LIBERIAMO è andata dal NOTAIO!

Ecco i prodi che hanno fondato formalmente, ieri alle 19.30 circa, l’Associazione LIBERIAMO.

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Un flash sugli organi direttivi:

Banfi: Presidente
Torri: Vice Presidente
Monarca: Tesoriere
Puttini: Segretario
Italia, Maisetti, Marangoni, Menguzzo, Pasino, Rospetti, Zulli: Consiglieri

Seguiranno i comunicati di rito.

Lunga vita a Liberiamo ed ai suoi fondatori.

 

#oltrelacrisi – IMPRESE E CAPITALI IN ITALIA

Cipolletta
De Nicola
Mion
Zingales

Il 5/12, a Vicenza,
al Teatro Comunale,
protagonisti di un nuovo convegno di
Liberiamo
organizzato in
collaborazione, sintonia e simbiosi con
Fareinformazione!

(Moderatore: Marino Smiderle)

Non diciamo altro.

Qui i particolari: Oltre la crisi

Qui la registrazione (obbligatoria) all’evento (gratuito): Registrazione

Ricordate: con Liberiamo e Fareinformazione si va oltre la crisi.

Sodo caustico. La grande illusione delle privatizzazioni.

Il governo Letta ri-annuncia una stagione di privatizzazioni. Vorremmo essere certi di utilizzare ed intendere nello stesso modo il significato della parola, ma così non è. Il governo intende “vendere a privati delle partecipazioni in società di diritto privato”, alcune quotate, che già hanno azionisti privati e che operano in un mercato libero (come avviene per Enel, Finmeccanica, Eni, seppure con gradi diversi di apertura al libero mercato del mercato domestico). Noi intendiamo la vendita di società oggi interamente in mano pubblica, centrale o locale, che operano in regimi spesso di monopolio (raramente naturale, più spesso regolamentare). La vendita di partecipazioni direttamente detenute dal MEF sono: il 4,34% di Eni, il 31,24% di Enel, il 30,2% di Finmeccanica, l’80,1% di CDP (come noto, CDP non rientra nel perimetro statale ai fini del calcolo del debito pubblico). CDP possiede, a sua volta, il 25,76% di Eni, il 29,9% di Terna, il 30% di Snam, il 100% di Sace e Fintecna.

Nel periodo 2008-2012, Enel ha distribuito dividendi allo stato per 3,7 miliardi ed Eni per 5,9 miliardi; nel 2013, i dividendi incassati dallo stato da Enel ed Eni sono stati 610 milioni. In caso di vendita delle partecipazioni detenute da MEF in queste 2 società, il flusso di dividendi (abbastanza costanti) cesserebbe. Il governo si attende un incasso di 3 miliardi dalla vendita di un 3% di Eni. I conti sono presto fatti.

E’ evidente il vero intento del governo: fare cassa nel breve vendendo partecipazioni “appetibili” (ma perdendo il flusso di dividendi futuri) e rinviare “sine die” il taglio della “manomorta” statale e corporativa su oltre 19.000 società ed aziende pubbliche, centrali e locali, con oltre 50.000 consiglieri di amministrazione che vengono lautamente pagati dalle casse pubbliche, esauste. E’ da qui che si deve partire per snellire lo stato, dandosi regole semplici per la liberalizzazione dei mercati (prima) e la dismissione delle migliaia di società, aziende, enti pubblici (poi).

Siamo però assai pessimisti, non fosse altro per la improvvida sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato l’obbligo di privatizzare o sciogliere le società “strumentali” pubbliche: è caduta infatti sotto la mannaia della Consulta la norma del DL 95/2012 che prevedeva la privatizzazione o lo scioglimento delle società pubbliche “strumentali “ (che cioè non operano in regime di concorrenza) il cui fatturato fosse per più del 90% derivante da contratti con la PA. Basta tagli, in un paese alla “canna del gas”:  l’obiettivo di tagliare la spesa viene “immolato” sull’altare dei sacri diritti di regioni, province, comuni che potranno bellamente continuare ad essere azionisti, clienti, beneficiari dei servizi di società strumentali che non si confrontano, né mai vorranno farlo, col mercato.

Lasciamo ai lettori la valutazione dell’approccio e della filosofia del governo Letta. Da parte nostra, “pollice verso”.

