Sodo caustico. Quando le Regioni fanno gli imprenditori.

Create e sviluppatesi nei decenni scorsi, le finanziarie regionali hanno il compito di concorrere allo sviluppo sociale ed economico del territorio, attuando programmi ed indirizzi generali, intervenendo nel capitale di società private e miste privato-pubblico, erogando finanziamenti alle imprese; oggi, sono a prevalente, spesso esclusivo, controllo pubblico, secondo un modello “in house” che ne privilegia la funzione di “cinghia di trasmissione” diretta delle scelte e politiche regionali e la loro applicazione operativa. Erogano circa 5 miliardi di risorse, con la parte del leone fatto dalle finanziarie regionali del nord: Finaosta 1.6 miliardi (quasi 1/3 del totale), seguita da Finlombarda (1.1 miliardi), Finpiemonte (836 milioni; oggetto di un precedente Sodo caustico), Veneto sviluppo (579 milioni). Il loro modello si può trovare nella finanziaria federale tedesca KfW (nata per gestire in fondi Marshall nel dopoguerra), che opera come vero “azionista pubblico di sostegno” alle imprese nazionali di successo. Gli interventi sono prevalentemente a favore di PMI, sia con sostegno finanziario in forme agevolate che con contributi a valere su fondi regionali, più raramente europei.

Formuliamo alcune rapide osservazioni, speriamo non inutili per inquadrarne caratteristiche, luci ed ombre.

Il fatto di avere una pluralità di soggetti privilegia approcci locali, guardando quindi a temi specifici (ad esempio, sostegno dell’occupazione  locale) piuttosto che generali (favorire la creazione di “national players”), con soluzioni spesso poco efficienti. In un paese dove il campanilismo è forte, i soggetti finanziatori assurgono a veri “kingmaker” delle politiche industriali regionali. Il caso di Finaosta è esemplare, con una pervasiva presenza del pubblico in molte attività economiche che ne fanno il principale “datore di lavoro” in Valle; CVA, la controllata che si occupa di produzione ed erogazione di energia elettrica (prevalentemente da fonte idraulica), è uno dei principali operatori nazionali nel settore, e quasi-monopolista in Valle.

La dipendenza dalla politica è evidente nel sistema di governo aziendale (“corporate governance”), con vertici aziendali indicati dalla politica, assetti rigidi e talora “etero-diretti”.

I controlli sulle finanziarie regionali sono plurimi, e quindi inefficienti per definizione: Corte dei Conti, consigli e giunte regionali, Banca d’Italia impongono, ciascuno nel proprio ambito, il rispetto (spesso meramente formale ed a posteriori) di norme disorganiche.

Dal punto di vista reddituale, le finanziarie regionali presentano risultati modesti ma positivi; segno che la loro gestione è mediamente adeguata e non sono “carrozzoni” inefficienti. Una nota positiva.

La massa erogata dalle finanziarie regionali, nel loro insieme, è oltre 2 volte quella messa a disposizione di Fondo Italiano di Investimento, il veicolo creato da MinEconomia e dedicato al sostegno ed allo sviluppo delle PMI; la disorganicità dell’approccio ad una politica industriale nel nostro paese risulta quindi di tutta evidenza; disorganicità che appare ancora più negativa in una fase economica recessiva come l’attuale, dove il credito alle PMI è inaridito e strumenti di intervento, come quelli indicati, potrebbero essere meglio coordinati insieme.

Resta sempre aperta la questione di fondo: quale ruolo deve avere lo stato nella politica industriale? Intervento diretto ed indiretto, o mero indirizzo? Lo spirito liberale spinge per la seconda alternativa, ma siamo consapevoli della assenza di una idea, per quanto elementare, di politica industriale nazionale. Ne parleremo prossimamente.