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Liberiamo!

Dalla sanità ai trasporti: meglio tornare alle Province

Innocenzo Cipolletta interviene per sottolineare le incongruenze di una struttura pseudo-federale nata male e che ha mostrato tutti i suoi limiti in occasione della crisi Covid19.

N.d.R. Ai tempi dell’abolizione (?) delle Province Liberiamo aveva contribuito organizzando un DIBATTITO pubblico, moderato da Marco Ardemagni.

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dal Sole24Ore del 19/05/2020 (Diritti Riservati)

Nei prossimi giorni si potrà andare da una regione all’altra se le condizioni sanitarie lo permetteranno. Le regioni hanno voluto regole comuni da parte del Governo, per quest’ultima fase della quarantena per la Covid-19, ma poi loro potranno introdurre differenziazioni a seconda delle situazioni sanitarie locali. Sembra ragionevole: non spetta al Governo centrale distinguere luogo a luogo. Resta però da capire una cosa: ma le regioni sono una entità territoriale idonea per definire queste riaperture e, più in generale, per le competenze che sono state attribuite loro? La risposta non è positiva.

Prendiamo il caso dei passaggi da regione a regione. Molte regioni hanno parti del territorio che non gravitano attorno al proprio capoluogo, bensì sono attratte da altri capoluoghi o altre città in altre regioni. Di esempi ce ne sono tanti. Novara e Biella (Piemonte) gravitano più su Milano (Lombardia) che su Torino. Verona (Veneto) ha maggiori legami con Milano che con Venezia, mentre Mantova ha maggiori attrazioni da e per il Veneto. La Liguria è terra di seconde case per lombardi e piemontesi (oltre che di tanti altri). Lo stesso avviene per le coste romagnole. Terni e Grosseto sono più attratti dal Lazio che da Umbria e Toscana. Potenza guarda Napoli mentre Matera guarda Bari e si potrebbe continuare. In queste condizioni, ha un senso credere che le regioni siano i soggetti più adatti per decidere gli spostamenti?

Ma anche per le due altre competenze (sanità e trasporti) che sono state date loro, le regioni appaiono quantomeno inadeguate. Per la sanità, di cui le regioni hanno essenzialmente compiti di organizzazione, la dimensione regionale appare poco utile per i cittadini. L’organizzazione di ospedali, laboratori e sistemi di cura per un cittadino deve avere una dimensione territoriale facilmente raggiungibile dallo stesso. Difficilmente un milanese si rivolge a un ospedale di Cremona o di Mantova e viceversa. La giusta dimensione appare essere quella provinciale mentre la definizione degli standard di cura non può che essere nazionale. La regione appare un’entità territoriale troppo grande per organizzare la sanità e troppo piccola per definire gli standard. Per i trasporti vale quanto detto con riferimento agli spostamenti tra regioni: la dimensione regionale raramente copre le vere esigenze di trasporto dei cittadini. I trasporti dovrebbero essere organizzati per grandi (e meno grandi) aree metropolitane e per assi nazionali. La dimensione regionale coglie solo esigenze limitate.

In queste condizioni, c’è veramente da domandarsi se le regioni abbiano un senso come entità amministrative e se occorra dare loro altre competenze. Il rischio è quello di avere tanti presidenti regionali rissosi (come si è visto in questa emergenza) perché detentori di un mandato elettorale che non riescono ad assolvere, essendo loro naturalmente nell’incapacità a risolvere i problemi locali.

Forse sarebbe meglio tornare alle province e fare delle regioni un consesso di secondo grado, così come di fatto avviene nella regione del Trentino Alto Adige .

Innocenzo Cipolletta – icipoll@tin.it

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