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Il Disobbediente Franzoso

Essere liberali significa prima di tutto avere l’etica del rispetto della libertà e dell’iniziativa individuale, che permette di creare ricchezza morale culturale e materiale.

Questa è una prospettiva creativa, dinamica.

Al contrario certuni, tipicamente in un contesto burocratico ed opaco, operano in piena “libertà” appropriandosi dei beni altrui a proprio vantaggio e confidano nell’illiberale acquiescenza abitudinaria di chi li circonda.

Si tratta di una prospettiva estrattiva, dove tutto ciò che esiste intorno serve a procurarsi qualcosa ed il proprio contributo sociale è quello di una sanguisuga; purtroppo in Italia è un atteggiamento diffuso.

A questo secondo atteggiamento ha reagito con grande lucidità e coerenza ANDREA FRANZOSO, che racconta nel suo libro IL DISOBBEDIENTE  come abbia denunciato e fatto allontanare il Presidente delle Ferrovie Nord per l’utilizzo di ca. mezzo milione di Euro a favore suo e dei suoi familiari…

… denuncia pagata da Franzoso con il sostanziale allontanamento dall’azienda.

Siamo tutti con Andrea. Non con Franzoso, ma con Andrea, perché ci piace chiamare per nome le persone che sentiamo vicine.

Ora attendiamo l’approvazione della legge sul whistle-blowing.

PS Mentre attendete il libro che avrete sicuramente ordinato, seguite questa intervista ad Otto e Mezzo che parla anche della devastante presenza della n’drangheta a cui gli estrattori non fanno sicuramente paura, ma per la quale gli Andrea sono mortali.

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Alberto Negri e la Catalunya: Kurdistan

L’illuminante articolo di uno dei veri intellettuali (pochi a dir la veri… ) che ci parlano dai quotidiani italiani.
La secessione senza piano B porta al disastro economico!
Statalisti e secessionisti, dalla Catalogna al Kurdistan iracheno, turco, siriano, non hanno un piano B per uscire dal vicolo cieco in cui si sono cacciati. Scivolano verso la balcanizzazione dell’Unione europea e del Medio Oriente, per altro in atto da decenni, senza riuscire a fermare la corsa delle locomotive che hanno avviato mentre sta fallendo nel sangue e nella distruzione il tentativo di Stato Islamico di jihadisti.
Ci sono dei tratti in comune tra questi fenomeni, uno è quello di volere ignorare le interconnessioni tra le economie e il reale benessere dei cittadini.
Se è vero che Massud Barzani non ha nessun reale appoggio internazionale dopo il voto del referendum sull’indipendenza, lo stato iracheno e il governo sciita hanno mancato clamorosamente in una maggiore redistribuzione della ricchezza petrolifera e del potere politico non solo nei confronti dei curdi ma anche dei sunniti, la minoranza che ha perso il potere dopo la caduta di Saddam nel 2003 ma che continuerà a costituire un problema anche dopo la fine dell’entità territoriale dell’Isis .
La Turchia di Erdogan ha fallito il suo compito di modernizzare lo stato: il presidente turco ha sostituito il kemalismo con l’islam ma non ha fatto nulla per decentrare l’amministrazione statale ereditata dai generali, i veri custodi della repubblica laica e secolarista fondata nel 1923. Anzi con l’ultimo referendum ha concentrato il potere nelle sue mani. Quando si è aperta la prospettiva di un negoziato con i curdi, Erdogan nel 2015 ha fatto saltare il tavolo delle trattative con il capo del Pkk Abdullah Ocalan, nonostante che il suo fedelissimo Hakan Fidan avesse raggiunto un’intesa.
