sensi del Codice Civile, il mutuo si considera gratuito.
Questa sentenza non fa che aggravare la già difficile situazione delle banche, ormai da tempo sotto attacco da parte dei propri clienti a seguito delle numerose cause in giudizio per usura e anatocismo presenti in un numero molto rilevante dei rapporti di conto corrente. Sulla base di recenti statistiche effettuate da società specializzate, emerge infatti che quasi il 90% dei rapporti di conto corrente affidati, accesi dai clienti negli ultimi dieci anni nei confronti di Istituti Bancari Italiani, sono affetti da anomalie bancarie, soprattutto anatocismo e usura, che, ricordiamolo, è anche un reato penale. Le banche tendono a minimizzare queste situazioni, sotto il profilo mediatico, ma riteniamo che la situazione che cova sotto la cenere stia davvero diventando esplosiva.
Con buona pace di chi ancora crede che il sistema bancario italiano sia tra i più solidi d’Europa.

Daniele Monarca

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Sodo Caustico

Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate …

Terza puntata negli inferi delle privatizzazioni possibili e mancate: l’ACI. Nelle parole di un ex-ministro: “se l’ACI non esistesse, nessuno lo introdurrebbe”. Così si va fra la perduta gente …

106 automobile club provinciali, 3.200 dipendenti, gestione del pubblico registro automobilistico (che gareggia con i registri della motorizzazione civile e l’archivio nazionale dei veicoli: 3 registri al posto di 1, roba da “palati fini”) e riscossione delle tasse automobilistiche (in concorrenza con sportelli bancari, banche on-the-web ed uffici postali:  magari meriterebbe controllarne i costi transazionali), accanto alla vendita (in regime di concorrenza: e quindi con conti in rosso profondo) di servizi di assistenza, polizze assicurative, viaggi.

Le principali società partecipate e collegate sono Sara assicurazioni (54.12% per un valore di carico di 29.6 milioni, premi annui 650 milioni, 500 agenzie), ACI Progeo (100% per un valore di carico di 29.6 milioni, ricavi per 8.5 milioni: “mistero gaudioso”…), ALA assicurazioni (10%), ACI Sardegna SGS (97%), Aci Global (100%), Aci Informatica (100%), Aci Vallelunga (99.9%), Aci Consult (75.49%), Aci Sport (99.9%), Aci Mondadori (50%), Agenzia Radio Traffic (35%), Ventura (90% che perde 1.5 milioni l’anno coi servizi di agenzia viaggi e turismo), Targasys (50%).

Negli ultimi anni sono stati commissariati le sedi provinciali di Macerata, Nuoro, Oristano, Reggio Calabria, Pistoia, Venezia, Brescia, Padova, Salerno. La Corte dei Conti ha spesso denunciato il meccanismo delle sedi provinciali (totali 106) di costituire società di servizi replicando localmente il modello centrale, con duplicazione dei costi.

L’ AC provinciale più famoso ed importante è Milano che organizza il GP di Monza e ne gestisce l’omonimo autodromo, tramite società controllate e non: epica una “querelle” sul tema, ripresa dalla trasmissione televisiva “Report”.

Statuto e regolamenti non prevedono limiti al numero di mandati (un passato segretario generale mantenne la carica dal 1975 al 2002: 27 anni; ed un past-presidente per 18 anni dal 1982 al 2000). La riduzione delle immatricolazioni ha un effetto immediato su ricavi, e margini, dell’ACI che dalla gestione del PRA ricava (dati 2012) 161 milioni su 302 milioni di fatturato (erano 341 milioni nel 2010 e 328.9 milioni nel 2011). Il costo del personale (3.200 dipendenti) pesa per il 50% dei ricavi (con un costo azienda di 47.000 euro per dipendente).

