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EU: perché il Consiglio europeo non decide più

Sergio Fabbrini, sul Sole24Ore di oggi, illustra le difficoltà di un meccanismo decisionale che era concepito per la gestione di un processo lento e senza scosse, condizione messa in crisi dall’accellerazione impressa dai populismi nazionalistici e dagli eventi geopolitici collegati alle perturbazioni medio orientali.
Come valutare l’esito del Consiglio europeo che si è tenuto giovedì e venerdì scorsi? La sua agenda era molto ambiziosa. I capi di governo dei ventotto stati membri dell’Unione europea avrebbero dovuto discutere molteplici temi, tutti di grande rilevanza. Eppure si è discusso quasi esclusivamente di due politiche, la politica migratoria e la politica finanziaria. Sulla prima si è giunti a conclusioni che hanno impedito (all’Ue) di cadere nel baratro, anche se non l’hanno allontanata da quest’ultimo. Sulla seconda si è addirittura giunti ad imbarazzanti non-conclusioni. Piuttosto che stabilire chi ha vinto e chi ha perso, vale piuttosto la pena di capire perché l’Ue non riesca a prendere decisioni. Ciò è dovuto all’intreccio tra sistema decisionale e natura delle politiche. Mi spiego.
Il sistema decisionale europeo si basa (sempre di più) sulla preminenza del Consiglio europeo. Quest’ultimo si è imposto come il governo collegiale dell’Europa. Con l’europeizzazione di temi cruciali per le sovranità nazionali, i governi degli stati membri hanno rivendicato un ruolo decisionale preminente rispetto all’esecutivo tradizionale, la Commissione. Il Consiglio europeo decide all’unanimità, proprio per garantire gli interessi politici dei governi nazionali che lo costituiscono. Ciò ha funzionato fino a quando si è operato in condizioni ordinarie. Le cose sono però cambiate con le crisi straordinarie di questo decennio. Gli effetti di quelle crisi hanno generato divisioni tra i vari governi, se non all’interno di ognuno di essi.
Si pensi alla crisi migratoria. I Paesi dell’est (il gruppo di Visegrad) hanno rifiutato l’accoglienza dei rifugiati, con grandi vantaggi elettorali. Ma tale accoglienza è stata contestata anche da governi dell’ovest, come il nostro (che ne ha beneficiato anch’esso elettoralmente). Oppure, nel caso tedesco, le divisioni si sono manifestate all’interno stesso del governo. Per il ministro dell’Interno Seehofer (leader dei Cristiano-sociali bavaresi della CSU) occorre rinviare nei Paesi di primo arrivo (come l’Italia) i rifugiati lì registrati e poi trasferitisi in Germania (i cosiddetti “movimenti secondari”), mentre per la cancelliera Merkel tale soluzione attiverebbe una catena di scelte unilaterali che condurrebbero allo smantellamento di Schengen (cioè del regime di libera circolazione degli individui tra i Paesi che hanno aderito al relativo Accordo). Insomma, l’immigrazione ha diviso i governi. E tale divisione, entrando nel Consiglio europeo, ha ostacolato il suo processo decisionale. Come può, un organismo così esposto ad interessi politici particolaristici, produrre decisioni collegiali efficaci?
E infatti quelle decisioni non sono state prese giovedì e venerdì scorsi. Consideriamo le due politiche, migratoria e finanziaria. Per quanto riguarda la prima, il Consiglio europeo è rimasto bloccato tra chi (la Germania) chiedeva di contrastare i “movimenti secondari”, chi voleva (l’Italia) trasferire sugli altri Paesi il carico migratorio e chi (i Paesi di Visegrad) si opponeva ad ogni meccanismo vincolante per la redistribuzione dei migranti che hanno diritto all’asilo politico (meccanismo che avrebbe invece aiutato l’Italia). Si è trattato di divisioni radicalizzate nonostante non vi sia un’emergenza migratoria. L’immigrazione illegale, nell’Ue, si è ridotta del 95 per cento rispetto al 2017, così come si sono ridotti drasticamente gli sbarchi in Italia (secondo il Dipartimento di Pubblica Sicurezza, nei primi sei mesi del 2018 sono diminuiti dell’84% rispetto al 2017 e dell’83% rispetto al 2016). Ciò nonostante, poiché l’immigrazione è divenuto il tema su cui si decide un’elezione nazionale, ogni capo di governo si è irrigidito sulle proprie posizioni. Con l’esito che il Consiglio europeo ha deciso poco o nulla. Verranno istituiti “centri controllati” di immigrati nei paesi di primo arrivo (tra cui l’Italia) in cui collocare coloro che hanno diritto a rimanere in Europa, per quindi distribuirli, su “base volontaria”, negli altri Paesi europei disponibili ad accoglierli (quindi non nei Paesi dei governi sovranisti). I centri disporranno di risorse finanziarie ed organizzative europee, ma senza toccare il Regolamento di Dublino. Inoltre, il Consiglio europeo ha confermato l’impegno finanziario (a cui anche noi contribuiamo) preso con la Turchia (affinché tenga nel suo territorio i milioni di siriani fuggiti dalla guerra civile nel loro Paese) e, soprattutto, ha riconosciuto il diritto degli stati membri (come la Germania) di prendere “tutte le necessarie misure amministrative e legislative per contrastare i movimenti secondari” (decisione che penalizza Paesi di primo arrivo come l’Italia). Seehofer (nel cui Land ci saranno elezioni il prossimo ottobre) potrà dire ai suoi elettori di aver ottenuto il controllo dell’immigrazione, allo stesso tempo Merkel continuerà ad essere cancelliera della Germania. Le richieste italiane, invece, verranno discusso in futuro. Non diversamente è avvenuto per quanto riguarda la politica finanziaria dell’Eurozona. In proposito si è deciso di “iniziare una roadmap per iniziare una negoziazione sullo Schema di assicurazione europea dei depositi bancari”, oltre che di avviare il percorso per la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (ESM) nel backstop del Fondo per la risoluzione delle crisi bancarie. Punto e a capo. Le richieste di Paesi come l’Italia (di dotare l’Eurozona di risorse e strumenti anti-ciclici) sono state messe sotto il tappeto. Ciò per l’opposizione dei Paesi del nord dell’Eurozona, ma anche dei Paesi esterni all’Eurozona (peraltro coinvolti nella discussione sull’organizzazione di un regime monetario a cui non aderiscono). Come si vede, quando si tratta di distribuire migranti o soldi, il Consiglio europeo si blocca.
