Giustizia Civile: 5 proposte

Giustizia Civile

La giustizia civile in Italia, salvo rarissime eccezioni, non funziona. Cause e motivi di tale malfunzionamento sono molteplici e, come dimostrato in numerosi studi scientifici, condizionano lo sviluppo economico e la capacità di attrarre investimenti del Paese, aumentando i divari territoriali, limitando la crescita delle imprese e rallentando la realizzazione dei lavori pubblici. Con un approccio nuovo ed innovativo in termini di struttura, organizzazione e sintesi, le cinque proposte sviluppate dagli autori gettano le basi per una mirata riforma legislativa della giustizia civile mirata al raggiungimento dei principali benchmark europei di settore che, con il necessario supporto politico, possa attuarsi in tempi ragionevolmente brevi.

Leonardo D’Urso – Roberto Italia – Andrea Zulli

 

Qui trovate il documento: Cinque proposte per una riforma mirata della giustizia civile in Italia

Sulla pagina speciale del sito troverete tutti gli aggiornamenti del caso via via che l’iniziativa si diffonderà:

https://liberiamo.org/le-iniziative-di-liberiamo/giustizia-civile-le-5-proposte-di-liberiamo/

 

 

 

Sodo caustico. Il capitalismo pubblico.

 Il Centro Studi Confindustria (CSC) indica in 39.997 le partecipazioni di amministrazioni pubbliche in 7.712 organismi esterni, società ed enti spesso nati per aggirare i vincoli di finanza pubblica; dei 7.772 organismi indicati, 4.875 hanno una funzione definibile come “attività economica”, e solo 2.033 (il 26% del totale) svolgono servizi di interesse generale. Oltre la metà degli organismi non svolge attività economica,  ma assorbe la metà degli oneri sostenuti per le partecipate: 11 miliardi nel 2012. Il totale degli oneri sostenuti dalla P.A. per questi enti “para-inutili ed inutili” è di 22,7 miliardi annui; buona parte di tali enti negli anni ha mostrato perdite di bilancio, a carico della collettività. Numeri straordinari in negativo, che richiedono (indicativo presente d’obbligo) una pronta azione: la loro chiusura immediata.

Sodo caustico. I debiti delle amministrazioni locali.

La Banca d’Italia informa che al 31.12.2013 il debito di Regioni, Province, Comuni ed altri enti locali è di 107.611 milioni, sostanzialmente stabile. La parte del leone la fanno i Comuni con 47.292 milioni (il 43,9% del totale), seguiti da Regioni (36.577 milioni, il 34% del totale), Province (8.452 milioni, il 7,9%), altri enti (15.289 milioni, il 14,2%). La regione più indebitata (comprensiva dei debiti dell’ente regionale, delle province e dei comuni del territorio)  è il Lazio con 18.123 milioni (il 16,8% del totale del debito delle amministrazioni locali), seguita da Piemonte (14.849 milioni, il 13,8%), Campania (12.452 milioni, l’11,6%) e Lombardia (12.005 milioni, l’11,2%). Banche italiane e CDP sono i grandi finanziatori con 72.884 milioni, pari al 67,7% della provvista effettuata, seguite da emissioni di titoli all’estero (15.410 milioni, il 14,3%). Sul debito totale di 107.611 milioni, sono stati costruiti dei contratti derivati, o swap, per 8.735 milioni (dato al 31.12.2013), pari all’8.1% del debito, che stanno generando perdite di 922 milioni (inferiori all’1% del debito), che però stanno causando seri problemi di “tenuta” dei conti ai fini del patto di Stabilità dei comuni, in particolare quelli minori.

Sodo caustico. Investiamo sull’Italia?

 

Gli investitori istituzionali italiani sono innamorati di titoli di stato, cui destinano il 57,6% del loro patrimonio (dati MISE), meno delle obbligazioni societarie, che sono il 10,6% del patrimonio, ma un modesto 2,2% in obbligazioni societarie emesse da società italiane; ed ancor meno delle azioni, che rappresentano il 14,4% del patrimonio, ma sono per la maggior parte investiti in azioni estere: le azioni italiane rappresentano lo 0,9% del patrimonio. Dati, percentuali, “sentiment” diversi all’estero: nel mondo occidentale, gli investitori istituzionali investono il 45% del loro patrimonio in azioni del proprio Paese, percentuale che sale al 70% negli USA.