Nel 2011 ACI ha presentato un bilancio con un utile di 26.6 milioni, grazie a: (a)una riduzione dei costi di 22.9 milioni (da 371 a 348 milioni, su 328.9 milioni di ricavi) che in parte hanno compensato la riduzione dei ricavi di 12 milioni, e (b) una operazione immobiliare fra parti correlate:  vendita a Aci Progei (100% ACI) di un palazzo romano sede di Aci Informatica per un valore di 48.7 milioni, con plusvalenza di pari importo. Sara assicurazioni ha inoltre distribuito 5.4 milioni di dividendo alla casa-madre. Il bilancio finale 2012 si prospetta ancora in sofferenza (complice l’ulteriore caduta delle immatricolazioni), a fronte di un budget previsto in perdita per 27 milioni su ricavi per 302 milioni. Come farvi fronte? Il management prevede una sforbiciata ai costi 2013 di 22 milioni per prestazioni e servizi e 1.5 milioni sul personale, unitamente ad un bel contributo di 8 milioni di plusvalenza sulla prevista cessione di una quota di Sara assicurazioni.

Confidando, in tal modo, di assicurarsi il rinnovo del mandato: “teniamo famiglia ed un ampio parco-vetture …”

7 agosto 2013

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Sodo Caustico

Privatizzare è un po’ morire …

 

Proseguiamo il nostro viaggio nelle privatizzazioni che non riescono a realizzarsi con un grazioso riferimento a Fintecna, la holding nata nel 1992 per allocare società pubbliche da dismettere, e posta in liquidazione nel 2000: se 13 anni vi paiono tanti …

Nel novembre 2012 la Cassa Depositi e Prestiti ha acquistato da MinEconomia il 100% di Fintecna per un corrispettivo (provvisorio, come sempre nel nostro paese) di 1.592 milioni, pari al 60% del patrimonio netto a fine 2011: in pratica, con uno sconto del 40%; il restante prezzo sarà dovuto se e nella misura in cui sia “ritenuto congruo” da CDP (con la stessa procedura CDP ha acquistato Sace e Simest da MinEconomia). Un buon affare? Ricordiamo che CDP non è considerata nel perimetro della PA e quindi il suo debito non è considerato debito pubblico.

Che cosa ha in pancia Fintecna? Immobili (stimati in bilancio 1 miliardo di euro), stabilimenti dismessi (quindi, vuoti) delle ex-industrie di stato dell’acciaio e della manifattura tabacchi, villaggi turistici, alberghi, l’ex-sede del Poligrafico dello Stato ai Parioli, una partecipazioni di controllo del 90,36% in Fincantieri, l’1,46% di Air France-Klm, l’1,7% di Ansaldo Sts. Il bilancio 2011 ha visto un fatturato consolidato di 2.508,2 milioni ed un utile di 67,93 milioni che ha consentito alla capogruppo di pagare un dividendo di 30 milioni; disponibilità liquida di 1.291 milioni. 10.336 dipendenti (di cui 9.976 in Fincantieri) dipendono da questa “vacca sacra”,  “nata per morire” (come ripete il suo presidente pro-tempore, da molto tempo ormai: ma che altro possiamo attenderci …) ma che dimostra ancora una certa “resilienza”.

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Sodo Caustico

Il grande campo da privatizzare.

Quando si parla di privatizzazione subito il pensiero va alle società quotate a partecipazione pubblica (Enel, Eni, Terna, Finmeccanica) che tutte insieme rappresentano i “gioielli della corona” e quindi, in modo pavloviano, guai a chi pensasse ad una loro dismissione. Ma sono innumerevoli le società a partecipazione pubblica, centrale e periferica, che potrebbero essere rapidamente cedute senza lasciar fiato per un “giù le mani, queste sono strategiche”.