Il governo centrale di Madrid ha avuto diverse occasioni per smussare le tendenze secessioniste che in Catalogna ancora qualche hanno fa erano minoritarie. Al referendum del 2014 andò a votate meno del 40% della popolazione. Ma ogni concessione sull’autonomia finanziaria per questo governo risultava irricevibile, come fosse una mantra intoccabile riscuotere le tasse e dare come contropartita anche dei servizi su base locale.
Gli indipendentisti, che siano catalani o curdi, a loro volta fanno un calcolo sbagliato: sovrastimano la loro capacità di aggirare l’integrazione economica che sta alla base dello sviluppo economico contemporaneo. Gli inglesi si accorgono adesso con la Brexit che hanno perso una leva di condizionamento sul loro più importante mercato: «Riprendiamo il controllo» era lo slogan, riecheggiato poi anche dal sovranista Trump. I modesti risultati sono sotto gli occhi di tutti.
I curdi di Massud Barzani, leader di stampo feudale, vanno diritti verso la rovina economica, non ci vuole uno stratega per constatare che lo stato curdo separato da Baghdad è un’enclave senza via di uscita perché dipende nei trasporti terrestri e per l’esportazione delle sue risorse energetiche dalla Turchia, dall’Iran e da Baghdad, a meno che non negozi un passaggio e un porto franco dogana con il governo di Bashar Assad (cosa che vale anche per i curdi siriani del Rojava)
L’indipendenza curda è possibile ma deve essere accompagnata da buoni rapporti con almeno qualcuno dei suoi vicini altrimenti è un’utopia soffocante e senza sbocco. La verità è che Barzani, in gravi difficoltà interne, sia politiche che economiche, ha puntato sull’indipendenza a ogni costo per restare in sella. Non tutti i curdi lo seguiranno.
Il risultato delle sue mosse dissennate è stato che l’esercito di Baghdad, quasi senza sparare un colpo, ha occupato Kirkuk e i pozzi: così Barzani ha perso circa il 40% del petrolio di cui disponeva.
I catalani se dichiarano l’indipendenza resteranno isolati o nella mani del governo centrale che li sta commissariando. Un sovranità formale ma fuori dall’Unione europea può diventare una perdita ancora maggiore di autonomia e indipendenza. Il loro piano B, in alternativa a un negoziato che per altro Madrid si ostina a non volere concedere, è quello in stile kosovaro: dichiarare l’indipendenza e poi vedere nel corso del tempo chi la vuole riconoscere. È un modello accettabile? Forse ma il Kosovo è diventato indipendente dopo un decennio di guerre balcaniche, l’intervento internazionale della Nato nel 1999 e migliaia di morti. Non è un precedente confortante. Come non lo è per il governo di Madrid immaginare di avere nei prossimi anni una Catalogna inferocita e destabilizzata.
Jalal Talabani, morto il 3 ottobre, ex presidente iracheno, strenuo combattente curdo sin dall’adolescenza, qualche anno fa di fronte alle prospettive di un’indipendenza del Kurdistan fu molto chiaro: «Non è più tempo di piccole patrie ma di grandi unioni». E forse anche di utopie suicide.
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La Scuola