Lo scenario non cambia se si osservano le sole compagnie di assicurazione, che investono 226 miliardi su 500 miliardi di riserve tecniche in titoli di stato (il 45% del patrimonio, dati Banca d’Italia) e solo 9 miliardi in obbligazioni societarie italiane, e 111 miliardi in obbligazioni societarie estere (il 22%). Seppure con dati nettamente meno significativi, il confronto degli investimenti fatti da assicurazioni italiane in fondi di private equity (dati Aifi) evidenzia che le stesse hanno investito 111 milioni, mentre le assicurazioni francesi hanno investiti 2.800 milioni. Oltre i BTP, “hic sunt leones”, terra incognita: ma se non ci credono gli investitori istituzionali, anche dopo tutti i discorsi si “Destinazione Italia” e norme sui “mini-bond”, chi deve credere nelle imprese italiane?

Sodo caustico. Il brevetto perduto.

L’innovazione è il seme dello sviluppo industriale ed economico: l’Italia perde terreno sul fronte dei brevetti depositati, scivolando fuori dalla “top 10”. Le richieste di brevetti ricevute dall’European Patent Office nel 2013 sono cresciute dell’1,8% nel 2013 a 265.690: al primo posto gli USA (64.967 richieste) seguiti da Giappone (52.437), Germania (32.022), Cina (22.292),Corea del Sud (16.857); Italia undicesima con 4.663 (-2,7% rispetto a 2012). La Svizzera guida la classifica dei brevetti per abitante con 832 domande ogni milione di abitanti; l’Italia è ferma a 60 domande per milione di abitanti in 18esima posizione (la media è 129 domande per milione di abitanti): “cartina di tornasole” della ridotta capacità innovativa del Belpaese e dell’insufficiente enfasi su istruzione, formazione, specializzazione del sistema-paese. Le imprese italiane più attive nella richiesta di brevetti sono la Lyondellbasell (prodotti petroliferi) ed Indesit con 62 richieste ciascuna, Solvay (53), Tetra Laval (imballaggi: 48), Chiesi farmaceutica (42), Pirelli (41). Sul podio Samsung (2.833), Siemens (1.974), Philips (1.839). Le tecnologie non sono “fluent” con l’italiano.

Sodo caustico. Neet e rischiano di continuare ad esserlo.

YOUTH GUARANTEE ALL’ITALIANA

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Neet e rischiano di continuare ad esserlo. La UE assegnerà 1.500 milioni all’Italia per il progetto “Garanzia Giovani” per combattere la disoccupazione “under 25”, ma 100 milioni si sono già “volatilizzati” nella creazione di un sito che il governo ha voluto per collegare Centri per l’Impiego (pubblici) ed Agenzie per il Lavoro (private), “una follia” nelle parole dell’Assessore al Lavoro del Veneto, “quelle risorse devono essere utilizzate per strumenti di avvicinamento e di inserimento al mondo del lavoro”. Il portale “Cliclavoro”, costo 100 milioni, intermedia 23.000 posti di lavoro; per confronto, un analogo portale tedesco ne intermedia 900.000. Il lavoro viene meglio “stanato” e reso disponibile dalle Agenzie private, che oggi sono 2.483, occupano 10.000 persone ed hanno consentito di trovare un nuovo lavoro a 470.000 persone (dato 2012), con un tasso di collocamento (media di persone che hanno trovato lavoro, per ogni addetto) di 47. I dati dei Centri pubblici sono meno “performanti”: 553 centri che occupano 9.865 dipendenti (quindi, lo stesso numero delle Agenzie private) che hanno trovato lavoro a 35.200 persone (media ultimi 7 anni) con un tasso di collocamento di 4, meno di 1/10 di quello delle agenzie private. Qualcosa su cui pensare e lavorare, sodo: un pubblico “tirarsi su le maniche” non resti un vuoto messaggio.