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Liberiamo!

Partecipare, ma dismettere le partecipate

ipla_300Le decisioni non si prendono d’un botto, almeno in Italia. Sulle partecipate, per esempio, si vive un negoziato e uno scontro continuo. Le leggi, i decreti, le sentenze della Corte costituzionale si sovrappongono, si correggono, si integrano.

Mentre si auspicava una riduzione del ruolo pubblico nell’economia, Comuni, Province, Regioni e anche l’amministrazione centrale allargavano la loro presenza nell’economia. Parliamo di un mare di società partecipate. Alcune quasi ovvie e consolidate, altre vecchie e persino paradossali.

Regioni e Comuni non soltanto distribuiscono l’acqua e organizzano i trasporti – già a differenza di altri Paesi europei – ma si occupano anche di legno e di pesci, gestiscono terme e alberghi, creano start up, gestiscono fiere, fanno ricerca biotecnologica, e tengono aperta anche una spiaggia.

Il tentativo di ridurre questa presenza d’elefante in economia, con sprechi enormi, comporta a sua volta uno sforzo gigantesco. In gioco vi sono una grande quantità di posti di lavoro (a volte assai comodi, oppure frustranti), molti consigli di amministrazione ma anche molte situazioni di crisi, visto che i soldi sono finiti, e che molte di queste società boccheggiano.

Un muro d’opinione pubblica, di sindacati e di lobby si oppongono alle dismissioni. Solo alcuni eroi ogni tanto rilanciano la battaglia, che dura almeno dal 2008, e qualche amministratore politico realizza sparsi risultati settoriali o territoriali, sotto l’etichetta di “razionalizzazione”. Con il governo Monti una serie di regole prevedeva che gran parte delle società dovessero essere dismesse entro quest’anno. La norma è stata corretta, ma – in linea di massima – Regioni e Comuni si sono convinte della necessità di una razionalizzazione e di qualche dismissione.

Al 31 dicembre si dovrebbero vedere i primi consistenti risultati. Brescia dovrà per forza riunire le tre società di trasporto in una sola , Zingaretti razionalizza le partecipate del Lazio a dispetto dell’UGL, la Puglia si spaventa ma riduce, Vibo Valentia (anche per colmare un debito di svariati milioni) vende varie partecipazioni, anche dell’aeroporto, il Piemonte – malgrado una strenua opposizione conservatrice da sinistra – interverrà su 29 delle 40 partecipate, tra dismissioni e accorpamenti. E così in Veneto, Emilia Romagna, e altrove.

Eppure la richiesta di proroga non poteva mancare. Il sindaco di Torino, Fassino, presidente dell’Anci, ha chiesto un proroga per le dismissioni al ministro Del Rio, che fino all’anno scorso faceva di mestiere il Presidente dell’UPI, cioè della lobby delle Province italiane.

L’IVA rischia di aumentare di un punto, ma l’ente per il legno, per fortuna, resta in mano pubblica.

Enrico Martial

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