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Liberiamo!

Per capire dove siamo: la Scozia

logoLa Scozia, regione autonoma della stessa Unione europea a cui apparteniamo anche noi, ha avviato percorso per tendere all’obiettivo “rifiuti zero” o rifiuti “quasi zero”.

Come strumento complementare alla normativa regionale da poco adottata, “Resource Efficient Scotland” è un programma attualmente finanziato dal governo scozzese per favorire il passaggio alla fase operativa della nuova gestione dei rifiuti, prevista per il 1° gennaio 2014.

Una delle azioni che sono messe in campo riguarda la gestione efficiente delle risorse. Il programma Resource Efficient Scotland aiuta qualsiasi soggetto, pubblico o privato, a risparmiare denaro nel miglioramento della gestione delle risorse come l’acqua, l’energia e le materie. Si tratta di interventi semplici, come lo spegnimento di macchinari accesi oppure ridisegnando prodotti o processi per ridurre i costi alla fonte.

Ridurre le spese significa anche ridurre i rifiuti, che così non devono poi essere gestiti …

http://www.resourceefficientscotland.com/

Enrico Martial

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Menhir

AUGURI SILVIO! by John Towers (Menhir)

Pensavo che dopo aver votato compatti per garantire che Ruby fosse la nipotina di Mubarak… avessimo toccato il minimo storico in Parlamento.
Il precedente record risaliva a quando Caligola nominò il suo cavallo Senatore!
Ma i record sono fatti per essere battuti…
Quindi per elaborare il lutto ho voluto fare degli auguri possibili/probabili immaginando di calarmi in suoi amici-sudditi-dipendenti… per il giorno del suo 77° compleanno.
Ecco come su TWITTER ho affrontato “il problema dei 186 Parlamentari telecomandati”
1) Grande Silvio! E pensare che volevo farti gli auguri proponendoti “il solito”! V. Putin (forse)
2) Auguri Presidente! Spero però che, adesso, non direte più che sono solo io che non riesco a controllarmi… M. Balotelli (forse)
3) Auguri Silvio! W la giusta guerra contro l’aumento dell’IVA… lo sapevo che la tua parola è sacra! E. Fede (forse)
4) Scusate il mio italiano approssimativo, spiegatemi meglio la differenza tra DECADUTO, DECADENTE e DECEDUTO… A. Merkel (forse)
5) Scusate il casino… a saperlo l’avrei tenuto in casa! F. Pascale (forse)
6) Ho già avuto un incubo. Primo Decreto Santanchè: chiudere la metà dei ristoranti per dimostrare che, comunque, sono sempre pieni!
7) Auguri Silvio! Non preoccuparti se, da domani, i bancomat di MPS distribuiranno DRACME!
e per finire:
8) “Prima o poi una Nazione diventa, ESATTAMENTE, quello che è!” John Towers
teniamo duro…
TWITTER: @invictus_fare

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Liberiamo!

I video di Liberiamo – Liberiamo le imprese 6

Conclusione di Oscar Giannino e saluti finali di Gabriele Colli Lanzi.

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Liberiamo!

I video di Liberiamo – Liberiamo le imprese 5

L’intervento di Antonella Lattuada

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Liberiamo!

I video di Liberiamo – Liberiamo le imprese 4

L’intervento di Laura Costato

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Sodo Caustico

Sodo caustico. L’insostenibile costo del cibo.

Questa sera, all’ora di cena, ci saranno nel modo 219.000 commensali in più, da sfamare, a cui nessuno ha pensato. Questi ospiti inattesi, prima o poi, inizieranno a cercare quel cibo che spetta loro, come a qualsiasi abitante della Terra. Parliamo del fabbisogno di cibo di 9 miliardi di esseri umani, che hanno esigenze simili ma diversi accesi al cibo, per quantità e qualità, entrambe attributi necessari per una esistenza se non sana, almeno quasi.

Quantità e qualità del cibo dipendono, in misura significativa, da elementi legati e/o dipendenti dal clima: idrologia, biologia, produzione agricola. L’U.N. Food Price Index, che definisce l’andamento dei prezzi a livello mondiale, è raddoppiato fra il 2002 ed il 2012: il cibo è venduto a prezzi non più sostenibili per chi deve cibarsi. In altri termini, la vera crisi verrà dall’agricoltura, dalla sua capacità di rendere disponibili materie prime alimentari essenziali. Il clima ha un impatto immediato sui raccolti: il 2102 passerà alla storia come l’annata più calda e torrida dal 1895 (anno 0 della serie statistica) e l’estate del 2012 come la più secca dal 1956 negli Stati Uniti, dove il 45% del mais è stato considerato scadente o molto scadente, e dove le scorte di grano e soya sono ai minimi. Il terrore che nei prossimi anni si ripeta  una Grande Depressione (1929 allora, 2008 ora) seguita dalla grande siccità nel Midwest (il “Dust Bowl”, il deserto polveroso descritto in “Furore” di John Steinbeck) aleggia gravido. Per la FAO, il disastro del 2012 è peggiore di quello del 2007-2008: ora c’è uno “shock” climatico accompagnato da una caduta reale dei raccolti. I prezzi all’ingrosso di soya e mais sono arrivati al record storico; per l’Onu ci sono gravi “conseguenze per i più poveri, quella vasta parte dell’umanità che spende il 75% del suo reddito per acquistare il cibo”. Il pensiero corre al Bangladesh, all’Africa sub-sahariana, all’Egitto, a rischio di denutrizione in caso di rincaro dei prezzi.

La crisi sarà esasperata a livello energetico: la produzione di energia elettrica oggi utilizza più acqua dell’agricoltura, e di acqua c’è bisogno anche per raffreddare centrali termo-elettriche e nucleari, per l’estrazione di petrolio e gas naturale; negli Usa, oltre la metà dell’utilizzo d’acqua è legata alla produzione energetica. L’opulenza brucia risorse, la povertà aumenta per l’assenza di risorse. Il caldo fa male anche agli animali: i maiali mangiano il 30% in meno di mangime, le vacche producono il 20% in meno di latte.

La preoccupazione per l’accesso a spazi coltivabili, in diminuzione per la progressiva desertificazione di aree coltivate causata dalla siccità, ha portato al c.d. “land grabbing”, l’acquisto di vaste aree a poco prezzo, in Africa: nel solo 2010 le acquisizioni di terre da parte di paesi stranieri sono state 464 per un totale di 140 milioni di acri, più di 2 volte il totale degli acri coltivati a mais e grano negli Stati Uniti.

