APERITIVO 2014: EVENTI E PROGRAMMA

Forza, pigroni.

LIBERIAMO è scatenata! L’evento TOP del febbraio 2014 è sicuramente il nostro APERITIVO 2014 che è, cosa non secondaria, in un bellissimo posto. Non diciamo altro!

Ecco il link per iscriversi e per scoprire cosa c’è sotto.

http://www.eventbrite.it/e/biglietti-aperitivo-2014-liberiamo-si-presenta-10381939661

LIBERIAMO è MISTERO, FASCINO, PROGRESSO, CULTURA.

UNISCITI A LIBERIAMO.

PS Nell’occasione confidiamo sulla vostra generosità… oltre che nella vostra simpatia!

 

 

 

Sodo caustico. Il taglio delle emissioni CO2.

 

L’annuncio è tutto politico: entro il 2030 nella UE le emissioni di CO2 dovranno calare del 40% e le fonti da energia “verde” dovranno rappresentare il 27% del totale; obiettivi ambiziosi, che superano quelli del 20/20/20 (meno 20% di CO2 entro il 2020,  e 20% da energia “verde”), che sono a portata di mano; nel caso dell’Italia, la riduzione di CO2 è stata favorita dalla forte riduzione dell’attività industriale, mentre lo sviluppo delle fonti rinnovabili ha goduto di benefici fiscali assai generosi (e superiori a quelli in vigore altrove). La UE gioca da sola la partita, poiché tutti gli altri paesi non la seguiranno; ed è una partita difficile, sul fronte dell’industria: come coniugare riduzione di CO2 con la presenza, e se possibile il recupero, dell’industria manifatturiera in paesi a forte tradizione industriale? Perché ridurre le emissioni di CO2 costa, secondo Confindustria, il 15-20% in più sulla bolletta elettrica, già più cara rispetto ai 28 paesi UE: l’Italia è al 24esimo posto per livello di costo. La UE pensa ad un grande piano di reindustrializzazione di 38 miliardi di euro per riportare al 20% la quota di dell’industria sul PIL entro 6 anni. Manca il “come”, e soprattutto manca la chiara volontà che la UE diventi il “benchmark”, o “standard”, in questo campo, a cui tutti gli altri paesi debbono adeguarsi (Cina, USA, Giappone, India, Brasile, solo per restare fra quelli a forte vocazione industriale); diversamente, sarà un rapido, inevitabile “declino”, assai doloroso. I segnali non sembrano favorevoli per l’industria italiana: la UE pensa all’estrazione di gas estratto da scisto con tecnologia “fracking”, ma non alla geotermia (settore in cui l’Italia ha forti tecnologie); la UE riduce dal 10% al 6% la quantità di biocarburanti da miscelare con benzina e gasolio senza promuovere i carburanti di nuova generazione in cui l’Italia ha eccellenti competenze e tecnologie; la UE fissa quote di energie rinnovabili senza includervi il solare termodinamico, dove l’Italia vanta esperienze e tecnologie superiori. L’industria italiana è forse troppo spesso “piagnona”; se ha energia, la sprigioni, e ne faccia uso sapiente ma fermo con governo nazionale (al suo interno purtroppo diviso fra Ambiente e MISE) ed UE.

Sodo caustico. Welfare: dissesto conclamato, intervento rimandato.

 

Il dossier più caldo della agenda “spending review” è quello della spesa pensionistica ed assistenziale: 300 miliardi di spesa, con un crescente disequilibrio fra entrate contributive ed erogazioni dell’INPS, coperto da trasferimenti di stato, passati da 68.832 milioni nel 2005 a 105.693 milioni nel 2012, anno in cui le entrate contributive sono state 208.000 milioni e le erogazioni 295.000 milioni; il “deficit” è stato di 112.644 milioni nel 2013 ed è atteso in ulteriore crescita: 119.310 milioni nel 2014, 120.285 milioni nel 2015, 121.990 milioni nel 2016 secondo le stime del MISE. Un tasso di crescita annuo superiore all’8%, in tempi di inflazione ai minimi storici e grave flessione del PIL. L’aumento del disavanzo INPS è in parte legato al “contributo INPDAP” (il dissestato ente per i dipendenti pubblici) con uno “sbilancio” annuo di 9.000 milioni, e che paga pensioni mediamente superiori del 30% a quelle dei pensionati privati; in parte al sistema dell’assistenza che vale 72.000 milioni annui, strutturalmente in perdita in quanto non coperto da contribuzioni, ma a carico della generalità delle entrate contributive: pensioni sociali, indennità varie, reversibilità ai superstiti, invalidità civili (da sole, oltre 17.000 milioni annui). Le pensioni vanno pagate, l’INPS non può fallire, lo Stato deve intervenire. Modus est in rebus.

Sodo caustico. CdA delle banche nel mirino della Vigilanza.