 

Sodo caustico. Asti come Vizille.

Il 21 luglio 1787 a Vizille, piccolo centro vicino a Grenoble, si ebbe la prima espressione di aperto dissenso alla monarchia francese; la piccola Asti potrebbe ripeterne le gesta con la “battaglia dei passi carrai” che vede schierati cittadini, forze economiche e sociali su un unico fronte contro una misura denunciata come vessatoria: la Cosap, la tassa sui passi carrai della intera provincia che ricorda lo stato di vassallaggio del cittadino nei confronti dell’autorità. La misura è stata adottata dal Commissario straordinario che sostituisce il Presidente della Provincia, dimessosi con la giunta. La “gabella” incide su tutti gli accessi da proprietà private (inclusi i campi che sono molti, in una provincia dedicata all’agricoltura) alla sede stradale provinciale, con tariffe che vanno dai 13,16 euro a metro quadro (applicati con diversi coefficienti); secondo il Commissario e gli uffici provinciali, il proprietario deve istruire apposita pratica (costo 10 euro) ed essere inoltre in possesso di autorizzazione imposta dal Codice della Strada, pena una sanzione a meno che non presenti apposita dichiarazione entro il 16 dicembre. La tassa è dovuta da quanti abbiano rampe di accesso con tubi posati nel fosso e coperti da terra, così ulteriormente distinguendo fra “possidenti di serie A e di serie B”. Con questa misura, si attende un incasso di 800.000 euro che – ironia della sorte, sempre avversa e ria – andrebbero per la manutenzione delle strade e delle scuole. “Il mio regno per un accesso carraio” risuonerà presto nell’astigiano?

Sodo caustico. Uomini e carbone.

Il 23 giugno 1946 il governo De Gasperi firmò un Accordo con il governo belga: uomini contro carbone; l’Italia otteneva carbone a prezzi vantaggiosi in cambio di braccia italiane per le miniere belga (50.000 uomini, secondo l’accordo, che divennero 140.000 nel periodo 1946-1957).
Questa era la situazione dell’Italia dopo la II guerra mondiale: un paria al cospetto dell’Europa, un paese povero di materie prime e ricco di braccia inutilizzate, sorretto solo da fede (nel domani, civile), speranza, visione.
Non vorremmo, ma temiamo il contrario, che la storia si ripetesse: un paese che troppo rapidamente ha percorso la strada del successo ed ancor troppo precipitosamente scivola verso l’insuccesso. Mancano uomini alla De Gasperi (consigliata la lettura di “De Gasperi. Ritratto di uno statista” biografia scritta dalla figlia Maria Romana, Mondadori, ed. 2004), abbondano figuri manco buoni per le miniere; le condizioni materiali sono diverse, ma latita lo spirito, quello che nei giorni difficili fa fare cose stupende con la forza e la voglia della rivincita, a tutti i costi.

Sodo caustico. Perché diciamo no al salvataggio Alitalia.

Un breve commento a “Se c’è un’alternativa batta un colpo” di Gianni Dragoni a pg 1 del Sole di oggi. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-15/bruxelles-boccia-legge-stabilita-italia-rischio-sforamento-deficit-112803.shtml?uuid=ABXJvMd

Una qualsiasi ipotesi non potrà realzzarsi se non si realizzano 3 condizioni:

1. il numero dei dipendenti di Alitalia deve essere comparabile (quindi, inferiore, allo stato attuale) con quello degli altri vettori di riferimento (AirFrance/Klm, BA, Lufthansa, Turkish);

2. il costo-azienda dei dipendenti Alitalia ed il loro tasso di produttività devono essere altrettanto comparabili con quelli dei concorrenti;

3. i dipendenti Alitalia mettano mano alle loro tasche e convertano il TFR in azioni di Alitalia: se non ci credono loro, perchè mai dovrei crederci io, come cittadino e contribuente?

Al realizzarsi di tali condizioni, forse qualche “cavaliere bianco” apparirà all’orizzonte; il primo ad accorrere potrebbe essere il gestore dell’hub romano, che certo ha molto interesse a vederlo pieno e ben funzionante (visti anche gli investimenti previsti).

Confidando che il postino continui a fare il postino.