Ricordate (sicuramente, è una domanda retorica) la proposta di Liberiamo sulla Scuola?

Sta qui:

https://liberiamo.org/scuola/

Detto questo leggete cosa dice nella sostanza il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria.

“E qui gli interventi suggeriti: tagliare in maniera permanente il cuneo che grava sui datori (per aumentare la buona occupazione); incentivare i docenti con bonus monetari o promozioni di carriera (per migliorare la qualità dell’insegnamento nei territori); valorizzare l’istruzione tecnica, compresa quella superiore (che crea posti di lavoro); rilanciare politiche attive e misure di conciliazione vita-lavoro (per aiutare disoccupati e famiglie). La sfida, insomma, è abbattere quel muro che ancora divide formazione e mondo del lavoro. Lo hanno già fatto altri paesi ( Germania e Nord Europa, in testa) e i risultati (positivi) sono arrivati quasi subito. ”

Potremmo inorgoglirci, accusarlo di scopiazzare ecc. ma siamo realisti. E sperare che le TIMIDE riforme italiche possano proseguire meglio di come sono iniziate, anche se la cialtroneria di chi le ha depotenziate si è allontanata e quindi c’è una luce là davanti.

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Anagrafe dei Rapporti Bancari: danno e beffa

Ridiamo tutti pensando anche ai costi sostenuti dagli Intermediari per gestire questa robaccia.
Dal Sole24Ore di oggi © RIPRODUZIONE RISERVATA Gianni Trovati
Corte dei conti: rimane un flop l’anagrafe dei rapporti bancari
Proprio nel giorno in cui il governo lancia obiettivi anti-evasione più “ambiziosi” anche di quelli scritti nei documenti ufficiali, arriva il controcanto dei magistrati contabili. Sull’anagrafe dei rapporti finanziari, scrive la sezione centrale di controllo della Corte dei conti, «si deve rilevare una grave inadempienza dell’agenzia delle Entrate», che in pratica non ha mai davvero fatto partire lo strumento con cui avrebbe dovuto individuare i contribuenti più a rischio evasione andando a spulciare i loro conti correnti.
Sotto l’esame della sezione, non nuova a critiche puntute nei confronti dell’amministrazione finanziaria, è finita un’arma anti-evasione che ha una storia lunga, ha scatenato dibattiti intensi nel filone infinito delle polemiche sul «grande fratello fiscale», ma ha finora giocato un ruolo effettivo decisamente più marginale del previsto. Da qui deve ripartire la nuova agenzia delle Entrate-Riscossione, che nelle strategie definite da Ernesto Ruffini punta proprio su un rinnovato utilizzo delle banche dati per aumentare l’efficienza di controlli e riscossione e limitarne gli effetti collaterali (a partire dai pignoramenti che cadono in contenzioso).
Prevista dal 1991, avviata nel 2006 e utilizzabile dal 2009, l’anagrafe dei rapporti finanziari ha conosciuto una nuova fortuna a fine 2011. Con lo spread alle stelle, il debito pubblico italiano sulle prime pagine dei giornali in tutto il mondo e il governo Monti appena insediato, il ricco capitolo fiscale del decreto «salva-Italia» non si era scordato il rilancio di quello che avrebbe dovuto rappresentare uno dei pilastri dell’anti-evasione tramite banche dati. L’Agenzia, spiega l’articolo 11, comma 4 del Dl 201/2011, avrebbe dovuto utilizzare il censimento telematico dei rapporti finanziari per disegnare gli identikit degli italiani più a rischio evasione, e stilare le «liste selettive» dei contribuenti che a quell’immagine fossero più vicini. Una volta definito il campo, i controlli avrebbero dovuto offrire risultati di peso, da dettagliare in una relazione annuale al Parlamento.
Alle Camere non è arrivata alcuna relazione, perché le liste selettive non sono state composte, i criteri per individuarle non sono stati fissati e in sostanza la macchina congegnata dal decreto anti-crisi non è mai partita. Per la Corte il difetto è nel manico, cioè «nell’approccio dell’Agenzia all’elaborazione delle liste», che agli occhi della Corte dei conti appare «in palese contraddizione con la ratio della norma». Il problema, sostengono i magistrati, è che il database contiene l’anagrafica e la storia dei rapporti finanziari (tipologia, date di apertura e chiusura, modifiche in corso d’opera) ma ne trascura il cuore: i saldi e le movimentazioni. Risalendo nella catena delle cause, quindi, la scarsa fortuna operativa dell’anagrafe nasce dal fatto che così non funziona.
Si spiegano anche in questo modo i numeri ultra-leggeri delle indagini finanziarie, che nel 2016 hanno spulciato i conti correnti di solo 5.200 italiani (si veda il Sole 24 Ore del 6 agosto). Una sorte analoga a quella vissuta da un altro classico del dibattito fiscale, il redditometro: rilanciato in grande stile nel 2010, oggetto di miriadi di convegni e approfondimenti, l’anno scorso ha guidato 2.812 accertamenti. Meno di una goccia nel mare dell’evasione.

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Zingales nuovo paper da scaricare

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Mettiamo a disposizione il nuovo (di luglio) contributo di Luigi Zingales.
Interessante come al solito… salvo i probabili commenti partigiani che purtroppo non si fanno mai attendere quando si ha coraggio di mettere nero su bianco il proprio pensiero.
Tempi oscuri. La Forza sia con voi.

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Lean management e rifugiati….

Importante articolo da leggere tutto d’un fiato. Non vogliamo fare paralleli con altri interventi di questi signori ma…. diciamo che è difficile resistere.

How McKinsey quietly shaped Europe’s response to the refugee crisis
(dal Washington Post) By Isaac Stanley-Becker July 24 at 3:55 PM

