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Mosse e un approccio al cambiamento

Publichiamo un articolo di Gentile che ci dà spunti per individuare come e se un movimento politico/culturale che vuole cambiare un Paese può superare la fase delle dichiarazioni e delle buone intenzioni.
Per chi non conoscesse Mosse può essere l’occasione per avvicinare uno dei più grandi uomini di scienza del secolo scorso, entrando da una porticina secondaria del suo genio.
Innovatore senza carisma di Emilio Gentile – Il Sole 24 Ore di domenica 18 settembre 2016
A 100 anni dalla nascita dello statista, torna la riflessione di Mosse: all’azione politica non si affiancavano simboli e riti che la potenziassero
«Non vi è dubbio che la carriera politica di Aldo Moro assume un significato di interesse generale perché è strettamente collegata a quella crisi del sistema di governo parlamentare che si è manifestata in tutta la sua gravità nel corso del XX secolo».
Sono trascorsi quasi quaranta anni da quando lo storico George L. Mosse espresse questo giudizio in una lunga intervista sul politico democristiano pubblicata alla fine del 1979, come introduzione a un’antologia di scritti e discorsi, incluse le lettere scritte da Moro mentre era prigioniero delle Brigate rosse, prima di essere assassinato con fredda ferocia. L’intervista è stata di recente ripubblicata con una prefazione di Renato Moro, storico del movimento cattolico che ha dedicato importanti saggi alla formazione culturale di Aldo Moro, e con una nota critica di Donatello Aramini, autore di un’accurata ricerca sulla fortuna di Mosse in Italia (George L. Mosse, l’Italia e gli storici, Franco Angeli 2010).
Mosse non era un esperto della storia e della politica italiana. L’intervista fu severamente giudicata da storici laici e cattolici. Renato Moro ricorda «i commenti ironici sul solito, impreparato e dilettantesco intellettuale americano che non poteva capire la politica e la storia italiana». Tuttavia, rileggendo l’intervista dopo che al politico italiano sono stati dedicati molti studi, le considerazioni di Mosse sul suo pensiero e sulla sua azione politica, anche se generiche, non sono prive di interesse. Specialmente interessanti sono le riflessioni sulla crisi della democrazia parlamentare italiana, che si leggono oggi con maggior inquietudine, se si fa un confronto fra la crisi della democrazia parlamentare al tempo di Moro e la crisi attuale. Ciò che accomuna le due crisi, nella sostanziale diversità fra le due epoche, è soprattutto il forte senso di alienazione dei cittadini dalla democrazia parlamentare, in un periodo di grave crisi economica e di acute tensioni sociali, che possono metterla in pericolo.
Mosse attribuiva al leader democristiano una strategia lungimirante, ispirata ai valori di un cristianesimo democratico non confessionale e ad una concezione dello Stato «come un processo, come un qualcosa continuamente in fieri, un organismo sensibile ai mutamenti e che, eccezion fatta per il principio del governo rappresentativo, non fosse un dato fissato in eterno». Coerente con questa concezione, Moro svolse la sua azione politica con una metodica flessibilità, adattandola alla fluidità dei processi di trasformazione della società civile, col proposito di assecondare la mobilità economica e sociale mantenendola «nel quadro di una democrazia parlamentare, che sappia però allargare le sue basi popolari tramite l’integrazione delle masse». L’apertura al partito socialista per le responsabilità di governo attuata all’inizio degli anni Sessanta, come pure la «strategia del confronto» con il partito comunista negli anni Settanta, furono le fasi successive del tentativo compiuto da Moro per superare la crisi della democrazia parlamentare coinvolgendo le masse lavoratrici.