Vacuo parlare, in queste condizioni, di sviluppo sostenibile; l’equilibrio attuale e prospettico è insostenibile; occorre ripensare a livello globale che cosa coltivare: prodotti alimentari che richiedono meno acqua per crescere; e che tipo di energia sviluppare ed utilizzare.

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Liberiamo!

I video di Liberiamo – Liberiamo le imprese 3

Ecco la terza ed ultima parte dell’intervento di Oscar Giannino

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Liberiamo!

I Video di Liberiamo – Liberiamo le imprese 2

Ecco la seconda parte dell’intervento di Oscar Giannino

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Liberiamo!

I video di Liberiamo – Liberiamo le imprese 1

Introduzione e prima parte dell’intervento di Oscar Giannino

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Liberiamo!

Le foto di Liberiamo le Imprese

Non appena possibile saranno messi a disposizione gli interventi integrali dei relatori Antonella Lattuada, Laura Costato ed Oscar Giannino. Nel frattempo… ecco alcune foto dell’evento.

Grazie a tutti gli intervenuti.

 

Ora prepariamoci al prossimo incontro, LIBERIAMO LA SCUOLA!

 

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Eventi

Le iniziative di Liberiamo!

Le Iniziative di Liberiamo!
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Ciclo di incontri intorno alle libertà negate
organizzati dal Comitato Milano Nord Est

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24 Settembre 2013, ore 21:00

LIBERIAMO! … le imprese

ANTONELLA LATTUADA
(Imprenditrice, Associata di Imprese che resistono)
LAURA COSTATO
(Imprenditrice, Associata di Imprese che resistono)
OSCAR GIANNINO
(Giornalista)

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22 Ottobre 2013, ore 21:00

LIBERIAMO! … la scuola

ANDREA ICHINO
(Professore Università di Bologna,
co -autore con Guido Tabellini del saggio “Liberiamo la Scuola”)
CARLO LOTTIERI
(Direttore Dipartimento Teoria Politica, Istituto Bruno Leoni)
e con
SALVATORE MODICA
(professore di Economia Politica, Università di Palermo)
membro della Direzione Nazionale FARE Per fermare il Declino

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Gli incontri si terranno presso:

Antares Hotel Concorde
Viale Monza 132
20127 Milano

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The Loner

Liberiamo e TWITTiamo con garbo… liberiamo_org

Il nuovo account di Twitter LIBERIAMO_ORG è una realtà!

 

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Liberiamo!

Il Governo Letta… “brucia” 97,4 MD!

Dopo anni di indagini, con l’Operazione Macchianera, il Generale della Guardia di Finanza UMBERTO RAPETTO era riuscito a trovare le prove inconfutabili che dimostravano che le dieci società concessionarie del business dei giochi d’azzardo e videopoker dovevano allo Stato 98 MD di € (NOVANTOTTOMILIARDIDIEURO!).
Inutile sottolineare le difficoltà ed i pericoli di una indagine così delicata e colossale…
Ma in poche settimane la macchina politica si è attivata e a maggio 2013 la Corte dei Conti con una sentenza allucinante ha ridotto a 2,5 MD il quantum dovuto da questa potentissima Lobby.
Non contenti, i politici, a caccia di toppe per mendicare briciole utili per continuare a non fare nessun taglio sugli 811 MD annui di costi della macchina politica, hanno pensato ad un ulteriore premio…
Infatti pochi giorni orsono il mendicante Letta ha avuto il coraggio di firmare il provvedimento con cui la Sanguisuga Stato si accontenterebbe di solo 600 M di € (SEICENTOMILIONIDIEURO)…
In sintesi settimana scorsa, io a causa di un problema al token, ho pagato in ritardo, di un giorno, la tranche mensile delle tasse, e mi aspetto la giusta sanzione…
Il GOVERNO LETTA HA DECISO DI APPLICARE UNO SCONTO DEL 99,3% ai 98 MILIARDI DOVUTI ALLO STATO DA PARTE DEI GALANTUOMINI DELL’AZZARDO E DEI VIDEOPOKER!
Per intenderci: ha “regalato” esattamente la stessa cifra che lo Stato DEVE da oltre un anno ai fornitori!
La cifra, per essere più chiari, equivale a 25 anni di IMU sulla prima casa.
E LORO HANNO DECISO DI “REGALARLA”…come veloce e comoda “toppa”…
E’ come voler accendere il camino con i francobolli Gronchi rosa… per pigrizia!
Inoltre, in un paese civile e non fallito, UMBERTO RAPETTO sarebbe un eroe, invece, a maggio 2013, per il disgusto e senso di impotenza… ha dato le dimissioni dalla Guardia di Finanza…
ONORE AL GENERALE UMBERTO RAPETTO!
E’ per gente come lui che vale la pena di provare a rimanere in Italia.
Per ora.

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Liberiamo!

Partecipare, ma dismettere le partecipate

ipla_300Le decisioni non si prendono d’un botto, almeno in Italia. Sulle partecipate, per esempio, si vive un negoziato e uno scontro continuo. Le leggi, i decreti, le sentenze della Corte costituzionale si sovrappongono, si correggono, si integrano.

Mentre si auspicava una riduzione del ruolo pubblico nell’economia, Comuni, Province, Regioni e anche l’amministrazione centrale allargavano la loro presenza nell’economia. Parliamo di un mare di società partecipate. Alcune quasi ovvie e consolidate, altre vecchie e persino paradossali.

Regioni e Comuni non soltanto distribuiscono l’acqua e organizzano i trasporti – già a differenza di altri Paesi europei – ma si occupano anche di legno e di pesci, gestiscono terme e alberghi, creano start up, gestiscono fiere, fanno ricerca biotecnologica, e tengono aperta anche una spiaggia.

Il tentativo di ridurre questa presenza d’elefante in economia, con sprechi enormi, comporta a sua volta uno sforzo gigantesco. In gioco vi sono una grande quantità di posti di lavoro (a volte assai comodi, oppure frustranti), molti consigli di amministrazione ma anche molte situazioni di crisi, visto che i soldi sono finiti, e che molte di queste società boccheggiano.

Un muro d’opinione pubblica, di sindacati e di lobby si oppongono alle dismissioni. Solo alcuni eroi ogni tanto rilanciano la battaglia, che dura almeno dal 2008, e qualche amministratore politico realizza sparsi risultati settoriali o territoriali, sotto l’etichetta di “razionalizzazione”. Con il governo Monti una serie di regole prevedeva che gran parte delle società dovessero essere dismesse entro quest’anno. La norma è stata corretta, ma – in linea di massima – Regioni e Comuni si sono convinte della necessità di una razionalizzazione e di qualche dismissione.