BERLIN — It was October 2015. With winter approaching and no end in sight to the flow of migrants seeking refuge from the Syrian civil war, Germany needed a solution — fast.
Processing centers for refugees had exceeded capacity. Asylum claims were backlogged. Temporary tent cities would not survive the punishing winter months.
So Germany did what governments increasingly do when facing apparently unmanageable problems. It called in multinational management consulting firms, including New York-based giant McKinsey & Co., to streamline its asylum procedures.
Germany has paid McKinsey 29.3 million euros, the equivalent of nearly $34 million, for work with the federal migration office that began in October 2015 and continues to this day. The office also brought in two Europe-based firms, Roland Berger and Ernst & Young.
Among McKinsey’s projects has been the development of fast-track arrival centers with the capacity to process claims within days. The company’s work on migration issues also has taken its consultants to Greece and Sweden. This year, McKinsey submitted a bid for a project with the United Nations.
Experts in international law said the German case illustrates risks associated with McKinsey’s input. Today, asylum decisions handed down by the federal migration office come faster but are leaving an increasing number of migrants with fewer rights, above all the right to family reunification, triggering hundreds of thousands of appeals that have created a new backlog — not in asylum centers, but in German courts.
“We’re not used to seeing business consultants brought into the process,” said Minos Mouzourakis of the Brussels-based European Council on Refugees and Exiles. “McKinsey and others developed a system for more efficient management of asylum cases to make sure that the backlog of cases could be cleared. This led to a substantial number of decisions being taken, but with a significant drop in quality.”
Legal experts said the shift to limited protection, which accompanied the introduction of fast-track asylum centers and expedited denial for certain classes of migrants, is inseparable from the overall drive toward administrative efficiency and control of the movement of migrants — goals championed by the firm.
“This is a very sensitive area of law where you can’t just streamline things, and I’m not sure that McKinsey’s approach is one that systematically takes human rights concerns into account,” said Nora Markard, a professor of constitutional law at the University of Hamburg and director of its refugee law clinic.
Markard observed that more efficient procedures were introduced at the same time that the federal migration office began granting only subsidiary protection — a status that recognizes an asylum seeker may suffer serious harm in his or her country of origin but doesn’t qualify as a refugee — to an increasing number of migrants from Syria, thereby allowing them only a one year residence permit instead of the three allowed refugees, and denying them the right to family reunification.
“It’s not coincidental that these changes happened at the same time,” Markard said. “The government had to deal with a very large number of arrivals very quickly, which meant that part of increasing efficiency was limiting entry in any way they could.”
Government officials interviewed were adamant that McKinsey’s work has not involved specifying what sort of sanctuary should be granted. “Absolutely not,” said Andrea Brinkmann, a spokeswoman for the German migration office, when asked
whether McKinsey weighed in on the use of subsidiary protection.
With 14,000 employees and offices around the world, McKinsey has advised corporations on everything from aerospace to paper products, and public-sector institutions ranging from schools to the CIA.
A 2016 report, “People on the move: Global migration’s impact and opportunity,” outlines how more efficient integration procedures might boost national economies as well as benefit migrants. Produced by the McKinsey Global Institute, the report applies “the analytical tools of economics with the insights of business leaders” to the international refugee crisis.
One of its authors, Khaled Rifai, a partner in New York, said the company sees the use of “temporary status,” a common shorthand for subsidiary protection, as effective in quickly integrating new arrivals into jobs and housing, but he did not address the denial of the right to family reunification.
“In general, we can say that issuing temporary status that allows people to have access to labor markets, to housing, to health is actually beneficial from an economic perspective in the short term in most cases, and is also beneficial from a social outcome perspective in the long term,” he said.
An economist by training, Rifai said he was “not a humanitarian law specialist steeped in the Geneva Conventions.” He said his interest was personal; he is half-German, half-Syrian.
McKinsey spokesman Kai Peter Rath said he couldn’t confirm the specifics of refugee-related projects. “I don’t want to call it secret,” he said. “Our policy is if the client wants to talk about it, it’s the decision of the client.”
Public records and interviews with government officials, however, show that McKinsey’s influence on refugee policy spans Europe — a role not widely publicized and surprising to some legal experts.
“It’s the first I’ve heard that McKinsey was involved,” said James C. Hathaway, a professor of refugee law at the University of Michigan.
Some of McKinsey’s earliest work on this issue was with the Swedish Migration Agency in 2008 and 2009, to install “lean management” practices, said Veronika Lindstrand Kant, the agency’s deputy director of operations. Slashing processing times worked until 2015, when the new wave of asylum seekers expanded the caseload. Migrants are again waiting about 500 days for a decision, Lindstrand Kant said. McKinsey was paid more than $2 million.
In late 2016 and early 2017, the company worked to reduce the backlog of asylum claims in Greece, first with the European Commission, spokeswoman Natasha Bertaud said, and then through a project funded by the European Asylum Support Office.
It was paid about $1 million for the final project, said Jean-Pierre Schembri, a spokesman for the Malta-based organization.
The company is seeking to expand its reach. This spring, it submitted a bid to the Office of the U.N. High Commissioner for Refugees for a project on refugee resettlement. In an email, a project manager in McKinsey’s Germany office asked an American legal expert to sign on to its proposal. The McKinsey bid was ultimately not accepted, a UNHCR spokeswoman said. The expert, who asked not to be identified because she was not authorized to circulate the request, declined to join the project.
She said she was not convinced the company had assembled a team of sufficiently high caliber to tackle resettlement.