Partiamo per questo lungo ed interessante viaggio dal Piemonte e dall’esame, seppur sommario, di Finpiemonte Partecipazioni, nata dalla separazione fra le attività di finanziamento regionale (lasciate in Finpiemonte) e di partecipazione al capitale, messe in Finpiemonte Partecipazioni FP, società dotata di 76,5 milioni di capitale e con investimenti valutati 120 milioni, distribuiti su 35 partecipate: e subito capite che ci sono 35 consigli di amministrazione, anzi 36 contando la holding FP, con relativi consiglieri di nomina politica. Le società partecipate operano in settori “strategici” quali la ricezione turistica (5 società: Villa Melano posseduta al 41,19%, La Tuna al 56,02%, Agenzia di Pollenzo al 24,88%, Expo Piemonte al 39,89%, Monterosa ski al 37,28%; tutte insieme “valgono” 23,2 milioni di investimenti fatti), logistica (7 società: CIM al 30,06%, Consepi al 50,15%, Fondazione Slala al 15,22843%, Interporto Rivalta Scrivia al’1,6618%, Retroporto di Alessandria al 29,17%, Rivalta Terminal Europa al 5,84%, SITO al 52,7434%; tutte insieme “valgono” 45,2 milioni), finanza (2 società: Eurofidi al 17,75%, Fingranda 30,02%, che “valgono” 21,4 milioni), territorio (12 società di cui 5 in liquidazione: Città Studi Biella al 20,48%, Icarus al 20.4%, Montepo al 41%, Nordind al 26,3%, Saia al 28,5916%, Snos al 51%, Sviluppo Investimenti sul Territorio al 99,20668%, Torino Nuova Economia al 40%; tutte insieme “valgono” 32,3 milioni); energia ed ecologia (4 società: Ardea al 29,05%, Barricalla al 30%, SMC al 35%, Strambino solar al 40%; tutte insieme “valgono” 2,5 milioni).

Nel 2011 (ultimo dato disponibile sul sito di FP), i proventi ricevuti da tali partecipazioni furono di 2,716,000 euro, insufficienti a pagare le spese correnti (inclusi dipendenti ed affitto di sede prestigiosa, nella centrale Galleria San Federico).

Inutile ricordare l’appartenenza politica del Presidente (di stretta osservanza leghista, e consigliere Eni sempre in quota-Lega: sicuramente manager di valore). Con la legge d Bazzica, parliamo di 100 posizioni apicali destinate, ed occupate, da politici e persone che alla politica devono, e forse danno.

Per una regione in profonda crisi istituzionale e con un deficit sanitario “stellare” sommessamente consigliamo una drastica cura di dismissioni e dimissioni.

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Sodo Caustico

Il fisco USA pensa all’economia reale.

Il governo USA vuole rilanciare l’industria manifatturiera americana: la riduzione delle tasse sugli utili societari è la prima mossa;  l’attuale sistema fiscale Usa è “troppo complesso” e discriminatorio “dove alcune aziende pagano il 38% mentre altre che ingaggiano stuoli di avvocati non pagano praticamente tasse” ed il governo intende eliminare le scappatoie che “incoraggiano le società a de-localizzare all’estero”. La riduzione dell’aliquota al 25% unitamente alla eliminazione degli incentivi a spostare gli stabilimenti all’estero (le norme che hanno portato alla riduzione in “belt rust” le città industriali) è il segno che si cambia musica: da Wall Street a Main Street.

Il governo USA vuole anche ridurre le convenienze contabili che consentono, e favoriscono, la creazione di utili e cassa nelle sussidiarie estere.

Da tempo auspichiamo analoga misura con un obiettivo ambizioso ma raggiungibile nel medio termine e soprattutto “messaggio forte” per chi vuole continuare a fare impresa in questo paese (che resta, a dispetto di politici, burocrati sindacati e “fancazzisti”, il secondo paese industriale europeo): equiparare la tassazione sul reddito di impresa (l’impresa crea lavoro e ricchezza) e la tassazione sulle rendite finanziarie (la rendita consuma la ricchezza). Il paese potrebbe vivere un “rinascimento industriale e sociale”: diamogli una mano.

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Sodo Caustico

It’s economy, stupid !

