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Liberiamo!

Giustizia Civile: 5 proposte

Giustizia Civile

La giustizia civile in Italia, salvo rarissime eccezioni, non funziona. Cause e motivi di tale malfunzionamento sono molteplici e, come dimostrato in numerosi studi scientifici, condizionano lo sviluppo economico e la capacità di attrarre investimenti del Paese, aumentando i divari territoriali, limitando la crescita delle imprese e rallentando la realizzazione dei lavori pubblici. Con un approccio nuovo ed innovativo in termini di struttura, organizzazione e sintesi, le cinque proposte sviluppate dagli autori gettano le basi per una mirata riforma legislativa della giustizia civile mirata al raggiungimento dei principali benchmark europei di settore che, con il necessario supporto politico, possa attuarsi in tempi ragionevolmente brevi.

Leonardo D’Urso – Roberto Italia – Andrea Zulli

 

Qui trovate il documento: Cinque proposte per una riforma mirata della giustizia civile in Italia

Sulla pagina speciale del sito troverete tutti gli aggiornamenti del caso via via che l’iniziativa si diffonderà:

https://liberiamo.org/le-iniziative-di-liberiamo/giustizia-civile-le-5-proposte-di-liberiamo/

 

 

 

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Sodo Caustico

Sodo caustico. Il capitalismo pubblico.

 Il Centro Studi Confindustria (CSC) indica in 39.997 le partecipazioni di amministrazioni pubbliche in 7.712 organismi esterni, società ed enti spesso nati per aggirare i vincoli di finanza pubblica; dei 7.772 organismi indicati, 4.875 hanno una funzione definibile come “attività economica”, e solo 2.033 (il 26% del totale) svolgono servizi di interesse generale. Oltre la metà degli organismi non svolge attività economica,  ma assorbe la metà degli oneri sostenuti per le partecipate: 11 miliardi nel 2012. Il totale degli oneri sostenuti dalla P.A. per questi enti “para-inutili ed inutili” è di 22,7 miliardi annui; buona parte di tali enti negli anni ha mostrato perdite di bilancio, a carico della collettività. Numeri straordinari in negativo, che richiedono (indicativo presente d’obbligo) una pronta azione: la loro chiusura immediata.

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Sodo Caustico

Sodo caustico. I debiti delle amministrazioni locali.

La Banca d’Italia informa che al 31.12.2013 il debito di Regioni, Province, Comuni ed altri enti locali è di 107.611 milioni, sostanzialmente stabile. La parte del leone la fanno i Comuni con 47.292 milioni (il 43,9% del totale), seguiti da Regioni (36.577 milioni, il 34% del totale), Province (8.452 milioni, il 7,9%), altri enti (15.289 milioni, il 14,2%). La regione più indebitata (comprensiva dei debiti dell’ente regionale, delle province e dei comuni del territorio)  è il Lazio con 18.123 milioni (il 16,8% del totale del debito delle amministrazioni locali), seguita da Piemonte (14.849 milioni, il 13,8%), Campania (12.452 milioni, l’11,6%) e Lombardia (12.005 milioni, l’11,2%). Banche italiane e CDP sono i grandi finanziatori con 72.884 milioni, pari al 67,7% della provvista effettuata, seguite da emissioni di titoli all’estero (15.410 milioni, il 14,3%). Sul debito totale di 107.611 milioni, sono stati costruiti dei contratti derivati, o swap, per 8.735 milioni (dato al 31.12.2013), pari all’8.1% del debito, che stanno generando perdite di 922 milioni (inferiori all’1% del debito), che però stanno causando seri problemi di “tenuta” dei conti ai fini del patto di Stabilità dei comuni, in particolare quelli minori.

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Sodo Caustico

Sodo caustico. Investiamo sull’Italia?

 

Gli investitori istituzionali italiani sono innamorati di titoli di stato, cui destinano il 57,6% del loro patrimonio (dati MISE), meno delle obbligazioni societarie, che sono il 10,6% del patrimonio, ma un modesto 2,2% in obbligazioni societarie emesse da società italiane; ed ancor meno delle azioni, che rappresentano il 14,4% del patrimonio, ma sono per la maggior parte investiti in azioni estere: le azioni italiane rappresentano lo 0,9% del patrimonio. Dati, percentuali, “sentiment” diversi all’estero: nel mondo occidentale, gli investitori istituzionali investono il 45% del loro patrimonio in azioni del proprio Paese, percentuale che sale al 70% negli USA.

Lo scenario non cambia se si osservano le sole compagnie di assicurazione, che investono 226 miliardi su 500 miliardi di riserve tecniche in titoli di stato (il 45% del patrimonio, dati Banca d’Italia) e solo 9 miliardi in obbligazioni societarie italiane, e 111 miliardi in obbligazioni societarie estere (il 22%). Seppure con dati nettamente meno significativi, il confronto degli investimenti fatti da assicurazioni italiane in fondi di private equity (dati Aifi) evidenzia che le stesse hanno investito 111 milioni, mentre le assicurazioni francesi hanno investiti 2.800 milioni. Oltre i BTP, “hic sunt leones”, terra incognita: ma se non ci credono gli investitori istituzionali, anche dopo tutti i discorsi si “Destinazione Italia” e norme sui “mini-bond”, chi deve credere nelle imprese italiane?