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Euro: rimanere, senza alternative

Si è chiuso, lo ricordiamo, il dibattito sull’Euro ospitato dal Sole 24 Ore e promosso da Luigi Zingales; lo abbiamo seguito e riproponiamo tutti gli articoli.

La conclusione è riassunta nel titolo di questa pagina: non ci sono alternative all’Euro.

Euro Dibattito (Sole24Ore-Zingales)

 

 

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TrumpCare: who cares?

Abbiamo aggiornato la pagina su ObamaCare con il link al più noto website che si occupa di sanità USA.

https://liberiamo.org/obamacare-focus-update/

Enjoy!

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AFRICA : I Fatti

Siamo in un momento, come dire….. cruciale di scontro tra fazioni. Una lotta settaria e falsamente documentata tra soggetti politici e sociali che vedono nell’immigrazione l’inizio della fine della nostra civiltà ed altri che sono più possibilisti e puntano il dito contro quanto ostacolerebbe una corretta gestione del fenomeno.

Soprattutto è lo IUS SOLI and incancrenire il dibattito.

Facciamo cosa gradita a noi stessi, e agli altri, invitandovi a caricare il documento di sintesi sull’Africa che fu preparato ca. 3 anni fa da MARCO ZUPI, attualmente Vice Direttore del CESPI (Centro Studi Politica Internazionale). E’ comunque assai attuale.

E’ uno splendido esempio di come i NUMERI distruggano alcune posizioni e ne supportino altre. Investite un quarto d’ora del vostro tempo per diventare meno ignoranti (come è successo allo scrivente).

Eccolo: Marco Zupi Africa PI0097App

Buona lettura

 

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Euro Dibattito Zingales

Senza particolare clamore, oramai, ma con una sostanza evidente continua il dibattito sull’Euro lanciato da Luigi Zingales.

Segnaliamo il ritorno di La Malfa per un contributo interessante nella sua prospettiva storica.

Euro Dibattito

 

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Omeopatia: uno scandalo continuo

Basta.

Non possiamo più tollerare lo scandalo immondo dell’omeopatia, pseudo dottrina pseudo scientifica basata sui vaneggiamenti di un tedesco dell’inizio del secolo XIX. L’imbroglione è stato poi usato nei secoli successivi per dare una pseudo base alla pratica truffaldina dell’autosuggestione aiutata da boccette colorate e da etichette piene di nomi incomprensibili alla massa.

Basta.

Liberiamo è per la scienza e per il buon senso; impegnamoci a stigmatizzare in ogni momento questa pratica che, estesa a milioni di soggetti, è un imbroglio mortale e pernicioso.

Un banale riferimento: Wikipedia

 

 

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Il Zingales-dibattito sull’Euro

Tutto il dibattito giorno per giorno su Liberiamo (copyright del Sole24Ore).

Per ritardatari e curiosi. E per tutti quelli che vogliono capire meglio.

https://liberiamo.org/euro-dibattito-sole24ore-zingales/

 