In conclusione, la causa dello stallo europeo è la combinazione di un sistema decisionale intergovernativo e politiche con effetti redistributivi. Per neutralizzare quello stallo ci vorrebbe una coalizione capace di produrre beni collettivi. Ma qui risiede il paradosso del sovranismo di cui è prigioniero il nostro governo. I governi sovranisti non possono trovare soluzioni collettive, in quanto ognuno si preoccupa di preservare il proprio specifico interesse politico. Tuttavia, di fronte alla crisi migratoria o finanziaria, ciò significa scaricare sugli altri la soluzione della crisi (con il risultato di esasperarla invece di risolverla). Alleandosi con i governi sovranisti, il nostro governo si è chiuso la possibilità di favorire soluzioni collettive (in cui collocare le soluzioni nazionali). È difficile influenzare le decisioni europee, ma diventa impossibile farlo quando non si hanno le alleanze giuste.
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Il nuovo e l’antico dello Stato di Israele

Dal Sole24Ore di oggi, un bell’articolo di Giulio Busi non solo sullo stato ma anche sulla storia d’Israele, forse utile per indicare quale può essere una strategia di sopravvivenza del pensiero ragionevole in tempi bui.
Il 14 maggio 1948, alla proclamazione dello Stato d’Israele, tutto sembra cominciare. E di fatto, inizia una costruzione nuova, un progetto che si sbilancia nel futuro. Alle spalle vi sono le macerie e la morte. La diaspora europea ha appena vissuto la sua ora più tragica. Un’ora che è durata anni, sempre più angoscianti, fino all’annichilimento di milioni di persone. E fu sera e fu mattino, ricorda la Torah. Se c’è mai stata una sera sulla terra, una notte interminabile, è stata quella che precede il 1948.
E il mattino? Dove comincia, da dove lo si misura? C’è una continuità segreta, a cui spesso non si fa attenzione, tra il prima e il dopo Israele. Certo, la compagine moderna di uno Stato, l’esercito, l’infrastruttura politica, sembrano nascere come dal nulla. Tutto può essere ripensato. C’è una plasmabilità, nella vicenda israeliana di questi primi settant’anni, sconosciuta a chi viva in Paesi dalla tradizione più lunga, dalle burocrazie secolari, cresciute strato dopo strato, regime dopo regime, negli stessi luoghi, spesso anche negli stessi edifici.
Il sionismo, che del nuovo Stato è l’anima, si è posto l’obiettivo di rompere con il passato. Un nuovo rapporto con la terra, un nuovo coraggio, l’esaltazione della volontà di difendersi, sono gli slogan del movimento. Basta con la sottomissione nata in due millenni di esilio. Bisogna riprendere in mano il proprio destino e combattere per avere un posto tra le nazioni. Con l’aratro e se, necessario, con il fucile. La novità di questo atteggiamento non cancella però un dato altrettanto importante. Se vogliamo restare al testo della Scrittura, il “giorno” di cui parliamo è uno solo. La sera e la mattina d’Israele sono legate l’una all’altra.
La fondazione dello Stato, nel 1948, riprende la storia dal punto in cui questa si era interrotta. Riprende cioè l’esistenza di una polis ebraica nell’unico luogo in cui questa è mai stata possibile, ovvero nella Terra d’Israele. Nell’immaginario israeliano, le rovine di Massada occupano ancor oggi un grande rilievo simbolico. I resti dell’insediamento, sull’altura che si affaccia sul paesaggio sconfinato del Mar Morto, servono come memoriale dell’ultima resistenza ebraica, durante la rivolta contro Roma, del 66-74. Qui si asserragliarono gl’irriducibili, dopo che il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto nel 70 e la capitale conquistata. A Massada, gli assedianti romani dovettero realizzare una lunga rampa offensiva, prima di poter catturare il forte. Per decenni, le reclute dell’esercito israeliano sono venute qui per la cerimonia di giuramento dopo il loro addestramento.