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Sodo caustico. Il brevetto perduto.

L’innovazione è il seme dello sviluppo industriale ed economico: l’Italia perde terreno sul fronte dei brevetti depositati, scivolando fuori dalla “top 10”. Le richieste di brevetti ricevute dall’European Patent Office nel 2013 sono cresciute dell’1,8% nel 2013 a 265.690: al primo posto gli USA (64.967 richieste) seguiti da Giappone (52.437), Germania (32.022), Cina (22.292),Corea del Sud (16.857); Italia undicesima con 4.663 (-2,7% rispetto a 2012). La Svizzera guida la classifica dei brevetti per abitante con 832 domande ogni milione di abitanti; l’Italia è ferma a 60 domande per milione di abitanti in 18esima posizione (la media è 129 domande per milione di abitanti): “cartina di tornasole” della ridotta capacità innovativa del Belpaese e dell’insufficiente enfasi su istruzione, formazione, specializzazione del sistema-paese. Le imprese italiane più attive nella richiesta di brevetti sono la Lyondellbasell (prodotti petroliferi) ed Indesit con 62 richieste ciascuna, Solvay (53), Tetra Laval (imballaggi: 48), Chiesi farmaceutica (42), Pirelli (41). Sul podio Samsung (2.833), Siemens (1.974), Philips (1.839). Le tecnologie non sono “fluent” con l’italiano.
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Sodo caustico. Neet e rischiano di continuare ad esserlo.

YOUTH GUARANTEE ALL’ITALIANA

18 marzo, 2014 20:11 , Leave a Comment , 

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Neet e rischiano di continuare ad esserlo. La UE assegnerà 1.500 milioni all’Italia per il progetto “Garanzia Giovani” per combattere la disoccupazione “under 25”, ma 100 milioni si sono già “volatilizzati” nella creazione di un sito che il governo ha voluto per collegare Centri per l’Impiego (pubblici) ed Agenzie per il Lavoro (private), “una follia” nelle parole dell’Assessore al Lavoro del Veneto, “quelle risorse devono essere utilizzate per strumenti di avvicinamento e di inserimento al mondo del lavoro”. Il portale “Cliclavoro”, costo 100 milioni, intermedia 23.000 posti di lavoro; per confronto, un analogo portale tedesco ne intermedia 900.000. Il lavoro viene meglio “stanato” e reso disponibile dalle Agenzie private, che oggi sono 2.483, occupano 10.000 persone ed hanno consentito di trovare un nuovo lavoro a 470.000 persone (dato 2012), con un tasso di collocamento (media di persone che hanno trovato lavoro, per ogni addetto) di 47. I dati dei Centri pubblici sono meno “performanti”: 553 centri che occupano 9.865 dipendenti (quindi, lo stesso numero delle Agenzie private) che hanno trovato lavoro a 35.200 persone (media ultimi 7 anni) con un tasso di collocamento di 4, meno di 1/10 di quello delle agenzie private. Qualcosa su cui pensare e lavorare, sodo: un pubblico “tirarsi su le maniche” non resti un vuoto messaggio.

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Sodo Caustico

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Sodo Caustico

Sodo caustico. Piano Renzi: piano piano… poco poco…

Ieri mercoledì 12 marzo 2014 il governo Renzi, giovane e ben intenzionato nella sua scanzonata epidermica simpatia, ha annunciato le linee-guida del piano di rilancio del paese.

Alcune misure sono immediatamente attivabili (lavoro: contratti a termine, apprendistato), altre sono da rendere attive (ammortizzatori sociali, pagamenti alle imprese, riforme costituzionali), altre ancora, e forse le più “pesanti”, sono allo stato di progetto (riduzione Irap, Irpef, energia).

Ripercorriamo per sommi capi i contenuti, partendo da una premessa ed una considerazione.

La premessa: tutti d’accordo nel ritenere che non sia possibile aumentare le entrate e che sia doveroso incidere sulle uscite; con una spesa pubblica annua di 800 miliardi, ottenere riduzioni di costi (nel 2014) di 3 miliardi è troppo poco: meno dello 0,4% della spesa annuale; riteniamo che un obiettivo “a tendere” debba essere un 20%.

La considerazione: non affrontiamo il dilemma “riduzione Irap o riduzione Irpef?” essendo esso “ideologico”, ci limitiamo a verificare compatibilità attuabilità e rilevanza dei provvedimenti indicati.