Quale sarebbe stato l’esito del suo tentativo di integrazione delle masse nello Stato democratico è impossibile immaginarlo, perché la vita di Moro fu barbaramente stroncata dalle Brigate Rosse.
Mosse aveva dubbi sulla possibilità di successo della sua strategia, pur apprezzandola positivamente. Alcuni dubbi riguardavano la personalità dell’uomo politico, tutt’altro che propenso ad avvalersi di miti e di simboli, che invece Mosse riteneva necessari, nell’era delle masse, per coinvolgere emotivamente la gente nella politica parlamentare, specialmente in periodi di grave crisi economica e sociale.
Nel corso del Novecento, movimenti e regimi totalitari di destra e di sinistra avevano sconfitto i democratici perché avevano saputo mobilitare le masse con miti e simboli che diedero l’illusione emotiva di una partecipazione attiva alla politica, sotto la guida di un capo forte e risoluto, mentre i governanti parlamentari apparivano irresoluti, inefficienti, incapaci di garantire ordine e sicurezza, suscitando la speranza in un futuro migliore. Ispirandosi a Machiavelli, Mosse sosteneva che per vincere la sfida dei movimenti antidemocratici i governanti parlamentari dovevano imparare a usare miti, simboli, riti collettivi, insieme agli strumenti di comunicazione di massa, per convertire la gente agli ideali e alle istituzioni della democrazia liberale. E altrettanto efficace, a questo scopo, erano i governanti democratici dotati di carisma personale, come per esempio Charles de Gaulle.
Ora, siffatti espedienti “machiavellici” erano estranei alla politica di Moro. Egli non aveva la personalità di un politico di massa: «ad esempio – osservava Mosse – a lui non è mai piaciuto usare la televisione, non gli è mai piaciuto rivolgersi alla gente attraverso i mass-media», così come, all’interno del suo stesso partito, non si era assicurato «una base di potere». Inoltre, aggiungeva Mosse, «non credo che egli avesse voluto essere una specie di de Gaulle italiano». Forse per questi motivi, in un giudizio conclusivo, Mosse definiva Moro «piuttosto un innovatore del contesto politico che un riformatore di strutture politiche».
Tuttavia, nell’esperienza del politico italiano, lo storico americano vedeva riflesso il più difficile problema per un governante democratico nell’era delle masse: «Nel destino di Moro si prefigurava il paradosso della democrazia parlamentare: se si vuole essere uno statista in un sistema democratico parlamentare bisogna essere in una certa misura un capo carismatico, bisogna fare appello, a seconda dei casi, al sentimento nazionale e ad altre passioni, per condurre la gente verso nuove mete. Ma se si fa tutto ciò si corre il rischio di trasformare il sistema in una dittatura».
Mosse concluse l’intervista dichiarando di interpretare i discorsi di Moro sulla crisi della democrazia parlamentare «non tanto come proposte di soluzione della crisi immediata, quanto piuttosto come avvertimenti ai dirigenti del sistema politico italiano affinché i problemi fossero considerati seriamente, perché facevano intravedere questioni economiche e sociali più profonde», che, «se lasciate marcire, avrebbero portato alla diffusione di un cancro più generale in tutta la società italiana. E infatti questo è quanto avvenuto». L’Italia, osservava Mosse, era l’unico fra tutti i Paesi europei «che sia riuscita a sopravvivere a ben venti anni di crisi continua, a vivere per così dire sull’orlo dell’abisso, senza che s’intraveda, tra l’altro, alcuna soluzione».
Così parlava Mosse nel 1979. Dopo quasi quattro decenni, il cancro non è stato ancora estirpato dalla società italiana, mentre la navicella della democrazia, sconquassata da tempeste e da bruschi cambiamenti di comandanti e di equipaggi, continua a galleggiare attorno a un gorgo che potrebbe inghiottirla.
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George L. Mosse, Intervista su Aldo Moro , a cura di Alfonso Alfonsi, Rubbettino, Soveria Mannelli,
pagg. 116, € 14

