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Etica e integrità dei vertici per controllare i rischi

Dal Sole 24 Ore di oggi – Rubrica: Alla luce del Sole – di Luigi Zingales
Tradizionalmente la gestione del rischio delle banche era una questione matematico-quantitativa. Dopo la crisi si è capito che dietro quelle formule ci sono degli esseri umani pensanti. Per questo per controllare il rischio non si parla più solo di beta, delta o vega, ma di etica, integrità, ed esempio che emana dai vertici, quello che gli inglesi chiamano il “tone at the top.” Questo nuovo trend internazionale, codificato in un rapporto del 2015 del Bank of International Settlement (Banca dei regolamenti internazionali, Bri), oggi sta diventando la norma.
Per la prima volta la Bri identifica come una cultura aziendale volta a «rafforzare le norme per un comportamento responsabile ed etico» sia una «componente fondamentale della buona corporate governance» delle banche. La responsabilità di coltivare questa cultura spetta al consiglio di amministrazione che deve «creare aspettative che tutte le attività siano condotte in modo legale ed etico, e vigilare sul rispetto di tali valori da parte dei dirigenti e dipendenti». Il consiglio deve anche «assicurarsi che i dipendenti, compresi i dirigenti, siano consapevoli del fatto che a comportamenti inaccettabili e trasgressioni faranno seguito le opportune azioni disciplinari o di altra natura».
Le autorità di vigilanza, a loro volta, devono «fornire una guida per la supervisione e la corporate governance nelle banche , anche attraverso valutazioni complete e una regolare interazione con il consiglio e gli alti dirigenti, e devono richiedere azioni correttive e di miglioramento quando necessario». In questo spirito, in Olanda la vigilanza bancaria sottopone i candidati ai consigli delle banche a dei test psicologici, per vedere la loro attitudine ad intervenire, anche quando questo implichi contraddire l’amministratore delegato.
Sono cambiamenti radicali che purtroppo arrivano troppo tardi per evitare i disastri bancari cui abbiamo assistito, ma non troppo tardi per evitare che si ripetano. Ma quali sono le implicazioni pratiche di queste direttive in Italia?
Innanzitutto che i nuovi consigli di amministrazione di Banca Popolare di Vicenza (Bpvi), MontePaschi, Carige, e Veneto Banca hanno non solo il diritto, ma anche il dovere di iniziare l’azione di responsabilità nei confronti del management precedente qualora ci sia anche il minimo estremo giuridico. Troppo spesso questa decisione viene presa seguendo un’analisi costi/benefici di brevissimo periodo. Siccome gli ex manager si affrettano ad intestare conti e proprietà a figli e parenti, il consiglio decide che non è nell’interesse economico della società iniziare l’azione di responsabilità perché il costo è superiore al potenziale beneficio monetario (in caso di vittoria, il colpevole non ha la capienza economica per pagare). Il rapporto della Bri, invece, implica che l’azione vada intrapresa per una questione di principio: per assicurarsi che i dirigenti siano consapevoli che a comportamenti inaccettabili faranno seguito le opportune sanzioni, non solo pecuniarie ma anche morali.
In secondo luogo, il rapporto ci dice che la supervisione della Banca centrale europea ha il diritto/dovere di intervenire chiedendo modifiche della composizione dei consigli di amministrazione e dei collegi sindacali delle banche con un passato controverso. Ad esempio non è possibile che metà del consiglio e l’intero collegio sindacale della Bpvi sia lo stesso che sotto la gestione Zonin. Come può fornire un esempio di integrità e correttezza al resto del personale della banca?
Per finire, c’è la capacità di intervento del fondo Atlante, gestito da Alessandro Penati. Per decenni, sulle pagine del Sole prima e del Corriere e Repubblica poi, Penati è stato un faro che ha illuminato il dibattito sulla corporate governance in Italia. Ora che ha il potere di migliorarla, nominando e revocando il consiglio e il collegio di Bpvi ed iniziando da socio l’azione di responsabilità contro i vertici precedenti, non può tirarsi indietro. A rischio non è solo la sua credibilità, ma quella di tutti noi accademici.
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Se la democrazia perde l’equilibrio dei poteri

Rilanciamo questo importante articolo per consentire anche di accedere ai riferimenti, come la biografia del giudice Scalia, in esse contenuti.