Al 31 dicembre si dovrebbero vedere i primi consistenti risultati. Brescia dovrà per forza riunire le tre società di trasporto in una sola , Zingaretti razionalizza le partecipate del Lazio a dispetto dell’UGL, la Puglia si spaventa ma riduce, Vibo Valentia (anche per colmare un debito di svariati milioni) vende varie partecipazioni, anche dell’aeroporto, il Piemonte – malgrado una strenua opposizione conservatrice da sinistra – interverrà su 29 delle 40 partecipate, tra dismissioni e accorpamenti. E così in Veneto, Emilia Romagna, e altrove.

Eppure la richiesta di proroga non poteva mancare. Il sindaco di Torino, Fassino, presidente dell’Anci, ha chiesto un proroga per le dismissioni al ministro Del Rio, che fino all’anno scorso faceva di mestiere il Presidente dell’UPI, cioè della lobby delle Province italiane.

L’IVA rischia di aumentare di un punto, ma l’ente per il legno, per fortuna, resta in mano pubblica.

Enrico Martial

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Liberiamo!

15 milioni di minore spesa pubblica in Piemonte

In Piemonte, il PDL si è frantumato da tempo. Un gruppo politico si è costituito in Regione (Progett’azione), e pur sostenendo la Giunta Cota, si è dato un programma politico che né la Lega né il PDL potevano e volevano darsi. Un programma fondato in particolare sulla riduzione della spesa regionale e sulla riduzione del personale. Sembra fantascienza.

Hanno da qualche mese un assessore, Gian Luca Vignale, a cui è stata attribuita la delega al personale.

Alcuni giorni fa, Vignale ha portato in giunta e ha fatto approvare ” l’internalizzazione” di alcuni servizi, che prima erano prestati all’esterno. Si tratta di lavori che d’ora in poi faranno i funzionari regionali, proprio quelli a rischio di licenziamento. Si tratta di circa 130 persone.

Il risparmio (le mancate uscite) ammonta a 15 milioni di euro all’anno, di cui ben 3 milioni per la gestione diretta di un numero verde per chiamate relative al bollo auto.

Quando si dice “riduzione della spesa pubblica“…

 

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Sodo Caustico

Sodo caustico, Mini-job: meglio un uovo oggi od una gallina domani?

7,5 milioni di tedeschi lavora con un “mini-job”: una forma contrattuale che interessava 5,9 milioni di lavoratori nel 2003 ed oggi interessa il 25% degli occupati tedeschi. I mini-job sono rapporti di lavoro pagati meno di 500 euro il mese, esenti da contributi previdenziali per il lavoratore e contributi ridotti per il datore di lavoro. I mini-job stanno dietro la modesta disoccupazione tedesca in una fase economica non semplice a livello europeo, la riduzione significativa dei contributi alla disoccupazione a sollievo dei conti pubblici, la bassa pressione salariale che ha sinora consentito alle imprese tedesche di operare a costi contenuti e crescere sul fronte delle esportazioni. Per contro, a fronte di ridotti contributi previdenziali versati oggi, il conto per il sistema previdenziale pubblico potrebbe essere elevato domani; la ridotta capacità reddituale dei lavoratori ne ha limitato, ma non escluso, la capacità di consumo: il mercato interno tedesco “beve poco, ma beve” ed i conti, come detto, stanno in piedi grazie all’export. Non tutto semplice, non tutto positivo; ma le luci ci sembrano superiori alle ombre.

Molti sono i punti che meritano riflessione, sia con riferimento alla società tedesca che a quella italiana, per confronto.

Dal punto di vista etico, riteniamo preferibile avere comunque un lavoro, seppure poco retribuito, piuttosto che ricevere un sussidio di disoccupazione, temporaneo o meno; questo ci sembra particolarmente importante quando l’alternativa alla disoccupazione è la “cattiva occupazione” in imprese decotte e senza prospettive, tenute in vita artificialmente con la cassa integrazione ordinaria e straordinaria.

Dal punto di vista sociale, avere una forza lavoro occupata migliora, spesso se non sempre, il clima di una comunità, dando ad ognuno un “senso” alla propria vita ed a quella del nucleo familiare di riferimento.

Dal punto di vista economico, la creazione di posti di lavoro accresce, seppure in misura non necessariamente proporzionale con la crescita degli occupati, l’efficienza di un sistema industriale.

A fronte di tali vantaggi, riteniamo che i maggiori svantaggi risiedano nell’equilibrio pensionistico di lungo termine e nello sviluppo di competenze professionali. Contributi pensionistici bassi, od insufficienti, determineranno inadeguate erogazioni pensionistiche future, a meno di prevederne un innalzamento dei contributi in una fase lavorativa successiva. Il sistema pensionistico ha sempre un equilibrio precario e modeste variazioni nei livelli di copertura possono alterarne la struttura nel medio e lungo termine. Un lavoro a bassa retribuzione è usualmente legato a prestazioni lavorative meno ricche e con professionalità richieste modeste; senza miglioramenti continui e costanti (quello che tradizionalmente ha fatto la Germania), è assai difficile mantenere vantaggi tecnologici, di processo, competitivi.

In un confronto con l’Italia, possiamo rilevare che misure come i mini job non sono nell’agenda politica di governo, partiti, sindacati, tutti legati ad una tradizione di “salvataggio”: di imprese decotte, non del lavoro.

 

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Liberiamo!

Voci d’altri tempi

Sarà anche opportuno quietare lo slancio dell’ideologia, essere pragmatici, flessibili. Come dicono alcuni saggi maestri, dobbiamo essere più condiscendenti, comprendere, perdonare gli errori.

In questo atteggiamento buonista, fatichiamo quindi a scegliere. Siamo però facilitati da una linea politica piuttosto chiara, che spesso viene ribadita in FARE.

Noi ci dobbiamo schierare, da una parte o dall’altra. Dobbiamo sostenere una posizione e una parte della popolazione, cioè coloro a cui è negato l’ascensore sociale, quelli che non hanno privilegi, che si vedono scavalcare nei concorsi, che vedono negato il merito e le competenze. Dobbiamo favorire l’allargamento della sfera privata, il ruolo dell’iniziativa individuale rispetto all’azione pubblica.