1. Lavoro. Bene allungamento a 36 mesi dei contratti a termine senza causale e semplificazione dell’oggetto del contratto, immediatamente esecutivo; bene la revisione dell’apprendistato (che però tarda sempre a venire adottato). Fuori-gioco la proposta di avviare una agenzia nazionale dei centri dell’impiego, se solo si riflette sul fatto che le Agenzie private, che oggi sono 2.483, occupano 10.000 persone ed hanno consentito di trovare un nuovo lavoro a 470.000 persone (dato 2012), con un tasso di collocamento (media di persone che hanno trovato lavoro, per ogni addetto) di 47. I dati dei Centri pubblici sono meno “performanti”: 553 centri che occupano 9.865 dipendenti (quindi, lo stesso numero delle Agenzie private) che hanno trovato lavoro a 35.200 persone (media ultimi 7 anni) con un tasso di collocamento di 4, meno di 1/10 di quello delle agenzie private. Il collocamento pubblico non funziona, meglio “regalarlo” ai privati. Ammortizzatori sociali: sarà fatta una proposta di riforma nei prossimi 6 mesi: ancora troppo poco e troppo presto per valutare.

2. Casa. Bene sia il “pacchetto casa” per la detrazione fiscale al 50% per l’acquisto di mobili elettrodomestici, in caso di recupero edilizio, con nuovo limite di spesa a 10.000 euro. Bene la riduzione della cedolare secca sugli affitti al 10%, presa per favorire e riattivare gli affitti calmierati. Il minor gettito (non quantificato) dovrebbe essere contenuto, se raffrontato ai benefici attesi.

3. Riforme costituzionali. Partita politica, il cui esito sarà rilevante nella misura in cui si produrranno riduzioni permanenti di costi della “macchina politica”. Con più coraggio, il governo (nella sua nuova “verve” simpatica, a volte sfrontata) avrebbe potuto proporre la sola cosa seria: portare a massimo 100 i deputati e massimo 30 i senatori (in qualunque forma “non concorrente” si scelga), che avrebbe un doppio risultato: minori costi e tempi di esame ed approvazione ridotti, non avendo necessità di passaggi in commissioni, che potrebbero essere eliminate.

4. Scuola. Valida la proposta (perché tale è) di sbloccare 3,5 miliardi bloccati fra PA centrale e PA locale; tutta da verificare la capacità del governo di “sbloccare” l’impasse burocratico che ha sinora bloccato, e rischia ancora di bloccare, gli investimenti scolastici. Auguri vivissimi.

5. Debiti della PA verso le imprese. Una proposta debole, che fa leva sulla capacità del sistema bancario di anticipare alle imprese la cessione pro-soluto dei crediti vantati verso la PA. Se i dati preliminari di 60 miliardi di crediti fossero confermati, e la cessione fosse pro-soluto, va osservato che il rischio di credito relativo, per le banche, passerebbe dalle imprese allo stato (centrale, locale), con evidente aumento del rischio-PA per le banche. Consigliamo una maggiore analisi del problema e soluzioni fattibili, serie, attivabili. (A latere, ricordiamo che la nuova “Sabatini” attende da troppo tempo i decreti attuativi: sarebbe ottima cosa che si sbloccasse questo nodo gordiano che limita la capacità investimento per le imprese).

6. Bolletta energetica. Debole immaginare la riduzione del 10% dei costi energetici per le PMI attraverso la “rimodulazione del paniere della bolletta energetica”. Consigliamo una maggiore analisi del problema e soluzioni fattibili, serie, attivabili.

7. Irap. Ridurre il peso dell’Irap (obiettivo condiviso e sottoscritto) attraverso un aumento dell’aliquota di tassazione sulle rendite finanziarie è non solo una “partita di giro” ma (1) una evidente disparità di trattamento all’interno della stessa tipologia di attività di investimento (con relativi profili di incostituzionalità, da valutare i altra sede) e (2) una misura che incide in modo significativo sull’industria del risparmio gestito, penalizzando forme di investimento diverse dai titoli di stato (pensiamo ai fondi di investimento, alle azioni, alle obbligazioni emesse, od emittende, delle PMI nella forma “mini-bond” recentemente risuscitata). E comunque, la misura del 26% si applicherà dal 1 maggio 2014; quindi, tutta da progettare, proporre, approvare in sede legislativa.

8. Irpef. Tralasciando osservazioni sulla compatibilità di una riduzione Irpef per i lavoratori dipendenti a fronte di nessuna variazione per lavoratori autonomi (che appare una chiara “presa di posizione”) e pensionati, ci limitiamo ad osservare che manca l’indicazione della copertura per 6 miliardi nel 2014 e 10 miliardi a regime, ogni anno.

Poco, mal assemblato, incerto. C’è molto da fare, il tempo scorre inesorabilmente.

 

I lettori di questo articolo sono invitati ad inviare commenti e formulare proposte utili al governo patrio. Grazie per l’attenzione e per aver letto questo articolo sino alla fine. Buona prosecuzione di giornata!

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Sodo Caustico

Sodo caustico. No alla “bad bank” per i “bad bankers”.