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Uscire dal donmilanismo…

Dal Sole24Ore di oggi, 26 marzo 2017, di Paola Mastrocola
Grammatica e ortografia sono reazionarie? Lo diceva don Milani. O non sono forse la cosa più importante da insegnare?
Le Paginette di questo mese mi sa che saranno un’unica Pagina. Ancora sulla scuola. Bene o male, che io lo voglia o no, la scuola ancora occupa i miei pensieri, sollecitati ora da due dibattiti che il «Domenicale» ospita e che potrebbero sembrare lontani tra di loro, ma a me appaiono sorprendentemente molto vicini.
Il primo riguarda la lingua italiana, ovvero la scarsa conoscenza e capacità linguistica – ortografica e grammaticale – che sembra contraddistinguere i nostri giovani. Così denuncia la «lettera-appello dei 600», firmata da professori della Crusca e non, linguisti, insegnanti e scrittori (tra cui la sottoscritta). Mi sono stupita due volte: la prima, dell’attenzione che la lettera ha riscosso. Finalmente! È una battaglia che, personalmente, conduco da una quindicina d’anni almeno (non da sola, per fortuna: basti pensare a Segmenti e bastoncini, il formidabile libro di Lucio Russo del 1998!) e che si è sempre dissolta nelle nebbie. Ma si sa, dipende dal momento: una voce può cadere nel momento sbagliato. Evidentemente questo è giusto, e me ne rallegro.
Credo che tutti dovrebbero firmare un appello del genere. Tutti i cittadini, dico, italiani e stranieri, dovrebbero insorgere, protestare, denunciare lo stato d’ignoranza e decadimento non solo linguistico ma culturale in cui versiamo. Dovrebbero insorgere anche persone che non appartengono all’ambiente dei linguisti, accademici e insegnanti di scuola: indistintamente, tutti coloro che hanno a cuore i libri, primi fra tutti gli scrittori e i lettori, gente cui mi pare debba importare moltissimo che si continui a scrivere bene e a capire quel è scritto. E naturalmente, primi fra i primi, i professionisti dei libri: gli editor, per esempio, coloro che controllano ogni frase, ogni parola, ogni virgola, e fanno sì che un libro esca senza errori, né ortografici né grammaticali né logici, neanche uno!
La seconda cosa che mi ha destato stupore è che non tutti siano d’accordo, cioè che per alcuni non sia affatto vero che i giovani non sanno parlare e scrivere in italiano. Secondo costoro sarebbe solo l’opinione dei soliti pessimisti-catastrofisti-nostalgici-reazionari. Quindi, dipende… C’è chi denuncia il decadimento e c’è chi lo nega. Alla fine si riduce sempre tutto a una questione di ottimismo o pessimismo.
Mi son fatta l’idea che dipenda dalle solite questioni ideologiche. Sembra che il pessimismo sia di destra, e l’ottimismo di sinistra… (ci vorrebbe Giorgio Gaber!). Sembra, insomma, che per chi di noi si professa progressista sia molto arduo ammettere, seppur in un ambito parziale e delimitato, una leggera forma di regresso. Detto mirabilmente da Jean-Claude Michéa: «Un militante di sinistra è sostanzialmente riconoscibile, ai nostri giorni, dal fatto che gli è psicologicamente impossibile ammettere che, in qualunque campo, le cose potessero andare meglio prima».
Ma non dovrebbe essere, la decadenza linguistica, un fenomeno oggettivo, assodato e incontrovertibile, se in una classe di liceo i due terzi dei ragazzi prendono l’insufficienza in dettato ortografico? E non dovrebbe oggettivamente far riflettere il fatto che ci si sia ridotti a far dettato al liceo e finanche all’università, pessimisti o ottimisti che si sia? O forse si pensa che il linguaggio verbale sia solo uno dei possibili linguaggi, e come tale sia soggetto al tempo, e sia oggi in via di estinzione in attesa che nascano altri, e ben più “nuovi”, sistemi di comunicazione ed espressione?
In quanto alla questione se si debba far grammatica alle elementari, o medie, o superiori o università, non so, mi sembra talmente lapalissiano che sia meglio cominciare a sei anni che a diciotto… Aggiungo solo, per quanto vale, che dalla mia esperienza diretta di insegnante di liceo ho notato quanto sia difficile estirpare errori ortografici in ragazzi che hanno ormai quindici anni, nonché farli entrare per la prima volta a quell’età nel tempio logico-consequenziale dell’analisi del periodo, qualora non abbiamo avuto il bene di frequentarlo prima, detto tempio.