Nel panorama politico italiano, l’elefantiasi dell’apparato pubblico non gode di buona stampa. Vi sono certamente nicchie di pensiero che auspicano il ritorno ad un ruolo statale fortissimo, come fu nel Ventennio o all’epoca d’oro delle partecipazioni statali: nell’estrema destra, ma anche in reperti della Democrazia cristiana, ancora vivaci in alcune aree del centro italia.

Li si trova in alcuni epigoni dell’UDC, che aveva un importante bacino nei funzionari della pubblica amministrazione centrale, a Roma in particolare. Una pubblica amministrazione d’altri tempi, di parrocchia e scartoffie, che resiste ma si è anche persa un po’ nel tempo e nei ricambi generazionali, dai tempi di “Un borghese piccolo piccolo” di Alberto Sordi.

Nel programma per il 2013 di una costola dell’UDC, guidata da Mario Baccini, con il nome di Cristiano popolari, si legge ancora e con chiarezza un’intera cultura della difesa della corporazione dell’amministrazione centrale degli anni Sessanta. Una visione vecchissima, ma anche con un fondamento “regionale”, perché concentrata sull’elettorato potenziale di Roma e del Lazio, con un occhio rivolto a sud.

Una visione culturale da trapassato remoto, e che pure occupa ancora un ruolo, che non fa bene alla stessa Roma e certamente non aiuta il Paese.

Una visione che auspica … “l’ azzeramento di ogni forma di privatizzazione, nell’ottica prioritaria di riaffermare la centralità assoluta dello Stato”, che ci riporta alle Partecipazioni statali, ad un’altra epoca, al Ventennio, al comunismo statalista, a pezzi di storia nazionale a cui non si può e non si deve proprio ritornare.

Enrico Martial

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Liberiamo!

GRANDI COMUNICATORI

“Siamo un’allegra macchina da guerra”…
“Abbiamo una Banca”…
“Smacchieremo il Giaguaro”…
“Questa volta li asfalteremo”…
“Raddrizzeremo l’Italia come la Concordia”…
Se il PD continuerà così…
il prossimo congresso sarà a Lourdes!

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The Loner

Nuovo logo!

E’ emozionante arricchire un messaggio con immagini efficaci.

Non è facile trovare accordo ed entusiasmo sui segni, sui colori e sulla grafica, ma quando questo accade la soddisfazione aumenta ed il risultato si fa guardare, giorno dopo giorno.

Abbiamo anche rinnovato il layout del sito e delle pagine sui social network, andando verso il “minimal” che va di moda e che, al contempo, simbolizza la volontà di tornare ad occuparsi della sostanza delle cose.

Quindi: grafica semplice, evidenza ai contenuti,

In altre parole: liberiamo! i contenuti dalla schiavitù dell’apparire.

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Liberiamo!

Una nuova agenzia per il Sud

(contributo di ENRICO MARTIAL)

Il dipartimento politiche di sviluppo (DPS) è una creatura di Fabrizio Barca. Ne è stato all’origine, l’ha guidato per tanti anni, ne ha tracciato i compiti e gli obiettivi. I programmi europei per l’Italia, e in aggiunta il Fondo aree sottoutilizzate, e anche le zone franche urbane, sono stati sotto il suo cappello.

Da Ministro della coesione con il governo Monti, a Barca è venuta l’idea di trasformare il DPS in un’agenzia, sul modello delle agenzie della commissione europea che gestiscono direttamente i programmi. Poi, mentre era in predicato per guidare il PD nel dopo Bersani e un funzione anti-Renzi – Barca è passato in seconda linea. Aveva infatti sostenuto Rodotà come candidato alla presidenza della Repubblica, in sintonia con i grillini.

La nuova Agenzia che nasce per i fondi strutturali sarà una cosa diversa da quella immaginata da Barca.

Il DPS esisterà sempre, ma passerà da 200 a 50 persone, e sarà sotto la diretta guida del ministro. L’Agenzia assorbirà numerosi esperti che ora svolgono la loro attività come assistenza tecnica nei singoli programmi – per esempio in Campania ma in particolare nel Mezzogiorno – per un totale di circa 200 persone.

Il modello cessa di essere quello delle Agenzie della Commissione, per assomigliare di più alle agenzie pubbliche italiane inventate in varie occasioni per lo sviluppo del sud.

Si assiste quindi ad un discreto movimento di dirigenti, e anche a qualche partenza delle persone più vicine a Barca, in altre sedi e posizioni, spesso di rilievo. L’orizzonte è migliore, perché un ricambio è necessario. L’approdo sembra invece difficile, se si ripeteranno i fallimenti – anche degli ultimi anni – delle “agenzie” per il sud.

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Sodo Caustico

Sodo caustico. Viva l’invecchiamento della popolazione.

Una delle principali sfide del XXI secolo: secondo calcoli accurati, l’aspettativa di vita sale costantemente di 2,5 anni per decennio, dal 1840; l’obiettivo di vivere sino a 100 anni potrebbe non essere lontano: fine secolo. Risultato immediato di migliori tenore e stile di vita, istruzione, accesso alle cure mediche.

L’evidente incremento dell’aspettativa di vita chiede di rivedere il concetto di longevità ed il modello di società: se nel XX secolo abbiamo assistito ad una redistribuzione della ricchezza fra nazioni ceti ed individui, nel XXI secolo la grande redistribuzione sarà in termini di orario di lavoro e tempo libero: se sappiamo di vivere 100 anni, 90-95 dei quali in buona salute fisica e mentale, ne deriva che “spalmeremo” il nostro tempo in modo nuovo fra studio, lavoro, famiglia ed educazione dei figli, tempo libero.

Sarà importante garantire che questa diversa allocazione non mini l’equilibrio del welfare e l’equità fra le generazioni; sappiamo che è molto più facile tutelare i diritti delle generazioni viventi (esse votano) rispetto a quelli delle generazioni future.

In termini economici, le sfide ci appaiono epocali: ci saranno crescenti necessità di accumulare risparmi nel corso della vita lavorativa per assicurarsi una (piacevole) vecchiaia, e questa richiesta di maggiore tutela sarà prevedibilmente indirizzata verso forme di investimento individuale; aumento della popolazione attiva ed incremento del “montante pensionistico” porteranno ad un aumento della “domanda di investimento” in azioni, obbligazioni societarie, obbligazioni del debito pubblico, altri beni (fondi di varia natura, immobili, opere d’arte,..); a fronte di una maggiore domanda, l’ “offerta” dovrà allinearsi e “seguire la domanda”. Se l’offerta non fosse allineata con la domanda, la richiesta crescente di investimenti “sicuri” (sia finanziari che non finanziari, immobili, opere d’arte) porterà ad un aumento del loro prezzo, comprimendone il rendimento: “it’s economy, my friend!”. Sarà una sfida per chi investe e per chi gestisce gli investimenti.