Siamo contrari alla creazione di una, o più, “bad bank” di sistema per affrontare il problema dei crediti deteriorati, incagliati, in sofferenza delle banche italiane (per semplicità, “non performing assets”), che hanno raggiunto complessivamente i 300 miliardi di euro. Siamo contrari per diversi motivi.

(1) esiste già un vasto mercato di operatori specializzati, a livello internazionale, che hanno sia competenze per valutare “fair value” e “recovery value” dei crediti che risorse finanziarie per acquistare e finanziare l’acquisto dei crediti bancari deteriorati; “entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem”.

(2) il sistema bancario non è stato in grado di valutare e gestire il credito bancario in modo efficiente: per quale ragione si dovrebbe credere che sia in grado di farlo, sotto nuove spoglie?

(3) il tema cruciale è evidente: il criterio di valutazione dei crediti dubbi. Su base storico-statistica, una percentuale di “recupero” si può stimare fra il 5% ed il 10% del “nominal value”; se prendiamo i crediti classificati come in sofferenza, che sono 150 miliardi (la metà circa di tutti i “non performing assets” del sistema bancario italiano), ed applichiamo una percentuale del 10%, il valore “fair value” sarebbe di 15 miliardi (per i quali trovare il capitale necessario) e la perdita da iscrivere a conto economico per le banche, nel complesso, di 135 miliardi. A titolo di memoria, le prime 9 banche hanno un patrimonio netto di 160 miliardi e crediti totali lordi di 1.398 miliardi. Emergono con chiarezza i problemi che il sistema bancario deve affrontare: sottocapitalizzazione e richiesta di nuovo capitale: a chi? Agli azionisti-fondazioni od al mercato?

(4) chi finanzierebbe la, o le, “bad bank”? Le fondazioni bancarie “non hanno occhi per piangere” e sarebbero in palese conflitto di interessi: le 88 fondazioni bancarie hanno un patrimonio di 48 miliardi, composto di 20 miliardi di partecipazioni bancarie e 21 miliardi di altre attività finanziarie che potrebbero essere utilizzate, laddove smobilizzate (vendita, ma a quali prezzi?…), per sostenere una (parziale) ricapitalizzazione delle banche partecipate. Facile immaginare i “desiderata” del sistema bancario e del governo: la CDP. Siamo contrari ad un intervento di una struttura che ha molte competenze e risorse, ma non quelle specialistiche per una attività di “bad bank”.

(5) esiste un mercato internazionale vasto e liquido, quello degli investitori c.d. del “secondary market”, che vive da sempre proprio sulla capacità di gestire acquisto e valorizzazione di “non performing assets”. Se fanno questo mestiere, da bene a meno bene, ma lo fanno, quale ragione esiste per la creazione di una ipotetica “bad bank” italiana, o meglio: italiota? A pensare male, come diceva un Giulio di una certa notorietà, si fa peccato ma si azzecca. Ecco perché siamo contrari.

 

 

 

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Sodo Caustico

Sodo caustico. E se l’area euro subisse uno shock commerciale?

Il Think Tank Bruegel ha immaginato che cosa potrebbe accadere nel caso l’euro soffrisse un shock commerciale causato da una crescita delle esportazione fuori-UE, a discapito dei flussi intra-UE che oggi sono ancora la parte del leone di flussi commerciali (appenasotto il 50% per Italia e Germania). Sino al 2000 Europa e USA contavano per il 65% del PIL mondiale col Giappone al 10% e la Cina al 3%; la crescita tumultuosa dei BRIC e l’ingresso della Cina nel WTO ha cambiato tutto: la Cina in 10 anni balza di 5 punti, il Giappone scende di 4, la UE di 1 e gli USA di 9; grazie ad un +23,2% annuo nelle esportazioni, la Cina supera UK, Giappone, Germania. Se questo trend continuasse, che mondo avremmo nel 2020? L’Europa, ancora oggi il maggior mercato al mondo con il 33% dei flussi commerciali, scenderebbe al 25%, con la Cina ad una incollatura, più indietro USA e paesi emergenti. L’Europa sarebbe sconvolta dallo spostamento dei flussi commerciali dei suoi membri fuori dai confini continentali (nello scenario immaginato, Germania e Francia avrebbero come principale mercato di esportazione la Cina) che andrebbero contro la logica che ha fatto nascere una moneta unica, creata per stabilizzare il flusso degli scambi intra-comunitari in un mercato unico, con una moneta unica, con sistemi tendenzialmente allineati e convergenti. Ma se i paesi guardano più “fuori” che “dentro”, diminuiranno i vantaggi di una moneta unica? E per contro aumenterà l’esposizione a shocks commerciali, dovuti a ragioni di prodotto, costo del prodotto, tecnologia, lavoro? La sfida sarà anche sulla capacità di governare questo (possibile) cambiamento strutturale facendolo coesistere con la spinta alla integrazione politica, sociale, economica per superare le divergenze esistenti. Uno scenario dove singoli paesi come Italia (che oggi ha una economia pari ad ¼ di quella cinese, destinata a scendere) e UK, per restare in Europa, fossero meno “pesanti” sullo scacchiere dei commerci potrebbe imporre una accelerazione verso l’integrazione? Od avrebbe una spinta avversa di conservazione e “ritirata” in ambiti nazionali? Uno stimolo in più per far buon uso della fantasia italiana nel prossimo semestre europeo.