Dal Sole 24 Ore di oggi. – Diritti Riservati – Guido Rossi
La grande crisi finanziaria e la recessione che hanno colpito l’Occidente non riescono ancora a trovare, nonostante le incalcolabili e spesso indigeribili ricette di economisti e politici, una soluzione dignitosa. Ma quel che è più grave è che siffatta crisi si è accompagnata con una rottura, per la quale non esistono neppure ricette, del più solido meccanismo di governo politico, che era costituito dai principi che Montesquieu aveva lasciato alle democrazie liberali con la dottrina della divisione dei poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario, a totale ed assoluta difesa della libertà contro il dispotismo, il cui fondamento sta appunto nella concentrazione dei poteri. Assistiamo alla rottura più grave con il venir meno della capacità del potere legislativo di affrontare la globalizzazione e l’enorme sviluppo tecnologico che l’accompagna. Non a caso, il 1° marzo 2014, il New York Times pubblicava come editoriale “The Dying Art of Legislating”, dove elencava l’incredibile abbandono del Congresso americano da parte di molti suoi membri, riconosciuti capaci legislatori (21 membri della Camera e 6 senatori), frustrati e disgustati dalla incapacità del legislativo di proporre qualsivoglia legge per affrontare una situazione interna ed esterna che non si presentava così difficile da anni.
E non è neppure un caso che anche la situazione economica non sia, dopo così tanto tempo, affatto migliorata e che anzi, come hanno accusato Krugman e Reich, l’assopimento quasi totale della politica antitrust ha fatto prosperare i monopoli in generale e, nell’ambito della nuova economia, i “Barons of Broadband” e il loro potere monopolistico nelle telecomunicazioni. Il riferimento ai “Robber Barons” del capitalismo degli anni ’20 del secolo scorso non è per nulla casuale.
La situazione americana si è aggravata nel febbraio di quest’anno, con l’improvvisa scomparsa di uno dei giudici più influenti della Corte Suprema: Antonin Scalia. Nominato circa or son trent’anni dal Presidente Reagan, ha certamente condizionato, con la sua dottrina e il suo carattere, spesso aggressivo, le maggiori decisioni della Corte Suprema. Pur facendo parte dell’ala conservatrice, e determinando sovente le decisioni con una maggioranza di 5 a 4, in molti casi se ne discostò scrivendo “dissenting opinions” rimaste esemplari. La miglior definizione della sua dottrina – che considerava la sola valida Costituzione, la “dead Constitution”, una Costituzione morta e non una “living Constitution”, cioè una Costituzione vivente, dove ogni Giudice avrebbe potuto inserire, nell’interpretazione, le sue ideologie politiche – è contenuta nel recente libro di Bruce Allen Murphy, “Scalia: a Court of one”.
Spetterebbe costituzionalmente ora al Presidente Obama nominare il nono giudice, ma il Congresso a maggioranza repubblicana in più sedi ha già dichiarato che non approverà mai una sua nomina. E non è un caso che il giudice conservatore Alito abbia dichiarato, facendo anche riferimento a casi passati, che la Corte Suprema può benissimo essere composta da membri di numero pari. Ed è quello che finora è successo, anche nelle più importanti decisioni che dovevano essere prese. La Corte Suprema, con votazioni di 4 a 4, ha rinviato alle Corti inferiori senza decidere argomenti importanti come le restrizioni in tema di aborto alle cliniche in Texas, le decisioni sull’immigrazione e l’obbligo per tutti i lavoratori dei servizi pubblici in California – anche coloro che non sono iscritti – di pagare la quota al sindacato. La Corte Suprema sembra quasi ibernata e uscita dalla posizione di protagonista che ha sempre avuto nella politica americana, riproducendo nel suo ambito una divisione ideologica che la porta all’immobilismo.
Altre volte nel populismo dei partiti politici e nel disastro economico che è andato aggravandosi, il potere giudiziario ha assunto funzioni di supplenza, prendendo ad esempio decisioni drammatiche nelle crisi politiche. Questo spiega il caos che sta succedendo in Brasile, nei confronti dell’impeachmentdella Presidente Dilma Rousseff e dei provvedimenti contro l’ex Presidente Lula. In un lunghissimo articolo sulla London Review of Books dell’8 aprile, dal titolo “Crisis in Brazil”, Perry Anderson presenta un elegante e dettagliato paragone, pur con le relative differenze, tra l’Italia di Tangentopoli degli anni ’90 e il Brasile di oggi. La confusione è enorme, i disordini sociali elevati e gli attacchi alla politica e allo Stato in generale alimentano un diffuso populismo, sicché si dovrà attendere molto per un chiarimento. Anche negli Stati Uniti le stesse elezioni presidenziali sono condizionate dalla possibilità o meno di ricostituire la completezza della formazione della Corte Suprema, a dimostrazione di quanto il potere giudiziario sia considerato rilevante.
Gli attacchi alla magistratura, anche attraverso intralci al suo funzionamento, sono estremamente pericolosi. Nel nostro Paese, è ben singolare che uno dei maggiori centri del potere giudiziario contro la corruzione, cioè la Procura di Milano, non abbia da mesi il suo capo, mentre si aprono ingiustificate polemiche nei confronti della libertà politica di espressione dei giudici. È dunque venuto il momento che l’equilibrio tra i poteri dello Stato sia ristabilito e garantito, ad evitare derive di ogni tipo, e che la giustizia torni ad essere il perno della democrazia.