Gli investitori si confrontano già oggi con mercati azionari globali: le borse mondiali capitalizzano 57.200 miliardi di dollari, con un peso crescente dei mercati asiatici che hanno da tempo superato con 24.200 miliardi quelli delle aree americane, che sono a 17.600 miliardi (di cui 14.800 NYSE), e presto saranno 2 volte i mercati europei, fermi a 15.400 (EMEA): i capitali si dirigono dove vi sono opportunità di investimento e di rendimento in società e paesi che crescono, meglio tanto che poco. La capitalizzazione dei mercati obbligazionari e di stato è di ammontare equivalente, mentre il controvalore di fondi di investimento tradizionali, private equity ed hedge funds potrebbe essere un multiplo del totale. Cui aggiungere il “valore” di strumenti derivati stimabili in 25.000-30.000  miliardi (le sole prime 20 anche europee ne hanno sottoscritti per 6.000 miliardi).Un potenziale “mare” di strumenti finanziari fra i 300.000 ed i 350.000 miliardi di dollari. Stime del valore di immobili non sono disponibili; la “massa”di possibili investimenti ha con troppi zeri.

Nei  “mala tempora” che viviamo, vediamo quindi una luce in fondo al tunnel: la richiesta di nuove forme di investimento potrebbe essere un forte detonatore di crescita economica, meno aleatoria e più costante; laddove milioni di individui ricercano forme di accumulazione dei loro risparmi si creeranno opportunità di investimento in realtà industriali nuove, ci saranno nuove imprese che nasceranno per produrre nuovi “beni”, sia materiali che immateriali.

La “macchina del progresso”: starà alla lungimiranza dei governanti indirizzarla al meglio. La speranza, come si dice, è sempre l’ultima a morire.

 

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Incontro sul Federalismo a Monza – 19 settembre

Incontro sul Federalismo
Incontro sul Federalismo
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Sodo Caustico

Sodo caustico. La moneta non c’è più.

C’è una Bit-coin mania, la moneta virtuale con cui pagare in modo anonimo ed elettronico, seduti a casa, senza commissioni bancarie, che non perde valore e che viene accettata dalla controparte in transazioni “peer-to-peer”. E’ una moneta che non è emessa da nessuna banca centrale e non “gira” su circuiti bancari o delle carte di credito, quindi non addebita commissioni; la sua emissione non è sostenuta da riserve d’oro o dalla fiducia e firma dello stato (solvibile o meno); non c’è controllo sulla sua emissione e sulla sua circolazione nel circuito web; non essendo emessa da una banca centrale,  questa non può accrescerne la circolazione emettendone di nuova, quindi il valore del bit-coin non segue l’andamento del debito pubblico, del deficit di bilancio, dell’inflazione. I bit-coin sono già stati indicati come la nuova frontiera della monetica: nessun controllo da parte delle banche centrali, massima libertà dell’individuo, nessun costo bancario, trasferimenti solo via web.

Le banche centrali e le istituzioni internazionali che controllano il sistema finanziario tradizionale non sono sinora intervenute su questo sistema-ombra che continua a sfuggire ai controlli, essendo inoltre localizzato nel mondo web, senza indirizzo e nazionalità.

Tutto così facile, bello, moderno, tecnologico. Scopriamo di più, che ne dite?

Oggi sono in circolazione 11.619.250 bit-coins, che valgono ciascuno 83.66 dollari l’uno (dati pubblicati su www.blockchain.info il 13.9.2013); il valore totale dei bit-coins è di 1.6 miliardi di dollari. Poca cosa rispetto alla dimensione della massa monetaria (nelle sue varie componenti, monete, banconote, conti bancari a vista), ma in potenziale crescita. Fino a quando? Come si muove e perché il prezzo del bit-coin? Come fare per comprarli? E per venderli? E chi ha avuto l’idea e li ha emessi?

 L’ideatore dei bit-coins è avvolto dal mistero, e coi tempi che corrono è sicuramente una impresa tenere celato l’autore che nel 1998 ha messo in moto il “nuovo conio”.

I bit-coins si comprano ad una banca virtuale, depositando moneta vera su un conto virtuale (con un banale bonifico dal conto corrente); più alta la somma trasferita, più bit-coins si comprano, come fossero azioni. In caso di vendita, si fa il percorso inverso, chiedendone il rimborso. Trattandosi di “titoli” non quotati, la compravendita di bit-coins non è trasparente come si vorrebbe credere, e forse qualche ulteriore riflessione va fatta sia sulle modalità di transazione sia su chi controlla il processo.

La quotazione non ufficiale dei bit-coins ha avuto un massimo ad aprile 2013 con un “prezzo” di 237.56$ per bit-coin, pari ad una capitalizzazione di 2.215.281.500$; peccato che nello stesso mese la quotazione sia crollata a 83.66$, in concomitanza della crisi-Cipro (isola mediterranea nota anche per essere un centro finanziario off-shore: poche regole, nessuna domanda). Il minimo è stato toccato il 16 giugno 2013 con 60$; l’ultimo “prezzo” disponibile è 141.30$ per una capitalizzazione di 1.641.799.327$. Una altalena vistosa, che se si fosse verificata per una “blue chip” di pari capitalizzazione avrebbe fatto scalpore e suscitato l’interesse dei “regulators” (SEC, SFA, Consob).

Oggi sono in circolazione 11.6 milioni di bit-coins; ne è prevista una emissione massima di 21 milioni; entro il 2017 si prevede che ne siano in circolazione i tre quarti. La richiesta di nuovi bit-coins è in forte crescita ed è possibile che crescerà più che proporzionalmente della sua offerta, facendo crescere il “prezzo” dei bit-coins (come per ogni bene od altra “cosa” che ha poca offerta e molta domanda). All’avvicinarsi della data fatidica di esaurimento di nuovi bit-coins il loro valore crescerà.

Che cosa succederà alla fine? Portatevi una pila se restate senza cerini per accendere la candela a qualche santo.

Questo Sodo caustico è stato suggerito da Gianni, il mitico John Towers, che ringraziamo e con cui condividiamo la firma.

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Liberiamo!