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Il Nulla in un Articolo

Abbiamo spesso riportato articoli del Sole 24 Ore, meritevoli a nostro parere di una pubblicità specifica e di appoggio. Questa volta facciamo il contrario. Evidenziamo un articolo/contributo che rappresenta il Nulla: un intervento che non spiega nulla, non aggiunge nulla, non SIGNIFICA nulla.

Non entriamo nel merito della polemica referendaria e nelle ragioni del No o del Sì alla riforma costituzionale. Per le ragioni del No ad esempio abbiamo: http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2016/9/10/REFERENDUM-Mauro-4-ragioni-per-dire-no-alla-riforma-di-Goldman-Sachs-e-JPM/722691/

Aspettiamo un altro articolo altrettanto chiaro con le ragioni del sì; nel mentre ci accontentiamo di una discussione sulle èlite che, nell’immaginario dell’autore, guidano il mondo per la fortuna della plebaglia ignorante….. e aspettiamo che ci indichi il risultato del referendum (per lui da abolire) sulla base dell’aspetto lombrosiano  dei votanti.

 

Responsabilità delle élite e nuova Italia – Sergio Fabbrini – Sole 24 Ore del 11.09.2016
Era necessario che il premier Renzi si auto-criticasse per aver personalizzato il referendum sulla riforma costituzionale. Necessario ma non sufficiente. Infatti, la discussione e la battaglia sulla riforma costituzionale si svolgeranno nel merito della proposta solamente se anche gli altri leader politici eviteranno di personalizzare quel referendum.
Ma così non è. Probabilmente, ciò è dovuto all’istituto del referendum in quanto strumento di democrazia diretta. Il referendum è come un’anguilla. Anche il più esperto pescatore non riesce a trattenerla nelle mani. C’è nel referendum una logica intrinseca alla politicizzazione intesa come personalizzazione. Contrariamente a ciò che viene sostenuto da più parti, il referendum non è lo strumento per far emergere il volere del popolo, inteso come un’entità unitaria, distinto da quella delle élite politiche. Al contrario, il referendum si è dimostrato regolarmente lo strumento per avviare un regolamento di conti all’interno delle élite stesse. L’idea che ci sia un popolo che, attraverso il referendum, può finalmente esprimersi contro le élite è tanto ingenua quanto infondata. Lo stesso concetto di populismo, se utilizzato come un “passe-partout” per spiegare il malessere dei cittadini, crea più confusione che consapevolezza. La politica è sempre uno scontro tra élite, mai tra il popolo e queste ultime. Non ci sarebbe il populismo senza élite capaci di mobilitare i sentimenti di insoddisfazione diffusi in larga parte del popolo. Sono dunque le élite a essere responsabili di un esito politico o di un altro. Non il popolo.
Il voto a favore della Brexit, nel referendum britannico del 23 giugno scorso, non è stato l’espressione di una ribellione popolare nei confronti delle tecnocrazie di Bruxelles, ma un vero e proprio regolamento di conti all’interno del partito conservatore (in particolare tra Boris Johnson e David Cameron), oltre che tra una élite sovranista esterna ai partiti (rappresentata da Nigel Farage) e le leadership ufficiali dei maggiori partiti. Il voto contro il Trattato Costituzionale dell’Unione Europea, nel referendum francese del 29 maggio 2005, non fu l’espressione del malessere dei francesi contro la visione sovranazionale europea, bensì l’occasione per regolare i conti all’interno del partito gollista (del presidente allora in carica Jacques Chirac) oltre che all’interno del partito dell’opposizione (tra Francois Hollande and Laurent Fabius). La stessa logica si è manifestata nel referendum olandese del 1 giugno 2005, sempre sul Trattato Costituzionale dell’Ue, quando la contrapposizione ha seguito quasi-linearmente la divisione tra la coalizione di governo (a favore del Sì) e i partiti dell’opposizione (schierati per il No). Una logica simile si è manifestata nei referendum irlandesi sul Trattato di Lisbona, del 12 giugno 2008 (in cui il Trattato fu bocciato) e del 2 ottobre 2009 (in cui lo stesso Trattato fu invece approvato), referendum utilizzati da leader politici esterni al governo per mettere in difficoltà quest’ultimo. Potrei continuare.