Ma, come ho ripetuto nei miei libri fino alla nausea, penso che la mia generazione espressamente non abbia voluto insegnare grammatica, né far veramente leggere i classici a scuola. E questo per questioni ideologiche. Non far grammatica è di sinistra. Il che implicherebbe che farla (e difenderla) è di destra? O esiste una grammatica democratica e una no? In effetti, ora ricordo, esiste un documento di «pedagogia linguistica democratica» del 1975, in cui si dice: «Buona parte degli errori di lettura e ortografia dipendono da scarsa maturazione della capacità di coordinamento spaziale, essi dunque vanno curati non insegnando norme ortografiche direttamente, ma insegnando a ballare, ad apparecchiare ordinatamente la tavola, ad allacciarsi le scarpe». Non vorrei sembrare banalmente deduttiva, ma mi pare che da qui emerga che l’ortografia non è democratica e, anche, che forse il nuovo metodo (indiretto e democratico) non ha funzionato benissimo: i giovani oggi sanno forse ballare, ma qualche problemino ortografico pare ce l’abbiano. A margine: da tutto ciò si spiegherebbe anche perché, in un altro grande dibattito in corso, il liceo classico sia sempre bollato di élitarismo (ovvero scarsa democraticità): in effetti, difficile fare latino e greco senza grammatica e analisi logica.
E qui veniamo al secondo, e più recente dibattito: quello su don Milani. Comincia Lorenzo Tomasin (il 26 febbraio, su questo giornale), schierandosi dalla parte della professoressa della famosa Lettera. Continuano Carlo Ossola e Franco Lorenzoni (il 5 marzo), difendendo «una scuola democratica».
Nessuno mette in dubbio l’altissimo valore dell’operato di don Milani, e di tutti coloro che insieme a lui si batterono per aprire la scuola ai ceti meno avvantaggiati. Ed è giustissimo, come fa Ossola, collocare storicamente quell’operato, sacrosanto negli anni ’60, quando l’Italia si avviava a un processo di modificazione sociale enorme. Se poi la scuola, proprio a partire da quelle idee, è andata storta, don Milani non c’entra. «Non si possono imputare ai Padri le colpe dei figli», dice Ossola. Sono d’accordo. (In un mio libro del 2011, dedicai un intero capitolo a distinguere tra don Milani e il “donmilanismo”!). Ma i libri sono libri, e come tali vanno giudicati, anche al di là del loro tempo, visto che i libri travalicano il tempo. Quindi dovremmo tutti con pazienza rileggere oggi Lettera a una professoressa, soprattutto per questo sorprendente fenomeno: che don Milani rimane a tutt’oggi, dopo cinquant’anni, l’unica forte icona (molto sacralizzata, invero!) cui continua a ispirarsi la nostra scuola (si vedano i ministri dell’Istruzione che lo citano sempre, a ogni discorso d’insediamento, a qualsiasi parte politica appartengano. Cosa su cui dovremmo interrogarci… Cos’è, un omaggio dovuto al nostro cattolicesimo?). Dovremmo rileggere oggi quel libro, distinguendo, in don Milani, l’operato (encomiabile almeno nelle intenzioni) dall’opera (discutibile, a tratti aberrante). I libri hanno una loro vita, separata dalla vita dei loro autori. Sarebbe il colmo che giudicassimo Guerra e pace in base a come Tolstoj trattava la moglie!
Anche Tomasin, nel suo articolo davvero molto coraggioso (chi tocca don Milani muore!), parte di qui, dal fatto che ha riletto ora quel libro, e dallo sconcertato stupore che ha provato. Stupore che s’incentra su due punti: che la scuola prefigurata da don Milani “è giust’appunto quella che oggi tutti deprecano”, e che quel suo librino trasudi odio di classe, risentimento, ovvero il rancore dei poveri verso i ricchi, di Gianni figlio del contadino verso Pierino figlio del dottore.
Condivido lo stesso stupore, e per le stesse ragioni. In effetti, la nostra scuola oggi è esattamente quella che voleva don Milani cinquant’anni fa. Infatti abbiamo emarginato sempre più la grammatica e la letteratura (dei classici, in primis) sostituendola con attività di vario intrattenimento (v. i progetti del POF). Andiamo a rileggere i passi in cui s’invita la professoressa a non fare grammatica perché la lingua è appannaggio dell’élite, e a non fare Foscolo o l’Iliade del Monti perché la difficoltà di quei testi umilia i “poveri”. Ad esempio: «Bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri (…). I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro (…). Tutti i cittadini sono eguali senza distinzione di lingua, l’ha detto la Costituzione. Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione». Bene. È da cinquant’anni che facciamo a scuola più Costituzione che grammatica; oggi in particolare facciamo Educazione alla cittadinanza, non certo Educazione alla grammatica. E andiamo al finale del libro, dove è espresso il sogno della nuova scuola, democratica: «A pedagogia vi chiederemo solo di Gianni. A italiano di raccontarci come avete fatto a scrivere questa bella lettera. A latino qualche parola antica che dice il vostro nonno. A geografia la vita dei contadini inglesi. A storia i motivi per cui i montanari scendono al piano. A scienze ci parlerete di sarmenti e ci direte il nome dell’albero che fa le ciliegie».