YEMEN: morire a 8 anni… di matrimonio

YEMEN: sposa bambina di 8 anni è morta due giorni orsono, per dissanguamento, in seguito alle gravi lesioni interne causate … dalla prima notte di nozze…
Non sono il più indicato a commentare l’evento perché ho cinque figli e tre di loro sono bambine di 7, 8 e dieci anni. Questa bambina deve richiamare l’attenzione sul fatto che in quel paese il 52% delle donne/ragazze/bambine si sposa prima dei 18 anni… Ho il massimo rispetto e disinteresse per tutte le religioni… ma a 8 anni NO!
Capisco che con la Siria che è una polveriera, qualunque mezza parola possa essere strumentalizzata come attacco all’ISLAM… ma di fronte a certe cose si ha dovere di incazzarsi… o almeno di non tacere…
Vi allego cinque mie recenti riflessioni su TWITTER:
1) E’ una colpa non provare troppa simpatia per un Paese in cui una sposa bambina di 8 anni muore per violenza dopo prima notte di nozze?
2) Immagino che anche se la sposa bambina di 8 anni non fosse morta… tutte le femministe del PD si sarebbero, comunque, scagliate contro lo Yemen…
3) Se in una nazione, per tradizione, è un vanto pedofilo avere una sposa di 8 anni… mi scuserete se in vacanza andrò altrove…
4) “sposa di 8 anni” sta a “cultura locale”… come “Bokassa” sta a “tradizione gastronomica”…
5) Il vedovo della sposa bambina di 8 anni sembra pentito… del resto aveva versato al suocero una cifra importante per l’acquisto…
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Sodo Caustico

Sodo caustico. Un nuovo modello dei consumi. Al ribasso.

I consumi sono in picchiata da 6 anni; le insegne della grande distribuzione (GDO) vendono sempre più prodotti “sotto costo”, ad un prezzo di vendita inferiore a quello di acquisto. Il fenomeno storicamente rilevato della c.d. “quarta settimana del mese” che vede una caduta degli acquisti nell’ultima settimana del mese nella GDO è ormai una epidemia.

Perché la GDO vende sotto costo?

Per quanto potrà durare? 

Che effetti ha, nel breve e più nel medio?

Nel breve, la GDO cerca di aumentare la fidelizzazione dei clienti ed aumentare la propria quota di mercato in un settore frammentato (il leader, Coop, ha una quota del 18%). Si fa strada la regola del “7 – 8 euro”: la soglia di prezzo oltre il quale il prodotto resta sullo scaffale e non finisce nel carrello;  si rinuncia alla carne rossa per quella bianca; anche la formula “3 per 2” è in flessione laddove il prezzo della confezione è elevato. Per andare incontro al consumatore aumentano gli sconti, oggi su oltre 1/4 dei prodotti con una tendenza alla metà, e le offerte promozionali; la GDO “lavora” sui propri costi, riducendoli (“alla riduzione dei costi non c’è mai fine” nelle parole di imprenditore di lungo corso, se la fine non arriva prima).

La pressione si scarica a monte, sulla filiera dei produttori, anche di marca, e sugli agricoltori, in particolare i piccoli che hanno minore potere negoziale. La pressione su chi produce è insostenibile, a detta di tutti gli operatori.

Paradigmatico il caso del latte. Penalizzate le imprese che comprano latte italiano e che pagano l’IVA subito e se la vedono rimborsata con notevole ritardo, rispetto a chi compra latte europeo, su cui l’IVA viene compensata immediatamente. A cui si aggiunge l’aumento del prezzo del latte, il più alto di sempre a 51,30 centesimi il litro alla borsa di Lodi per latte in cisterna franco arrivo, con un +22% su base annua: prezzo alto causato dalla scarsità di offerta nei principali paesi produttori che ha condizionato le importazioni in Italia, dove la produzione è in calo; prezzo ben superiore ai 42 centesimi fissati nell’accordo per consegna agosto 2013-gennaio 2014 firmato fra Confagricoltura, Cia Lombardia e Italatte, operatori rilevanti sul mercato;  i costi di produzione sono indicati in 47-48 centesimi al litro dai produttori. In queste condizioni, le imprese di trasformazione soffrono,  anche sui mercati esteri dove il prezzo del formaggio italiano al chilo è in calo da 6,7 euro a 6,3 euro, nonostante una crescita dei volumi.

Analoghe considerazioni possono essere fatte per altri comparti alimentari, come pasta e suoi derivati.

La situazione ha anche impatti sulle leve del marketing: diminuisce la pubblicità delle marche (meno campagne, meno soldi spesi) a favore di scontistica (“trade spending”) per tenere la merce sullo scaffale e venderla a prezzi sempre inferiori nella GDO. Anche per la pubblicità i volumi sono in crollo, con una stima di 8-10 miliardi per quello che si chiama “calmieramento dei prezzi” messo in atto dall’industria di marca (meno spese di pubblicità, margini all’osso, prezzi tenuti artificialmente bassi pur di far lavorare le fabbriche di produzione ed impacchettamento).

Un “gioco” dove tutti perdono: agricoltori e produttori che spuntano prezzi che non coprono i costi; GDO che lavora spesso in perdita; società pubblicitarie e di concessione e reti televisive con budget inferiori; clienti che riducono qualità (intrinseca o percepita) e quantità dei loro consumi.

Nel medio termine, il nuovo paradigma potrebbe avere effetti devastanti su tutta la filiera, iniziando dalle componenti più deboli: la piccola impresa agricola, la cooperativa di produzione, la piccola distribuzione c.d. di vicinato (“mama and papa shop”) che non riesce a trovare una adeguata differenziazione di nicchia per i propri prodotti e servizi. Tutti più poveri, laddove la diversità alimentare e di stili di consumo alimentare sarebbe un “plus”.

Prodotti agricoli a chilometro-zero o zero-assoluto?

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Sodo Caustico

Sodo caustico. Equity crowdfunding: chi ben comincia …

“Once in a life time, we praise the regulators”: la Consob ha emesso il regolamento sull’ “equity crowdfunding”, la raccolta on-line di capitale destinato al sostegno delle nuove iniziative innovative, le “start-up”; sono 39 le piattaforme in Italia (erano 16 nel novembre 2012); nel 2012 sono stati raccolti 2.7 miliardi di dollari nel mondo (di cui 1.4 miliardi nella forma di donazioni). Un fenomeno in forte crescita perché è in forte crescita la voglia di fare impresa da parte di giovani (e non solo giovani) che vogliono misurarsi con il posto più bello che c’è: il mondo dei beni e dei servizi reali, la competizione ad armi pari, il confronto con chi corre la tua stessa corsa.

