Sodo caustico. Viva l’invecchiamento della popolazione.

Una delle principali sfide del XXI secolo: secondo calcoli accurati, l’aspettativa di vita sale costantemente di 2,5 anni per decennio, dal 1840; l’obiettivo di vivere sino a 100 anni potrebbe non essere lontano: fine secolo. Risultato immediato di migliori tenore e stile di vita, istruzione, accesso alle cure mediche.

L’evidente incremento dell’aspettativa di vita chiede di rivedere il concetto di longevità ed il modello di società: se nel XX secolo abbiamo assistito ad una redistribuzione della ricchezza fra nazioni ceti ed individui, nel XXI secolo la grande redistribuzione sarà in termini di orario di lavoro e tempo libero: se sappiamo di vivere 100 anni, 90-95 dei quali in buona salute fisica e mentale, ne deriva che “spalmeremo” il nostro tempo in modo nuovo fra studio, lavoro, famiglia ed educazione dei figli, tempo libero.

Sarà importante garantire che questa diversa allocazione non mini l’equilibrio del welfare e l’equità fra le generazioni; sappiamo che è molto più facile tutelare i diritti delle generazioni viventi (esse votano) rispetto a quelli delle generazioni future.

In termini economici, le sfide ci appaiono epocali: ci saranno crescenti necessità di accumulare risparmi nel corso della vita lavorativa per assicurarsi una (piacevole) vecchiaia, e questa richiesta di maggiore tutela sarà prevedibilmente indirizzata verso forme di investimento individuale; aumento della popolazione attiva ed incremento del “montante pensionistico” porteranno ad un aumento della “domanda di investimento” in azioni, obbligazioni societarie, obbligazioni del debito pubblico, altri beni (fondi di varia natura, immobili, opere d’arte,..); a fronte di una maggiore domanda, l’ “offerta” dovrà allinearsi e “seguire la domanda”. Se l’offerta non fosse allineata con la domanda, la richiesta crescente di investimenti “sicuri” (sia finanziari che non finanziari, immobili, opere d’arte) porterà ad un aumento del loro prezzo, comprimendone il rendimento: “it’s economy, my friend!”. Sarà una sfida per chi investe e per chi gestisce gli investimenti.

Gli investitori si confrontano già oggi con mercati azionari globali: le borse mondiali capitalizzano 57.200 miliardi di dollari, con un peso crescente dei mercati asiatici che hanno da tempo superato con 24.200 miliardi quelli delle aree americane, che sono a 17.600 miliardi (di cui 14.800 NYSE), e presto saranno 2 volte i mercati europei, fermi a 15.400 (EMEA): i capitali si dirigono dove vi sono opportunità di investimento e di rendimento in società e paesi che crescono, meglio tanto che poco. La capitalizzazione dei mercati obbligazionari e di stato è di ammontare equivalente, mentre il controvalore di fondi di investimento tradizionali, private equity ed hedge funds potrebbe essere un multiplo del totale. Cui aggiungere il “valore” di strumenti derivati stimabili in 25.000-30.000  miliardi (le sole prime 20 anche europee ne hanno sottoscritti per 6.000 miliardi).Un potenziale “mare” di strumenti finanziari fra i 300.000 ed i 350.000 miliardi di dollari. Stime del valore di immobili non sono disponibili; la “massa”di possibili investimenti ha con troppi zeri.

Nei  “mala tempora” che viviamo, vediamo quindi una luce in fondo al tunnel: la richiesta di nuove forme di investimento potrebbe essere un forte detonatore di crescita economica, meno aleatoria e più costante; laddove milioni di individui ricercano forme di accumulazione dei loro risparmi si creeranno opportunità di investimento in realtà industriali nuove, ci saranno nuove imprese che nasceranno per produrre nuovi “beni”, sia materiali che immateriali.

La “macchina del progresso”: starà alla lungimiranza dei governanti indirizzarla al meglio. La speranza, come si dice, è sempre l’ultima a morire.