Sodo caustico. No alla “bad bank” per i “bad bankers”.

Siamo contrari alla creazione di una, o più, “bad bank” di sistema per affrontare il problema dei crediti deteriorati, incagliati, in sofferenza delle banche italiane (per semplicità, “non performing assets”), che hanno raggiunto complessivamente i 300 miliardi di euro. Siamo contrari per diversi motivi.

(1) esiste già un vasto mercato di operatori specializzati, a livello internazionale, che hanno sia competenze per valutare “fair value” e “recovery value” dei crediti che risorse finanziarie per acquistare e finanziare l’acquisto dei crediti bancari deteriorati; “entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem”.

(2) il sistema bancario non è stato in grado di valutare e gestire il credito bancario in modo efficiente: per quale ragione si dovrebbe credere che sia in grado di farlo, sotto nuove spoglie?

(3) il tema cruciale è evidente: il criterio di valutazione dei crediti dubbi. Su base storico-statistica, una percentuale di “recupero” si può stimare fra il 5% ed il 10% del “nominal value”; se prendiamo i crediti classificati come in sofferenza, che sono 150 miliardi (la metà circa di tutti i “non performing assets” del sistema bancario italiano), ed applichiamo una percentuale del 10%, il valore “fair value” sarebbe di 15 miliardi (per i quali trovare il capitale necessario) e la perdita da iscrivere a conto economico per le banche, nel complesso, di 135 miliardi. A titolo di memoria, le prime 9 banche hanno un patrimonio netto di 160 miliardi e crediti totali lordi di 1.398 miliardi. Emergono con chiarezza i problemi che il sistema bancario deve affrontare: sottocapitalizzazione e richiesta di nuovo capitale: a chi? Agli azionisti-fondazioni od al mercato?

(4) chi finanzierebbe la, o le, “bad bank”? Le fondazioni bancarie “non hanno occhi per piangere” e sarebbero in palese conflitto di interessi: le 88 fondazioni bancarie hanno un patrimonio di 48 miliardi, composto di 20 miliardi di partecipazioni bancarie e 21 miliardi di altre attività finanziarie che potrebbero essere utilizzate, laddove smobilizzate (vendita, ma a quali prezzi?…), per sostenere una (parziale) ricapitalizzazione delle banche partecipate. Facile immaginare i “desiderata” del sistema bancario e del governo: la CDP. Siamo contrari ad un intervento di una struttura che ha molte competenze e risorse, ma non quelle specialistiche per una attività di “bad bank”.

(5) esiste un mercato internazionale vasto e liquido, quello degli investitori c.d. del “secondary market”, che vive da sempre proprio sulla capacità di gestire acquisto e valorizzazione di “non performing assets”. Se fanno questo mestiere, da bene a meno bene, ma lo fanno, quale ragione esiste per la creazione di una ipotetica “bad bank” italiana, o meglio: italiota? A pensare male, come diceva un Giulio di una certa notorietà, si fa peccato ma si azzecca. Ecco perché siamo contrari.