Sodo caustico. Le mire sull’oro, vanto e tesoro della Patria.

Autorevoli commentatori hanno avanzato le tesi che: (1) Banca d’Italia sia “sovra-capitalizzata” rispetto alle altre banche centrali, quali Bundesbank, Bank of England, Banque de France, Banco de Espana, e che sia opportuno ridurne il capitale attraverso una operazione centrata su un diverso utilizzo delle riserve auree (tema che toccheremo in questo articolo); (2) l’assetto proprietario di Banca d’Italia, ora privatistico, debba essere ricondotto nella sfera pubblica.

Ci permettiamo alcune osservazioni:

a) è un bene che Banca d’Italia sia “sovra-capitalizzata”, sia in valore assoluto (36.7 miliardi di euro di patrimonio) che relativo (Bundesbank ha un patrimonio di 20 miliardi, Banque de France di 15.1 miliardi, Bank of England di 3.9 miliardi, Banco de Espana di 11.6 miliardi) per la semplice ragione che con tali fondi la Banca italiana ha ampie risorse da mettere in campo in caso di “attacco” da parte di quella che la vulgata chiama speculazione (confidando di non averne necessità); le banche centrali tedesca, francese, inglese non hanno di questi problemi e non ci sembrano quindi termini di paragone;

b) l’assetto proprietario attuale è il risultato di fusioni, privatizzazioni, trasformazioni delle banche che, una volta pubbliche, nel tempo si sono aperte all’azionariato privato; nel caso di Banca d’Italia, l’essere azionista non porta a indirizzare od indicare la rotta della gestione, lasciata interamente alla struttura della Banca; negli USA, i controllati (le banche) hanno l’obbligo di essere azionisti del controllore (la FED), e nessuno si sogna di modificare l’assetto;

c) è noto che da tempo molte banche azioniste di Banca d’Italia vorrebbero liquidare la loro partecipazione, nel tempo lievitata nella valutazione, seppure avara di soddisfazioni in termini di dividendi; le banche italiane principali posseggono complessivamente l’89.33% del capitale della banca centrale; il tema attorno a cui scolari istruiti e dotti professori si dibattono è: quale è il valore del patrimonio di Banca d’Italia? A quale prezzo si può valorizzare, quindi vendere, la partecipazione? A chi si può vendere la partecipazione? Queste 3 domande, semplici nella formulazione, sono assai complesse nella risposta, e vediamone la ragione;

d) il patrimonio della banca centrale è di 36.7 miliardi di euro, inclusi i fondi rischi generali; a normativa attuale, non corre l’obbligo per le banche azioniste di allineare il valore della quota posseduta al valore del patrimonio della banca centrale;

e) trattandosi di partecipazione in una banca centrale, non quotata e soggetta a restrizioni nella circolazione delle sue azioni, una trattativa per la cessione di una sua quota deve essere “benedetta” da Via Nazionale e soggetta alle sue indicazioni;

f) una ipotesi autorevolmente avanzata (sul Sole di giovedì 5 settembre) chiede che la banca centrale “valorizzi” adeguatamente l’oro depositato nel suo caveau, pari a 79 milioni di once che, al valore di 1.150 euro ad oncia, fanno 90.850 milioni di euro: somma ragguardevole, ben superiore al valore del patrimonio della banca; tralasciandone i “tecnicismi” (che chi vorrà potrà ripercorrere nella lettura dell’articolo citato), si vorrebbe poter liberare parte di tale valore e consentire alla banca centrale il ri-acquisto dell’89.33% delle sue azioni possedute dalle banche italiane, con un beneficio sensibile e consistente per le banche stesse, che incasserebbero somme significative, indicato in 21 miliardi;  le 2 principali banche italiane, Intesa San Paolo ed Unicredit, ne avrebbero un utile derivante da plusvalenza di 9.4 miliardi e 4.9 miliardi, rispettivamente.

Ecco alfine forse ben spiegato il mistero, almeno alle nostre umili orecchie: l’obiettivo finale del progetto ci appare quello di apportare patrimonio alle principali banche nazionali, che non riescono, alle attuali condizioni, raccoglierlo sul mercato dei capitali. Non sappiamo se questa ipotesi di lavoro sia ad uno stadio avanzato o meno, ne’ se sia una mera ipotesi di soggetti terzi od in qualche modo provenga o sia sostenuta dal governo; in ogni caso, non potendo intervenire direttamente pena l’infrazione della norma europea che vieta sussidi di stato, il governo assicurerebbe alle banche bisognose, tutte, di nuovo capitale quella linfa necessaria per poter erogare credito alle imprese: se questo è veramente l’obiettivo del progetto, sarebbe utile ed apprezzato dichiarare tale buona, forse ottima, intenzione. Poiché abbiamo buona memoria dei fatti e misfatti della finanza, vorremmo un bel “patto di sangue” che obblighi le banche beneficiarie a fare un unico uso di tale manna: il finanziamento all’impresa. Troppo spesso la via dell’inferno è infatti lastricata di buone intenzioni.

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