E noi questa scuola abbiamo fatto e facciamo: ha vinto l’esperienza (il saper fare, si dice così?), non certo il sapere. Non dovremmo quindi stupirci se ora i nostri ragazzi non sono capaci di scrivere, non sanno dov’è il Caucaso, non studiano più latino e hanno un lessico ristrettissimo. Ma sia chiaro, il colpevole non è don Milani, siamo noi, è la pervicacia sconsiderata con cui per cinquant’anni abbiamo continuato quella sua strada, forse giustissima allora, ma oggi? L’operazione di don Milani allora aveva un senso, perché il problema era di includere i figli dei contadini e fare una scuola per tutti. Ma oggi il mondo è cambiato… Non abbiamo a scuola i figli dei contadini, e se li abbiamo, non versano nello stato di cinquant’anni fa. Certo, abbiamo ancora, e sempre più, i deboli da proteggere: i ragazzi che arrivano dall’estero, che abitano in quartieri socialmente e culturalmente degradati. A questi dobbiamo pensare. Ma come? Che l’idea di don Milani avesse allora un senso, non implica che quel senso non fosse sbagliato già allora, e che lo sia probabilmente oggi più che mai. Voglio dire che si potrebbe avere un’idea esattamente contraria, per raggiungere lo stesso nobile fine: cioè, proprio per aiutare i figli dei contadini (tradotto i ragazzi oggi più deboli), si potrebbe rendere più difficile, e non più facile, la scuola. Tradotto, dovremmo fare proprio l’Iliade del Monti (che, tra l’altro, piace moltissimo ai ragazzi!), e non approntare ridicole traduzioncine, semplici e prosastiche, col linguaggio più piatto possibile, perché gli attuali “figli dei contadini” non facciano fatica e siano inclusi! Inclusi in cosa, poi? In un percorso di studi fittizio e ingannevole, che li lascia impreparati ad affrontare gli studi più alti e le professioni più ambite? C’è una sottile punta di razzismo, direi, in questa idea che i ceti cosiddetti ceti subalterni non possano elevarsi, emanciparsi dalle loro origini e accostarsi alla cultura alta.
Ma niente, siamo fermi a cinquant’anni fa, non vedo spiragli. La vera domanda è questa: ma noi potremo mai far serenamente grammatica e letteratura senza la colpevole sensazione di non essere democratici? Arriveremo mai a pensare che proprio insegnare ai massimi livelli la nostra lingua, facendo leggere i testi più difficili del nostro patrimonio culturale, aiuterebbe i giovani (tutti i giovani!) ad avere gli strumenti per migliorare la loro sorte, di cittadini e lavoratori, ma prima di tutto di persone? Siamo destinati ancora per quanto a trascinarci appresso vecchi fantasmi e arrugginite catene?
Io credo che dovrebbe starci molto a cuore che i nostri ragazzi scrivano niente e non gnente, ce n’è e non cé né. E soprattutto, che sappiano capire quel che leggono, e costruire un discorso loro, dotato di senso e ben organizzato. Che sappiano cogliere i nessi logici, le sfumature e i significati più profondi di un testo, orale o scritto. Credo che dovrebbe stare a cuore a tutti questo, a pessimisti e ottimisti, gente di destra o di sinistra, cattolici e non. E credo che la strada sarebbe estremamente semplice e piana: se vogliamo che i giovani sappiano l’italiano, bisogna insegnare italiano a scuola, dal primo anno all’ultimo. Ma bisogna volerlo, volerlo veramente, tutti quanti. E decidere di farlo. Non risolveremo mai nulla, se non decideremo tutti quanti – come società, come Italia – che nella scuola sia bene tornare a insegnare a leggere, scrivere e parlare, a partire dalla prima elementare.
Ma noi vogliamo veramente che i giovani sappiano l’italiano? O una scuola dove si insegnino soltanto e umilmente le basi della nostra lingua, con rigore e serietà, ci sembra ancora una scuola troppo reazionaria, antiquata, banale, inutile, poco creativa, poco gratificante e… per niente democratica?