Il regolamento Consob arriva per primo nel mondo, e per questo “..we praise”; ed è un regolamento benvenuto dagli operatori nazionali che lo trovano adatto ad esigenze ed attese del mercato, delle iniziative che chiedono capitale, degli operatori e degli investitori. Si parte con l’istituzione del registro degli operatori, con una sezione per banche ed investitori istituzionali; le regole di funzionamento dei portali sono semplici e garantiscono trasparenza ed informazione; la raccolta del capitale attraverso i canali “web-based” è rapida e tutela gli investitori. I limiti di investimento (che vorremmo veder più alti) sono semplici: 500 euro per ogni iniziativa con un massimo di 1.000 euro sull’arco di 1 anno per i privati, mentre per le società di capitali i limiti sono 5.000 per investimento e 10.000 sull’arco di un annuo.

Tutti contenti: ora tocca ai giovani talenti farsi avanti, e lo faranno; la conoscenza porta a ricadute positive nella ricerca, una buona ricerca porta ad iniziative imprenditoriali, spesso di successo, sempre di soddisfazione. Si vive e lavora anche per il piacere di dire: “l’ho fatto io!”.

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Sodo caustico. Le mire sull’oro, vanto e tesoro della Patria.

Autorevoli commentatori hanno avanzato le tesi che: (1) Banca d’Italia sia “sovra-capitalizzata” rispetto alle altre banche centrali, quali Bundesbank, Bank of England, Banque de France, Banco de Espana, e che sia opportuno ridurne il capitale attraverso una operazione centrata su un diverso utilizzo delle riserve auree (tema che toccheremo in questo articolo); (2) l’assetto proprietario di Banca d’Italia, ora privatistico, debba essere ricondotto nella sfera pubblica.

Ci permettiamo alcune osservazioni:

a) è un bene che Banca d’Italia sia “sovra-capitalizzata”, sia in valore assoluto (36.7 miliardi di euro di patrimonio) che relativo (Bundesbank ha un patrimonio di 20 miliardi, Banque de France di 15.1 miliardi, Bank of England di 3.9 miliardi, Banco de Espana di 11.6 miliardi) per la semplice ragione che con tali fondi la Banca italiana ha ampie risorse da mettere in campo in caso di “attacco” da parte di quella che la vulgata chiama speculazione (confidando di non averne necessità); le banche centrali tedesca, francese, inglese non hanno di questi problemi e non ci sembrano quindi termini di paragone;

b) l’assetto proprietario attuale è il risultato di fusioni, privatizzazioni, trasformazioni delle banche che, una volta pubbliche, nel tempo si sono aperte all’azionariato privato; nel caso di Banca d’Italia, l’essere azionista non porta a indirizzare od indicare la rotta della gestione, lasciata interamente alla struttura della Banca; negli USA, i controllati (le banche) hanno l’obbligo di essere azionisti del controllore (la FED), e nessuno si sogna di modificare l’assetto;

c) è noto che da tempo molte banche azioniste di Banca d’Italia vorrebbero liquidare la loro partecipazione, nel tempo lievitata nella valutazione, seppure avara di soddisfazioni in termini di dividendi; le banche italiane principali posseggono complessivamente l’89.33% del capitale della banca centrale; il tema attorno a cui scolari istruiti e dotti professori si dibattono è: quale è il valore del patrimonio di Banca d’Italia? A quale prezzo si può valorizzare, quindi vendere, la partecipazione? A chi si può vendere la partecipazione? Queste 3 domande, semplici nella formulazione, sono assai complesse nella risposta, e vediamone la ragione;

d) il patrimonio della banca centrale è di 36.7 miliardi di euro, inclusi i fondi rischi generali; a normativa attuale, non corre l’obbligo per le banche azioniste di allineare il valore della quota posseduta al valore del patrimonio della banca centrale;

e) trattandosi di partecipazione in una banca centrale, non quotata e soggetta a restrizioni nella circolazione delle sue azioni, una trattativa per la cessione di una sua quota deve essere “benedetta” da Via Nazionale e soggetta alle sue indicazioni;

f) una ipotesi autorevolmente avanzata (sul Sole di giovedì 5 settembre) chiede che la banca centrale “valorizzi” adeguatamente l’oro depositato nel suo caveau, pari a 79 milioni di once che, al valore di 1.150 euro ad oncia, fanno 90.850 milioni di euro: somma ragguardevole, ben superiore al valore del patrimonio della banca; tralasciandone i “tecnicismi” (che chi vorrà potrà ripercorrere nella lettura dell’articolo citato), si vorrebbe poter liberare parte di tale valore e consentire alla banca centrale il ri-acquisto dell’89.33% delle sue azioni possedute dalle banche italiane, con un beneficio sensibile e consistente per le banche stesse, che incasserebbero somme significative, indicato in 21 miliardi;  le 2 principali banche italiane, Intesa San Paolo ed Unicredit, ne avrebbero un utile derivante da plusvalenza di 9.4 miliardi e 4.9 miliardi, rispettivamente.

Ecco alfine forse ben spiegato il mistero, almeno alle nostre umili orecchie: l’obiettivo finale del progetto ci appare quello di apportare patrimonio alle principali banche nazionali, che non riescono, alle attuali condizioni, raccoglierlo sul mercato dei capitali. Non sappiamo se questa ipotesi di lavoro sia ad uno stadio avanzato o meno, ne’ se sia una mera ipotesi di soggetti terzi od in qualche modo provenga o sia sostenuta dal governo; in ogni caso, non potendo intervenire direttamente pena l’infrazione della norma europea che vieta sussidi di stato, il governo assicurerebbe alle banche bisognose, tutte, di nuovo capitale quella linfa necessaria per poter erogare credito alle imprese: se questo è veramente l’obiettivo del progetto, sarebbe utile ed apprezzato dichiarare tale buona, forse ottima, intenzione. Poiché abbiamo buona memoria dei fatti e misfatti della finanza, vorremmo un bel “patto di sangue” che obblighi le banche beneficiarie a fare un unico uso di tale manna: il finanziamento all’impresa. Troppo spesso la via dell’inferno è infatti lastricata di buone intenzioni.

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Sodo caustico. L’ossimoro Ministero dello Sviluppo Economico.