 

Nel 2011, la Vigilanza di Banca d’Italia chiese di “riconsiderare la numerosità dei membri del board (delle banche italiane, ndr) e, ove opportuno, ridurla per evitare composizioni pletoriche”. All’invito, le banche italiane (come indica il Report su 43 istituti) hanno risposto aumentando il numero medio dei consiglieri a 13 (15,4 media nelle grandi banche, 6,7 nelle banche piccole); l’età media dei consiglieri è 60,4 anni, che restano in carica 6,2 anni; il 38% dei consiglieri accumula 5 cariche, il 93% dei consiglieri è uomo. Scarsi gli approfondimenti sulla adeguatezza della professionalità dei consiglieri “rispetto ai profili di rischio cui la banca è esposta”; “le modalità di valutazione dei consiglieri sono prevalentemente formali, limitate ad una mera verifica dei requisiti minimi di legge, e non sempre assicurano l’adeguata composizione dei board” rispetto alle competenze necessarie; ma non basta: “la presenza di profili di inopportunità di nomina – condanne penali per reati finanziari, situazioni amministrative anche interdittive o coinvolgimenti in procedure fallimentari – non è adeguatamente valutata né sotto il profilo della competenza professionale né della reputazione”. Le banche italiane godono di poco credito presso Banca d’Italia; come possono, a loro volta, erogare buoni crediti?

Sodo caustico. L’incertezza del diritto corre sul web.

Con il disegno di legge sulla “Web Tax” non solo il governo ha inciso su aspetti fiscali non secondari (chi compra online deve rivolgersi ad aziende con partita Iva italiana), ma ha aperto fronti di disputa legale non indifferenti: centri media ed intermediari che acquistano pubblicità online non sanno in che modo regolare in modo legale gli acquisti fra loro; la norma si applica solo alla pubblicità visibile sul territorio italiano, ma nell’era di internet i confini non esistono più: come evitare che utenti che si collegano da una postazione estera non “vedano” la pubblicità su siti gestiti da “providers” italiani? Norme scritte secondo criteri accettabili nell’era pre-internet che dimostrano ampia fallacia nel nuovo “paradigma”. Alcuni operatori stanno pensando di chiedere ad intermediari esteri di acquistare pubblicità per conto, facendo attenzione a fatturare il servizio come consulenza e non come intermediazione pubblicitaria. Anche il previsto aumento dell’ “equo compenso” (sino al 500%, con previsione di gettito di 300 milioni) sui diritti d’autore per i dispositivi elettronici avrà l’effetto di limitare la circolazione di idee, informazioni, a danno dei consumatori. Sempre i primi a disincentivare nuove imprese, nuove attività, nuove ricadute tecnologiche.

Sodo caustico. Il “flop” del 5 per mille.

Gli ultimi dati disponibili, soggetti al vaglio della Corte dei Conti, sono del 2011: 391,7 milioni destinati al 5 per mille da 16.777.352 cittadini, una media di 23,25 euro per cittadino. Le destinazioni preferite sono state Volontariato (259,3 milioni, il 66,2% dell’ammontare totale), Ricerca scientifica (57,6 milioni, il 14.7%), Ricerca sanitaria (54,8 milioni, il 14%), a seguire Comuni (12,5 milioni, il 3,2%) ed associazioni sportive (7,6 milioni, l’1,9%). Il giudizio della Corte dei Conti è severo: il 5 per mille favorisce chi raccoglie le adesioni dei più abbienti, chi ha forza promozionale e pubblicitaria, ed a seguire i Comuni più ricchi. L’Associazione Italiana Ricerca sul Cancro raccoglie 55,5 milioni, il 14,2% del 5 per mille, seguita da Emergency (11 milioni, il 2,8%), e poi Medici senza frontiere (8,8 milioni), Fondazione piemontese Ricerca sul Cancro (8,1 milioni), San Raffaele (6,9 milioni), Unicef (5,5 milioni), Associazione contro le Leucemie (5,2 milioni), Fondazione Veronesi (5,2 milioni). Il giudizio è “tranchant” sugli aspetti burocratici: assenza di un “quadro” dei beneficiari da parte governativa, assenza di trasparenza e certezza sui programmi di erogazione dei contributi, “inefficienze e inutili appesantimenti burocratici”, assenza di una “rigorosa selezione “ dei candidati alla donazione, molti “non meritevoli”, alcuni di ispirazione politica, ed anche una società di calcio di serie A (Milan). Il risultato è la “concentrazione” di donazioni sui soggetti più ricchi ed in grado di farsi pubblicità e promozione. Due brevi riflessioni: (1) con tali valori, arduo fare ricerca, impossibile forse quella di qualità; (2) a fronte di quanto incassato, quali sono i costi sostenuti dai principali beneficiari, e quanto resta per le attività istituzionali di ricerca e studio? Parlare di “flop” è allora solo un gentile eufemismo?