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Sodo Caustico

Sodo caustico. Tremate, tremate le Troike son arrivate!

TREMATE, TREMATE LE TROIKE SON ARRIVATE!

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Ci si chiede spesso se l’Italia rischi un intervento “etero diretto” da parte di istituzioni sovra-nazionali come Fondo Monetario Internazionale (FMI) e Banca Centrale Europea (BCE) attraverso i meccanismi di sostegno ed intervento disponibili in FMI e BCE.

Riteniamo che un “salvataggio” del nostro paese sia più facilmente realizzabile attraverso una “mano amica” che operi con rapidità, razionalità, coerenza rispetto ad uno “stillicidio infinito” ad opera di una classe politica ed amministrativa (i veri “boiardi di stato” della pubblica amministrazione) screditata ed incapace; per contro, gli impatti sul quadro sociale ed istituzionale nel breve termine sarebbero, e saranno, di notevole dimensione (in modo purtroppo non dissimile da quanto avvenuto in Grecia). Ma “tertium non datur”. In questo “paper” ripercorriamo le vicende di Argentina e Grecia con l’obiettivo di verificare se da tali tristi esperienze sia possibile rintracciare un “modus operandi” utile per quanto potrebbe dover affrontare l’Italia.

L’Italia ha subito una significativa contrazione del PIL ed attraversato acuti periodi di turbolenza finanziaria a causa degli evidenti squilibri di bilancio e dell’elevato debito pubblico, oggi oltre il 133% del PIL, rispetto ad un parametro UE del 60% cui l’Italia dovrà avvicinarsi, secondo l’accordo c.d. “fiscal compact”, e cresciuto del 30% fra il 2007 ed il 2013.

L’esperienza recente (limitandosi anche al solo periodo successivo alla ormai storica lettera della BCE inviata al governo italiano il 5 agosto 2011) ha dimostrato che sono difficilmente realizzabili riforme strutturali in un contesto di instabilità politica, assetto istituzionale farraginoso e contradditorio, pubblica amministrazione insensibile al cambiamento. Un ulteriore peggioramento del quadro, laddove fosse anche esacerbato dalla prosecuzione della fase recessiva (con i conseguenti impatti su deficit, dimensione del debito, accesso a nuovo debito e suo costo), potrebbe condurre il paese in una situazione di crisi simile a quella del 2011. In tale contesto, non sarebbe escluso un intervento-ultimatum di FMI e BCE.

Quali interventi mettono in campo FMI e BCE? In quali casi essi intervengono? Con quali modalità? Con quali conseguenze per il paese sottoposto a tali interventi? Le esperienze di Argentina e Grecia possono aiutare a comprendere e definire le azioni di intervento ed i loro effetti?

Partiamo dall’inizio per cercare di imparare da casi simili, rileggendo le crisi di Argentina e Grecia e di come esse sono state gestite da FMI (Argentina e Grecia) e BCE (Grecia).

Argentina. Gli elementi di vulnerabilità del paese che hanno condotto alla crisi del 2001-2002 sono stati indicati dal FMI in dinamica del debito pubblico, vincolo imposto dal cambio fisso fra dollaro USA e peso argentino, debolezza strutturale dell’economia legata alla produzione di materie prime (in primis, alimentari) soggette ad andamenti erratici tipici delle commodities e priva di industrie di base o trasformazione, debolezza della politica fiscale messa in atto dalle autorità politiche “che hanno sistematicamente spinto il sistema politico a impegnare più risorse pubbliche di quante avesse capacità di mobilitare” e con una spesa pubblica usata come “strumento di favore politico” (“Independent Evaluation Office, “The IMF and Argentina 1991-2001”, 2004, p. 14). Il cambio fisso dollaro/peso ha reso impossibile svalutazioni per riequilibrare i relativi poteri di acquisto e valori reali delle economie, cosicché l’Argentina si è trovata ad allineare la propria politica monetaria a quella degli USA nonostante le differenze legate al diverso ciclo economico. Evidenti erano anche le rigidità del mercato del lavoro argentino, e la assenza di mercati liberalizzati, a partire da utilities ed infrastrutture. Il lettore potrà forse trovare eventuali sfortunati punti di contatto fra la passata situazione argentina e l’attuale situazione italiana.

Dato il progressivo peggioramento della situazione economica, nel 2000 l’Argentina chiese ed ottenne un prestito triennale di 7,2 miliardi di US$ dal FMI, che venne erogato sull’assunto di una crescita del PIL del 3,4% nel 2000, anno che invece segnò un -0,8%, sopravvalutando quindi il potenziale di crescita e sottovalutando le debolezze del paese. Ulteriori finanziamenti vennero accordati, nonostante la perdurante incapacità del governo argentino di mettere mano alle riforme attese, ed in presenza di un ulteriore peggioramento dell’economia che condusse alla decisione del FMI di sospendere gli aiuti nel dicembre 2001. Il mese successivo l’Argentina dichiarò default sul debito abbandonando il sistema di cambio fisso col dollaro.