Si può discutere sulla costruzione di simboli identitari, che segnano un passato comune, o che spesso lo costruiscono artificialmente. E si può accusare questa celebrazione di retorica. La sostanza non cambia. La continuità ebraica esiste, ed è documentata da una storia specifica, singolare.
Il fiume carsico, che dagli ultimi sussulti d’indipendenza, nel II secolo, porta dritto al 1948, scorre nascosto, ma non per questo meno eloquente. Dopo il 135 dell’era volgare, al tempo della nuova e nuovamente fallita rivolta antiromana di Bar Kokva, il giudaismo ha abbandonato l’opzione politica. Non per scelta, ma semplicemente perché questa non era più possibile. Non si poteva vincere contro i Romani, non contro i Bizantini. Non era possibile opporsi alla Persia né al potere militare musulmano, che nelle sue varie forme, e con la breve interruzione crociata, è durato qui dal VII al XX secolo. È un abbandono che riflette i rapporti sul terreno, la capacità di mobilitare risorse, l’organizzazione militare. Non basta amare un Paese o ritenersi in diritto di autodeterminarsi. Bisogna potere, e gli ebrei, nella terra che ancora abitavano nel I e II secolo, semplicemente non hanno più potuto.
È per questo che il 1948 segna una ripresa almeno quanto un nuovo inizio. Segna la ripresa del potere di autodeterminazione politica. Il progetto di una nuova nazione, le mutate condizioni internazionali, il post-colonialismo sono modi diversi per esprimere questo passaggio, dopo quasi due millenni di latenza. Abbiamo parlato di fiume carsico. Cosa significa questa lunghissimo tragitto invisibile della polis ebraica? Ci sono vari modi per difendere un’identità collettiva. Lo si può fare in presenza o in assenza. Una comunità può continuare ad abitare in uno stesso luogo, governarsi da sola, poi venir sottomessa, difendersi da chi la minaccia oppure aprirsi, trasformarsi, assimilarsi. Il luogo è restato il medesimo, la comunità si è trasformata, talvolta è diventata irriconoscibile. Ha cambiato fede religiosa, lingua, costumi, opinioni. Talvolta i resti del passato sono evidenti talaltra paiono trascurabili. Se prendiamo una durata di due millenni, la continuità in presenza, negli stessi luoghi e in un paesaggio di fondo che non cambia, non significa necessariamente che la polis originale sia durata né che la primitiva identità sia intatta.
L’ebraismo, proprio per il suo lunghissimo non-potere politico, ha dovuto scegliere il metodo in assenza. È la storia della diaspora, in cui la determinante geografica è instabile, provvisoria, mutevole. Il luogo, la cornice svaniscono, si trasformano, di generazione in generazione, o più volte nella stessa vita. In queste condizioni, l’identità si lega ad altri ormeggi. Le ancore ebraiche sono state, per lunghissimo tempo, l’osservanza dei precetti, la lingua, lo studio, la memoria della tradizione. Essere diversi, magari indicati a dito, cacciati, discriminati, ecco un altro confine, patito, sì, ma pur sempre tangibilissimo. I confini in assenza sono fisici ma anche mentali, o simbolici. La Terra d’Israele è stata ed è tuttora, anche per chi non vi abiti, una di queste frontiere assenti-presenti. Mai riavuta, poiché riaverla era impossibile. Sempre desiderata, poiché desiderarla era indispensabile.
Chi pensa che lo Stato d’Israele sia un’invenzione moderna, ultimo arrivato tra i nazionalismi del tardo Ottocento e del primo Novecento ha allo stesso tempo ragione e torto. Ha ragione, poiché il sionismo ha precise radici storiche e culturali. Ma ha anche torto, giacché un’identità in assenza permette di proiettare nella dimensione temporale ciò che le identità in presenza sperimentano nello spazio. La diaspora ebraica ha abitato Israele nel tempo, proprio perché non poteva farlo nello spazio. Non che non ne avesse la volontà, non ne aveva il potere. Quando ha potuto riavere il luogo di questa dimora, ha ricominciato ad abitarlo spazialmente. E a far funzionare di nuovo la polis come entità non più solo mentale e rituale, ma dotata dei suoi attributi di città-stato. Il titolo originale del romanzo-manifesto di Theodor Herzl, uscito nel 1902, è Altneuland. In italiano sarebbe “Vecchia terra nuova”, o qualcosa del genere. Ma in realtà è intraducibile, poiché la nostra lingua non ha l’efficacia espressiva dei composti tedeschi. Il Paese è un tempo vecchio e nuovo. Vecchio nello spazio, nuovo nel tempo. Oppure nuovo nello spazio e vecchio nel tempo. Ciascuno può scegliere quale significato dargli, dal 14 maggio di settant’anni fa.