Nel 2010 gli investimenti esteri in Italia sono crollati da 34 a 10 miliardi di dollari; ogni anno nel mondo “girano” 1.400 miliardi di dollari in cerca di investimento e l’Italia riesce ad intercettarne meno dell’1%. Un dato sconfortante se pensiamo che il nostro paese continua ad essere al numero 8 delle economie per Pil ed al numero 4 (il 2 in Europa) per produzione industriale. Il confronto con lo “stock” di investimenti esteri (il totale cumulato negli anni) ci mette ancor più in difficoltà: in Europa svetta l’Inghilterra (1.321 miliardi di dollari), seguita da Francia (1.095 miliardi), Spagna (716 miliardi), Germania (666 miliardi), Svizzera (635 miliardi), infine l’Italia (357 miliardi). Investimenti esteri portano e danno occupazione di pregio: 1.2 milioni di occupati (lo 0.3% delle imprese) ed il 24.4% delle spese in ricerca e sviluppo. Roba da “tappeto rosso: prego si accomodi”, il tutto invece frenato dall’italica lentezza e farraginosità di PA, burocrazia, fisco: siamo al posto 74 per facilità di fare impresa, al posto 42 per competitività, al posto 142 per complessità della regolamentazione (dati Banca Mondiale).  Ritorniamo ai “basics”: delegiferare, sfoltire la PA ed i posti apicali, eliminare competenze sovrapposte, processi civili rapidi (e ricordiamo la nostra proposta di sospendere per 5 anni il grado di appello civile: meglio una giustizia rapida che una “giusta” dopo 10 anni), chiarezza delle leggi applicabili in particolare su fisco, lavoro, ambiente.

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The Loner

Bankitalia: troppe tasse e le imprese faticano

Finanza personale
02/08/2013

Impresa, dalle tasse arriva il semaforo rosso

   
(da La Stampa, 2 agosto 2013)
 

Siamo il Paese dello scenario europeo dove si evade di piu’, ma anche uno tra quelli in cui il peso del Fisco e’ particolarmente pressante, soprattutto sulle imprese. Cio’ ha ripercussioni negative anche sul sistema industriale italiano: come suggerito da Bankitalia sulla scorta di una sua recente indagine, la priorita’ dovrebbe essere una riduzione del costo del lavoro in aggiunta d una diminuzione del carico fiscale gravante sulle imprese.

Le imprese in Italia sono schiacciate dalle tasse

Bankitalia ha recentemente individuato un quadro di debolezza sostanziale del sistema industriale italiano. Tutti i settori mostrano un’attivita’ produttiva molto piu’ lenta rispetto a prima dell’ultima recessione economica con l’eccezione del settore dei prodotti alimentari e farmaceutici. I dati raccolti con la ricerca dimostrano che per aumentare la competitivita’ la ricetta da adottare dovrebbe essere una riduzione del costo del lavoro in aggiunta a una riduzione del carico fiscale e dei costi energetici.

Secondo gli economisti, infatti, il carico fiscale delle imprese italiane e’ piu’ di 8.5 per cento superiore alla media dei paesi dell’area euro, e che, se si aggiunge anche l’incidenza dell’imposta sulle societa’ regionali, che in eccesso viene aumentato al 13 per cento.

Infine, Bankitalia indica che le imprese italiane devono anche subire ulteriori spese dal tempo assorbito dalla complessita’ di amministrazione fiscale, e dai costi che sono meno quantificabili e piu’ indiretto, come ad esempio l’incertezza causata dai continui cambiamenti di regole e regolamenti.

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Sodo Caustico

Atleta da pentathlon.

Gli USA non finiscono, né finiranno, di stupire: come un’araba fenice riescono sempre a rinnovarsi e trovare nuove occasioni di crescita, ripetendo (all’infinito?) il mito del “Far West” con le sue praterie da conquistare.

Una primaria società di consulenza (che non citiamo, essendo in “conflict of interest”) ha previsto un brillante futuro per gli USA basato su 5 elementi di sviluppo: energia, commercio, analisi informatica, infrastrutture, talento; che porterebbero ad un contributo annuale di 150 miliardi di dollari nel 2020 ed a milioni di nuovi posti di lavoro: gli investimenti fatti ora daranno frutti nel medio-lungo termine. Gli USA sono formichine, mica cicale mediterranee…

Lo sviluppo delle tecniche di estrazione di “shale energy”, gli investimenti in infrastrutture e nel manifatturiero ad alta intensità tecnologica (il “back to USA”) potrebbero creare 5.3 milioni d nuovi occupati. La parte del leone verrebbe dalle ricadute derivanti da investimenti nel “talento”: l’istruzione come mezzo e strumento di crescita per lavori qualificati, che in un circolo virtuoso formano la base indispensabile su cui le imprese investono.