La tempistica degli interventi del FMI e le modalità di sospensione degli stessi sembrano confermare che il FMI interpretò la crisi argentina come “crisi di liquidità” e non strutturale, continuando quindi ad erogare prestiti nella convinzione, rilevatasi fallace, che la crisi fosse passeggera e dovuta ad eventi negativi e temporanei, e non legata, come invece era, a insostenibilità dei conti pubblici ed incapacità endemica dell’amministrazione a mettere in atto riforme strutturali non procrastinabili. Il tutto conferma, inoltre, come il FMI non sia stato in grado di legare la concessione di prestiti all’adozione concreta delle riforme attese e di valutare i rischi, allora considerati remoti mai poi rivelatisi reali, di un peggioramento delle condizioni macroeconomiche e di una fuga di capitali verso l’estero.

La irresponsabilità della classe politica argentina emerge come elemento cruciale dello scatenarsi della crisi e della incapacità di gestirla, in particolare sotto gli aspetti di politica fiscale e monetaria.

La crisi argentina fu assai acuta, con una caduta del PIL dell’11% nel 2002, un tasso di disoccupazione superiore al 20%, una caduta dei consumi del 13,6%, un crollo degli investimenti del 39%. Gli effetti del default ebbero conseguenze sociali gravi e durature, destabilizzando la situazione politica ed economica negli anni seguenti, con una “coda” che si sta manifestando nuovamente a distanza di anni.

 

Grecia. Nell’aprile 2010, al momento della richiesta di un prestito di 30 miliardi di euro al FMI per 3 anni e di un prestito di 80 miliardi di euro alla UE, per totali 110 miliardi di euro pari alla metà del PIL greco, la Grecia presentava alcune debolezze strutturali: alto rapporto deficit/PIL pari al 13,6% nel 2009; rapida crescita del debito pubblico passato dal 100% sul PIL nel 2005 al 148% nel 2010; invecchiamento della popolazione con relative previsioni di aumento delle spese per pensioni e sanità; bassa competitività; capacità di offerta di beni e servizi limitata; istituzioni non favorevoli agli investimenti ((IMF Council Report no. 10/110, maggio 2010, p. 1: “Thus, Greece needs a strong and sustained adjustment program to lower the fiscal deficit substantially and create the basis for a declining debt ratio, bring domestic demand in line with domestic supplì capacity, and improve competitiveness so that the economy can step onto a higher growth path””). Date tali debolezze, il FMI sollecitava un programma di aggiustamento fiscale per ridurre il deficit, per invertire la crescita del rapporto debito/PIL, per riallineare la domanda interna alla effettiva capacità di offerta per migliorare la competitività del paese.

Il programma di aggiustamento concordato con il FMI si fondava su 3 punti: (a) ripristino della fiducia e garanzia della sostenibilità fiscale, attraverso azioni rivolte a riprendere credibilità sui mercati internazionali permettendo così la ripresa degli investimenti esteri; (b) ripristino della competitività interna attraverso la riduzione dei salari nominali, adottando riforme strutturali che consentissero all’economia greca di attrarre investimenti esteri; (c) salvaguardia della stabilità del settore bancario-finanziario dal rischio di disinflazione che avrebbe indebolito i bilanci bancari.

Il primo obiettivo avrebbe comportato un consolidamento fiscale agendo sia sul fronte delle entrate (tasse e lotta alla evasione fiscale) che su quello delle spese (tagli a pensioni).

Il secondo obiettivo avrebbe dovuto focalizzarsi sulla riforma del lavoro attraverso flessibilità e creazione di condizioni favorevoli all’impresa ed agli investimenti, quali liberalizzazioni di servizi pubblici in un mercato interno protetto ed interventi volti all’efficienza del settore pubblico, in particolare la sanità.

In termini concreti, il programma intendeva ristrutturare l’offerta, cercando di attenuare gli effetti depressivi di breve termine derivanti dal consolidamento fiscale e proponendosi di creare condizioni favorevoli alla crescita nel medio termine.

Tra dicembre 2011 e febbraio 2012 venne preparato un “programma di aggiustamento” per gli anni sino al 2014. Nel complesso, la comunità internazionale ha erogato prestiti per 237,5 miliardi pari al 107% del Pil della Grecia sul fondamento che i risultati e gli effetti previsti dalle riforme attese sarebbero state sufficiente garanzia per la concessione di crediti.

