Sodo caustico. Se vuoi campare, all’estero devi andare.

Dai “Dati cumulativi di 2.035 imprese” preparato da Mediobanca, apprendiamo che il 12% delle vendite del campione (in tutti i sensi) vengono per il 12% dal mercato Italia, per il 23% dall’export, per il 65% da vendite sull’estero di consociate estere: le prime 2.035 imprese industriali italiane si affidano per l’88% ai mercati esteri. “Call it globalization” o che altro, la forza delle imprese private italiane riesce ad emergere, nonostante tutto: dove il tutto comprende sistema politico, burocrazia centrale e periferica, ostacoli alla libera impresa che arrivano da soggetti prevedibili (possiamo dirlo? Sindacati ed amministratori incapaci e beceri). Fatto il “pistolotto” resta da trarne spunti per proposte.

Come far tornare le imprese italiane a produrre in Italia? Come attrarre imprese estere a venire in Italia per farne un centro di eccellenza? Chi segue Sodo caustico ha avuto modo di leggere osservazioni sul sistema-paese, che nonostante tutto (sempre quello …) continua ad essere il secondo paese industriale europeo dopo la Germania e fra i primi 10 a livello mondiale.

Burocrazia: eliminare le posizioni apicali nella PA centrale e locale; eliminazione delle Regioni; de-legiferazione normativa; responsabilità diretta e personale del funzionario pubblico cui è demandato il controllo, a vario titolo, sul fare impresa; sospensione del grado di appello civile per 5 anni (destinando i magistrati dell’appello allo smaltimento dei processi in primo grado, riducendone i tempi dai 10 anni attuali a meno di 3 in meno di 3 anni); sportello unico nazionale per le imprese estere che vogliono investire in Italia.

Gestione delle crisi di impresa. Abbattiamo una volta per tutte una “vacca sacra”: dobbiamo difendere l’impresa ed i lavoratori, non “quei” posti di lavoro. Inutile gettare soldi in una impresa decotta (che ha il diritto-dovere di fallire) per salvare “quei” posti di lavoro; occorre utilizzare i soldi per “ri-qualificare” i lavoratori (che hanno diritto di lavorare) e renderli idonei a nuovi posti di lavoro in nuove imprese. Essere sul mercato, assecondarlo significa seguire le evoluzioni: diversamente, avremmo salvato i carrettieri all’avvento del treno e saremmo ancora al trasporto coi carretti. Sapete quanti “tavoli di crisi” sono aperti al MISE (Ministero dello Sviluppo Economico, per ironia della sorte)? Diverse migliaia; e coinvolgono decine di migliaia di lavoratori. Se il MISE (nella sua accezione originale) dedicasse altrettanto sforzo nel promuovere lo sviluppo delle imprese …

Occupazione: se l’impresa va all’estero, cala l’occupazione nazionale e calano i relativi investimenti in formazione.  Investire in istruzione eccellente è il primo passo per attrarre l’impresa che offre un miglior lavoro. I risultati non sono a breve: mettiamoci di buona lena, allora.

Investimenti: per ogni euro di fatturato prodotto all’estero c’è qualche centesimo di investimento fatto da una impresa italiana (con soldi italiani) in un paese estero, e molto probabilmente acquistando macchinari esteri. Le eccellenze italiane nel fare macchine che fanno altre macchine o prodotti sono insuperate: le filiere produttive vanno seguite con una politica di indirizzo e supporto allo sviluppo tecnologico, base per un successo di prodotto.

Infine, trasformiamo gli uffici diplomatici all’estero: devono essere il punto di contatto, promozione, sviluppo dell’impresa italiana nel mondo.

 

9.8.2013

Sodo caustico. Compriamo 1 azione IntesaSanPaolo ed andiamo in assemblea…

IntesaSanPaolo ha dichiarato (senza indicare il nome del cattivo debitore) di aver riclassificato da “ristrutturato” (possibilità di recupero) ad “incagliato” (probabilità di perdita) una singola posizione creditoria di 1.2 miliardi. Come riportato dal Sole (9.8.2013) nel mercato ci si chiede chi possa essere il debitore e gli indizi puntano su Zaleski.  Non abbiamo doti divinatorie, ma siamo appena appena attenti a come val il mondo: vi rinviamo ad un recente Sodo caustico, qui accluso, dove commentavamo di banche e cattivi debitori. Compriamo tutti 1 azione ISP ed andiamo alla prossima assemblea a chiedere conto di chi, come e perché la banca eroga a piene mani a “pesci grossi e con denti grossi e famelici” e rifiuta credito a “pesci piccoli ma sani”. Per fare banca, occorre conoscere la tecnica bancaria e ben valutare il merito di credito, non svalutarlo come troppo spesso fanno le banche nazionali per palese incapacità di gestione.

 

 

Se hai un piccolo debito sei nei guai, se ne hai uno grosso è nei guai la tua banca!

 

Commentiamo 2 notizie fresche di giornata: il nuovo piano, l’ennesimo, di salvataggio di Zaleski; le minusvalenze potenziali sulle azioni possedute in Intesa San Paolo da parte di Fondazione Cariplo e Compagnia San Paolo. Tutto si tiene, si dice in lingua francese. Per parlare in italiano: quando le banche ed i loro azionisti si danno puntello reciproco.

Partiamo dall’alto: i 2 grandi azionisti di Intesa San Paolo, ai prezzi attuali dell’azione della banca, “perdono” rispettivamente 1,5 miliardi la Fondazione Cariplo e 500 milioni la Compagnia San Paolo. Le conseguenze sono banali, in una situazione dove tutte le banche, ed anche ISP, avranno bisogno di capitali addizionali per rispettare le regole internazionali (Basilea 3 ed a venire): non ci sono soldi in cassa, sia per partecipare ad aumenti di capitale che per erogare risorse sul territorio come prevede il loro statuto. Pessimi investimenti? Pessima gestione del patrimonio delle fondazioni? Sorte avversa e ria? Escludiamo la terza.

A chi erogano prestiti le grandi banche? In primis, a grandi debitori, ed il gruppo Carlo Tassara spa, posseduto da Roman Zaleski è uno di questi; ma che fa la Tassara? E’ una holding di partecipazioni; ma che partecipazioni? Li snoccioliamo: 1,73% di Intesa San Paolo, 1,14% di MPS, 1,42% di UBI banca, 2,5% di B. Pop. Milano, 1,41% di Cattolica assicurazioni, 2,5% di A2A (utility lombarda). Nulla di industriale. Valore delle partecipazioni agli attuali pezzi: circa 1 miliardo, a fronte di debiti col sistema bancario di 2,2 miliardi (già “limati” negli anni passati per effetto di accordi stragiudiziali con le banche).

Le banche hanno finanziato un gruppo privato e con questi finanziamenti il gruppo ha acquistato azioni delle banche stesse. Il valore delle azioni delle banche si è deteriorato (in alcuni casi, di oltre la metà del valore di acquisto). Non ci sono soldi in cassa per ripagare i debiti onerosi. Non è possibile vendere parte degli investimenti perché il loro valore attuale è inferiore a quello di acquisto e con quanto si incasserebbe non si potrebbe ripagare che una piccola parte del debito con le banche. E le banche non possono “permettersi” di rimetterci quattrini con un gruppo che ne sostiene l’assetto azionario. Con grande amicizia.

Chi si ricorda come venne sciolto il nodo gordiano? E’ che non abbiamo un Alessandro Magno.