Vediamo un po’…: in Italia non investiamo in nuove energie (le pale eoliche guastano il paesaggio), infrastrutture (la TAV è opera del diavolo), talento (meglio ignoranti: così non capiscono…?). Meglio, molto meglio le notti bianche all’Idroscalo e le passeggiate serali ai Fori Imperiali (dove prevediamo che Colosseo e sacri Fori saranno chiusi per sciopero degli addetti e comunque inavvicinabili causa blocco stradale dei taxisti).

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Sodo Caustico

Svegliati, Giacomino!

Grandi eventi ci attendono: l’implosione avvenuta di Scelta Civica porterà ad una rapida diaspora di forze in parte dirottate sugli scogli dell’UDC ed in parte su un barcone di migranti in attesa di amorevole sollievo: ed il primo che arriva “prende tutto”; la prevedibile rottura del fragile sodalizio fra ex-comunisti ed ex-democristiani sull’altare delle conseguenti decisioni sull’ineleggibilità di Berlusconi, che esploderà al momento del suo voto in Senato: e “Giovanni Senza Terra” Renzi potrà finalmente assurgere a meritata “nota a pie’ di pagina” visto il suo “sotto il vestito, poco”; la parziale fuoriuscita dei pochi “sani di senno” del PdL che non si piegheranno, “more solito”, ai “diktat” di “padron Silvio” e che già soffrono le parole di chiamata alla “guerra civile” pronunciate dall’ineffabile “bocca di fuoco” dell’ex-comunista, ex-seminarista, ex-ministro ai Beni Culturali (sic!).

In questo scenario lontano dall’idillio (il caldo estivo da’ alla testa ed anche più in basso), unica certezza è che non si andrà a votare in autunno con l’attuale legge elettorale e con questo Presidente della Repubblica. Ed allora?

Allora, “diamoci da Fare, Giacomino!” e cerchiamo una rapida aggregazione di forze liberal-democratiche. E dimentichiamo, please!, le parole dette in libertà da “Libera e Bella” che chiama a raccolta le forze berlusconiane: niente da fare, LdM non riesce mai ad andare oltre una risicata “pole position”.

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Sodo Caustico

“guerra civile” o “colpo di stato”? questo è il triste dilemma.

La tetra parola “guerra civile” pronunciata da un parlamentare di lungo corso ed ex-ministro si deve annoverare fra le “caudane” estive o sotto c’è qualcosa di più, oltre al tentativo di far apparire per perseguitato chi da 20 anni perseguita il paese? Appare la classica “chiamata” di un atto di forza, quindi contro la legge, contro il parlamento, contro il governo, contro la costituzione; essendo quello che è: un atto rivoluzionario, sortirà effetto? Delle due l’una: o i cittadini sono stremati e disinteressati delle vicende di un “criminale seriale”, o ci sono (ma quanti?) dei cittadini pronti a prendere le armi (perché senza armi, che “guerra civile” sarebbe? Un’opera buffa, nello stile preferito del “criminale seriale”? Suvvia, qui si tratta di persone che hanno fatto la storia della massoneria deviata, P2 e dintorni: rileggersi “La P2. Nei diari segreti di Tina Anselmi”, Chiarelettere, 2011).

Faremmo torto alla intelligenza dell’ex-ministro, per quanto egli sia “servo contento d’esserlo”, se non prendessimo sul serio le sue minacce.

In un paese “con gli attributi” la situazione che stiamo vivendo sarebbe, invece e purtroppo, occasione unica ed irripetibile per quello che si chiama “colpo di stato” ad opera dei militari: crisi politica endemica, disonore delle istituzioni, assenza di alternative democratiche, ripetuto ricorso ad elezioni sempre più infruttuose, divisioni insanabili fra partiti reciprocamente delegittimati, forze che a vario titolo ripetono “arrendetevi, siete circondati”, “questo è un colpo di mano dei magistrati”, “basta con le persecuzioni”. Ma non ci sono più i militari di una volta: o no? Vedi mai che importeremo, ad ulteriore vergogna, colonnelli dall’Egitto: lì hanno tradizione esperienza ed attributi per colpi di stato (seriali), oltre a mezzi smisurati (ben finanziari dal “kingmaker” di tante rivoluzioni e contro-rivoluzioni).