Già nel giugno 2011 il parlamento greco aveva approvato un ampio programma di misure per stabilizzare i conti pubblici prevedendo un inasprimento fiscale ed una serie di privatizzazioni che avrebbero consentito un miglioramento della posizione finanziaria di 50 miliardi di euro; seguì, nel febbraio 2012, un ulteriore programma di interventi con la previsione di (a) tagli nell’organico dei dipendenti pubblici per 150.000 unità entro il 2015; (b) tagli alla sanità ed alla difesa; (c) possibilità di revisione dei salari da parte delle imprese compresa una più lasca disciplina sul licenziamento, che faceva seguito al precedente innalzamento dell’età pensionistica da 61 a 65 anni per i dipendenti pubblici. Nel corso del 2012 vennero presi ulteriori provvedimenti per assicurarsi il sostegno della comunità internazionale e dimostrare lo sforzo di risanamento, incluso un ulteriore innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni.

La Commissione Europea (“European Commission – Commission Staff Working Document, “Assessment of the 2013 national reform programme for Greece”) se da un lato ha confermato importanti progressi nell’opera di risanamento, dall’altro ha lamentato lentezza ed inadeguatezza delle azioni intraprese “”nella riforma della pubblica amministrazione, nella riforma del sistema fiscale e nelle privatizzazioni””, poiché persistono nodi preoccupanti nel bilancio pubblico che potrebbero richiedere ulteriori provvedimenti per riallineare il programma agli obiettivi attesi.

Il lettore, anche in questo caso, potrà valutare la situazione greca e la sua evoluzione con quanto avviene, o non avviene, nel nostro paese.

Diversi elementi di somiglianza emergono: elevato debito pubblico (superiore al 133% in Italia), irresponsabilità fiscale del governo centrale e locale, immobilità incapacità ed inadeguatezza della classe politica, mercato interno che presenta aree di chiusura alla libera competizione con una rilevante presenza pubblica sia nella erogazione di servizi verso i cittadini (utilities) e verso la pubblica amministrazione stessa attraverso società di scopo, municipalizzate ed aziende autonome che non sono orientate ad una logica imprenditoriale e di profitto.

Storicamente, gli elementi e le condizioni che possono condurre ad un default di uno stato sono: (a) un debito pubblico elevato, che diventa critico laddove superi il 90% del PIL, limitando la capacità di crescita; il rapporto debito/PIL dell’Italia è oggi superiore al 133%; (b) prolungati periodi di crescita economica negativa, o nulla; in Italia, il PIL ha avuto una dinamica negativa negli ultimi anni: -2,5% nel 2012 e -1,8% nel 2013, fonte Eurostat; (c) una percentuale elevata di debito pubblico posseduto da investitori stranieri, più influenzabili da dinamiche avverse e quindi propensi ad un rapido disinvestimento da titoli pubblici del paese sotto osservazione; si ricorda come la percentuale di debito pubblico italiano detenuta da investitori esteri fosse del 52% prima della crisi del novembre 2011 per scendere al 30% circa oggi; d) flussi di capitale estero legati a fasi pro-cicliche (alti in fasi espansive, bassi o negativi in fasi recessive) e “speculativi”, rispetto ad investimenti strutturali e stabili; (e) una struttura del debito pubblico più assata sul breve periodo, con duration (durata media del debito residuo) brevi, e quindi più sensibile ad aumenti improvvisi e/o duraturi dei tassi nominali; (f) deficit di bilancio pubblico significativi e ripetuti nel tempo; (g) inflazione elevata; (h) deprezzamento significativo della valuta nazionale. La contemporanea presenza di più elementi accresce la vulnerabilità del paese al default, che viene accelerato da un “evento-shock” come la svalutazione improvvisa della moneta o l’abbandono di forme di “aggancio” a monete più forti.

L’Italia presenta quindi diversi elementi negativi che potrebbero, laddove non adeguatamente affrontati e risolti, divenire critici, in un prossimo futuro.

FMI, UE e BCE hanno ripetutamente consigliato all’Italia di procedere ad un serio insieme di riforme strutturali per ridurre il peso dello stato nell’economia (e quindi attraverso l’apertura dei mercati domestici oggi protetti avviare una crescita virtuosa del gioco competitivo a vantaggio dei cittadini e dell’economia) e ridurre il differenziale competitivo con altre economie. La stabilità politica è stata indicata come elemento importante per approvare e mettere a regime le riforme necessarie; è di palmare evidenza che in una situazione ormai cronica di instabilità politica il percorso verso le riforme appare ancor più difficile di quanto fosse nel passato. Il FMI (IMF Country Report no. 13/298, Italy 2013 Article IV consultation, p. 9) osserva che “”in assenza di riforme strutturali più profonde, la crescita di medio termine si manterrà bassa””, sollecitando quindi il governo italiano ad intervenire su produttività stagnante, ambiente socio-economico poco adatto alle attività imprenditoriali, settore pubblico assai indebitato. Sono gli stessi punti su cui si era concentrata l’ormai storica lettera della BCE dell’agosto 2011, largamente inascoltata ed inattuata. Quindi le azioni da intraprendere dovrebbero includere: (a) finanza pubblica; (b) settore pubblico; (c) misure a sostegno della crescita.