Queste esperienze referendarie hanno in comune due aspetti. Primo, il referendum è diventato un sostituto delle elezioni politiche generali o delle stesse primarie di partito per definire i rapporti di forza tra gruppi di élite politiche o tra i loro leader. Secondo, il referendum, proprio per la sua natura binaria (Sì o No relativamente a una data proposta), consente a élite negative di avere un vantaggio posizionale rispetto alle élite positive. È molto più facile fare una campagna contro, che farla a favore. Tanto è vero che quando le élite negative vincono, e quasi sempre vincono nelle arene referendarie, il risultato è lo stallo se non la confusione. Brexit ha vinto, ma nessun sa nel Regno Unito come realizzare l’uscita del Paese dall’Ue. La bocciatura del Trattato Costituzionale ha vinto a Parigi e a L’Aia, ma il risultato è stato la paralisi dell’Ue che ancora non è stata risolta. Per quanto riguarda gli irlandesi, hanno dovuto smentire sé stessi per non rimanere esclusi dal processo di integrazione. Insomma, il referendum deresponsabilizza gli oppositori, che possono mobilitarsi per fare votare contro la proposta in discussione, senza essere obbligati a precisare con che cosa la sostituirebbero. Un esempio, per dirla con Francois Furet, di opposizione parassitaria.
Naturalmente, dietro i successi delle élite negative vi erano condizioni sociali ed economiche di malessere e insoddisfazione, ovvero disorientamenti culturali dei cittadini sull’identità del proprio Paese o del proprio gruppo. Ma quelle condizioni e stati d’animo possono essere rappresentati in modi diversi. In una democrazia rappresentativa, attraverso programmi realizzabili, anche se radicali. Le élite negative, invece, si limitano a utilizzare il semplicismo della democrazia diretta per mettere in difficoltà o per delegittimare chi governa. E nel fare questo, per loro, la coerenza non ha importanza. Succede così di vedere che, nel referendum costituzionale italiano, tra i leader che vogliono bocciare il progetto vi sono un ex-presidente di una commissione bicamerale che aveva approvato un progetto di riforma costituzionale molto più audace e sistemico di quello oggetto di votazione. Oppure un ex-ministro delle riforme istituzionali che ha presieduto una commissione di studio da cui il progetto Renzi-Boschi deriva, al punto da averlo votato più volte in Parlamento (durante le tre fasi costituzionalmente richieste per l’approvazione). Anche qui, potrei continuare. In tutti questi casi, le élite negative non hanno la preoccupazione di precisare cosa succederebbe in caso di una loro vittoria, qual è il loro progetto alternativo, quali le possibilità di realizzarlo. La logica referendaria non lo richiede. La rivalità che li anima glielo proibisce. Il punto è usare il referendum per portare avanti una guerra di liberazione contro il nemico.
Se è stato necessario che Renzi smettesse di parlare del suo futuro, ciò non sarà sufficiente se le componenti più responsabili delle élite politiche italiane non si mobiliteranno per fare del referendum un’occasione di educazione pubblica e non già di regolamento dei conti tra governo e opposizione. Il futuro di un Paese dipende dalla qualità delle sue élite. È stata l’irresponsabilità delle élite argentine che ha portato quel Paese, ricco di risorse, a un declino economico e politico quasi-irreversibile. È la faziosità delle élite politiche statunitensi che sta portando quel Paese a una paralisi politica che ricorda il dramma della Guerra Civile. Nessun Paese ha, per dono naturale o divino, delle élite politiche responsabili. La responsabilità delle élite politiche è un bene pubblico che va perseguito senza ambiguità. Ad esempio, non smettendo mai di ricordare a chi governa e a chi si oppone che, nel referendum costituzionale del prossimo autunno, vi saranno in gioco gli interessi del Paese e già non il destino personale di alcune élite.

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