Nome non fu meno azzeccato: dal 2007, anno di inizio della crisi, il MISE ha aperto 700 tavoli di confronto per crisi aziendali; l’attuale ministro ha dichiarato che sono aperti 151 dossiers di crisi aziendali presso il MISE, che coinvolgono 165.664 dipendenti; in 6 anni, oltre mezzo milione di posti di lavoro e 700 imprese sono state oggetto di incontri, negoziati, accordi, ristrutturazioni sotto la regia del MISE, a cui si aggiungono molti più tavoli che non hanno raggiunto la sede del ministero e che sono stati aperti, talora chiusi, a livello locale e privatistico.

Numeri raggelanti; troppe imprese hanno intrapreso un difficile percorso per dare continuità alla loro attività, talora di difficile soluzione (non tutte le imprese meritano di stare sul mercato: è la dura legge del mercato), talaltra possibile a prezzo di sacrifici per tutti i soggetti interessati: impresa, dipendenti, banche.

Molte le concause:

1. difficoltà, od incapacità, delle imprese di stare su mercati difficili, a maggiore competizione, in settori a volumi decrescenti;

2. insufficiente creazione di cassa, o disponibilità di capitale, per affrontare investimenti necessari per migliorare la propria posizione;

3. blocco del canale di finanziamento bancario;

4. inadeguatezza degli strumenti di sostegno alla riduzione dei posti di lavoro, anche temporanei: CIG e CIGS sono da riformare come forma di sussidi alla disoccupazione; il “focus” deve passare da salvare “quel posto di lavoro, quella impresa” a salvare “il lavoro”: quindi, politiche e strumenti che favoriscano il passaggio da imprese e tecnologie passate a quelle nuove, e le condizioni per una ri-occupazione migliore; attorno alla “vacca sacra” del salvataggio di posti di lavoro in imprese “decotte” si è sempre giocato sulla pelle dei lavoratori, ed è facile indicare il giocatore “forte”, un sindacato culturalmente impreparato e chiuso, e quello che ha fatto “sponda”, quel mondo imprenditoriale che dalla “vacca sacra” ha chiesto, ed ottenuto, interventi “statalisti”.

In questo contesto, spesso la crisi di impresa è stata risolta col ricorso al concordato preventivo, nella nuova novella in vigore dal settembre 2012, che ha avvicinato la situazione italiana a quella dei mercati capitalistici, ove “there is always a second chance”; e sarà bene che il paese, chi lo governa (e sindacati ed imprese ne fanno parte) l’afferri, questa “second chance”.

Molto ci sarebbe da aggiungere su “banche” e “sistema fiscale”: fra i prossimi appuntamenti.

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Sodo caustico. Quando le Regioni fanno gli imprenditori.

Create e sviluppatesi nei decenni scorsi, le finanziarie regionali hanno il compito di concorrere allo sviluppo sociale ed economico del territorio, attuando programmi ed indirizzi generali, intervenendo nel capitale di società private e miste privato-pubblico, erogando finanziamenti alle imprese; oggi, sono a prevalente, spesso esclusivo, controllo pubblico, secondo un modello “in house” che ne privilegia la funzione di “cinghia di trasmissione” diretta delle scelte e politiche regionali e la loro applicazione operativa. Erogano circa 5 miliardi di risorse, con la parte del leone fatto dalle finanziarie regionali del nord: Finaosta 1.6 miliardi (quasi 1/3 del totale), seguita da Finlombarda (1.1 miliardi), Finpiemonte (836 milioni; oggetto di un precedente Sodo caustico), Veneto sviluppo (579 milioni). Il loro modello si può trovare nella finanziaria federale tedesca KfW (nata per gestire in fondi Marshall nel dopoguerra), che opera come vero “azionista pubblico di sostegno” alle imprese nazionali di successo. Gli interventi sono prevalentemente a favore di PMI, sia con sostegno finanziario in forme agevolate che con contributi a valere su fondi regionali, più raramente europei.

Formuliamo alcune rapide osservazioni, speriamo non inutili per inquadrarne caratteristiche, luci ed ombre.

Il fatto di avere una pluralità di soggetti privilegia approcci locali, guardando quindi a temi specifici (ad esempio, sostegno dell’occupazione  locale) piuttosto che generali (favorire la creazione di “national players”), con soluzioni spesso poco efficienti. In un paese dove il campanilismo è forte, i soggetti finanziatori assurgono a veri “kingmaker” delle politiche industriali regionali. Il caso di Finaosta è esemplare, con una pervasiva presenza del pubblico in molte attività economiche che ne fanno il principale “datore di lavoro” in Valle; CVA, la controllata che si occupa di produzione ed erogazione di energia elettrica (prevalentemente da fonte idraulica), è uno dei principali operatori nazionali nel settore, e quasi-monopolista in Valle.

La dipendenza dalla politica è evidente nel sistema di governo aziendale (“corporate governance”), con vertici aziendali indicati dalla politica, assetti rigidi e talora “etero-diretti”.

I controlli sulle finanziarie regionali sono plurimi, e quindi inefficienti per definizione: Corte dei Conti, consigli e giunte regionali, Banca d’Italia impongono, ciascuno nel proprio ambito, il rispetto (spesso meramente formale ed a posteriori) di norme disorganiche.

Dal punto di vista reddituale, le finanziarie regionali presentano risultati modesti ma positivi; segno che la loro gestione è mediamente adeguata e non sono “carrozzoni” inefficienti. Una nota positiva.

La massa erogata dalle finanziarie regionali, nel loro insieme, è oltre 2 volte quella messa a disposizione di Fondo Italiano di Investimento, il veicolo creato da MinEconomia e dedicato al sostegno ed allo sviluppo delle PMI; la disorganicità dell’approccio ad una politica industriale nel nostro paese risulta quindi di tutta evidenza; disorganicità che appare ancora più negativa in una fase economica recessiva come l’attuale, dove il credito alle PMI è inaridito e strumenti di intervento, come quelli indicati, potrebbero essere meglio coordinati insieme.

Resta sempre aperta la questione di fondo: quale ruolo deve avere lo stato nella politica industriale? Intervento diretto ed indiretto, o mero indirizzo? Lo spirito liberale spinge per la seconda alternativa, ma siamo consapevoli della assenza di una idea, per quanto elementare, di politica industriale nazionale. Ne parleremo prossimamente.

 

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Liberiamo!

DECADENZA – GRAZIA

SILVIO, di fatto, chiede un quarto grado di giudizio… il suo!
Però I GIUDICI si sono inventati il mostro giuridico di “IDEATORE DI REATO”…
E viceversa…