Seppure non auspicata, una richiesta a FMI, UE e BCE di attivare interventi a sostegno dell’Italia non è da escludere nel caso il paese dovesse ritrovarsi ad affrontare una turbolenza dei mercati del debito sovrano, con rischio di non poter accedere ai capitali, come avvenuto nel novembre 2011. Peraltro, le dimensioni dell’economia italiano e del suo debito pubblico (circa 2.000 miliardi di euro) non sono comparabili con quelle dell’Argentina (che fece ricorso al solo intervento del FMI) e di Grecia, ma un intervento non sarebbe comunque dissimile da quanto fatto con Atene, coinvolgendo peraltro anche il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), sinora mai attivato, accanto alle misure più tradizionali già adottate con la Grecia.

La crisi del novembre 2011 fu concentrata sul mercato secondario del debito pubblico, creando forti tensioni nei bilanci delle banche nazionali, ma non colpì fortunatamente il mercato primario, dove nessuna asta di titoli di nuova emissione venne sospesa od annullata, nonostante la brusca impennata dei tassi di interesse. Si ricorda qui come interventi massicci sul fronte della liquidità fatti dalla BCE abbiano permesso alle banche italiane di accedere a finanziamenti a breve termine in quantità e modalità tali da consentire ampi acquisti di titoli di stato sul mercato secondario, evitando una crisi di liquidità che avrebbe avuto conseguenze non prevedibili e quantificabili; i prestiti erogati dalla BCE alle banche italiane erano 41 miliardi nel giugno 2011, poi cresciuti a 280 miliardi a fine 2011, quasi integralmente utilizzati dalle banche per acquistare titoli di stato nella appena citata “mega-operazione” di sostegno.

Una eventuale nuova crisi accrescerebbe la ancora difficile situazione delle banche, che non potrebbero ripetere quanto fatto allora; in tale scenario, verrebbero compromessi gli esiti delle aste di titoli pubblici, aumentandone i tassi di interesse che andrebbero ad ulteriormente gravare sulle ancora deboli finanze, vanificando le azioni di consolidamento fiscale (avviato) e di intervento sulla spesa pubblica (ancora da avviare). Diverrebbe necessario un intervento del MES attraverso un programma di intervento di Primary Market Support Facility (PMSF), che consiste in operazioni di sottoscrizione di titoli emessi dal paese in difficoltà finanziarie sul mercato primario dei titoli di stato, condizionato e subordinato alla sottoscrizione di un Programma di Aggiustamento Macroeconomico.

Non sarebbe peraltro da escludere un intervento di sostegno sul mercato secondario dei titoli di stato, per evitare un intervento diretto nel mercato primario (più pregnante ed invasivo per i costi politici e di credibilità collegati), con l’obiettivo di ristabilire fiducia nel settore bancario. Anche in tal caso si avrebbe la sottoscrizione di impegni vincolanti ripresi in un Programma di Aggiustamento Macroeconomico.

Nel caso di ulteriore inadempienza da parte della classe politica – che dimostra un incomprensibile e colpevole immobilismo – nell’attuare le riforme necessarie, si renderebbe necessaria la Assistenza Finanziaria Precauzionale del MES, una misura che sancirebbe il fallimento del governo e dell’amministrazione italiana nel mettere in atto misure necessarie, con rilevanti costi politici negativi, senza margini per “scaricare” le responsabilità sulla “speculazione” dei mercati.

FMI, UE e BCE hanno puntuale conoscenza dei problemi italiani, del loro “quantum”, dei modi e tempi di un eventuale intervento straordinario; ciò non è peraltro garanzia di successo, tenuto conto dell’avverso ambiente istituzionale della pubblica amministrazione, con la sua presenza ampia pervasiva ed inefficiente ad ogni livello centrale e periferico, e dell’opinione pubblica. Affidarsi ad un soggetto esterno, seppure istituzionale, è segno della perdita di stima, considerazione, “ragione d’essere” di una classe politica: ma è proprio questo il declino che vive da decenni, quasi inesorabilmente, una classe politica, di governo ed amministrativa, che dimostra incapacità, cecità e inaffidabilità.

Ma tema più importante è: che ci potrà riservare il futuro? Quali potrebbero essere le conseguenze a più lungo termine di un “salvataggio” del paese? Superata la fase critica del breve periodo, l’Italia sarebbe in grado di superare lo “shock” e riprendere un percorso di crescita, da lungo tempo abbandonato? Le esperienze di Argentina e Grecia non sono pienamente positive, al riguardo; occorre quindi aver da subito ben chiaro e definito un programma di “recovery” in un nuovo paradigma. In assenza di un simile programma redatto dalla amministrazione governativa, il compito di definirne obiettivi, capitoli, contenuti dovrà essere assunto da nuove forze, preferibilmente presenti nel mondo sano dell’impresa e del lavoro, con il supporto di “pensatoi” attrezzati e competenti.

 

Tremate, tremate le Troike son arrivate!

di Sodo Caustico – Progetto Italia in Europa