RISPARMIO TRADITO – NUOVO EPISODIO!

Ancora una volta peschiamo dal Sole 24 Ore, non dalle prime pagine forse per non tirare l’ennesimo fendente alla perfida Albione in difficoltà per la Brexit. Sembra veramente che la capacità di apprendere sia sparita dalla cultura protestante.

Sulle banche inglesi una bomba da 50 miliardiNel Regno Unito scoppia lo scandalo dei PPI, i rimborsi previdenziali. Nuova tegola su Lloyds, Barclays, RBS e Santander: lo spettro ricapitalizzazioni

L’ennesima tempesta investe il sofferente mondo delle banche inglesi. Una nuova mina da 50 miliardi di sterline che si nasconde dietro l’innocente sigla PPI, assicurazioni tossiche, manda al tappeto bilanci già traballanti e getta nel panico il mercato. I PPI sono piani assicurativi personali che coprono spese previdenziali dei lavoratori (per esempio giorni di malattia non pagati dalle aziende).

Ma sui PPI è scoppiato l’ennesimo scandalo della finanza che ora rischia di far inabissare ancor di più le banche, il malato grave dell’economia inglese (e non solo). Perché molti istituti hanno approfittato dei PPI per piazzare ai clienti polizze superflue (per esempio per coprire anche elettrodomestici). La portata della tegola abbattutasi è gigantesca: i PPI valgono due terzi dei famigerati Sub-Prime, i mutui spazzatura dell’America che fecero scoppiare la grande crisi del 2008-2009. Per tutto agosto la metropolitana di Londra è stata tappezzata di pubblicità della FCA, la Consob inglese, che invitavano la gente a richiedere rimborsi per la truffa dei PPI, che scadevano proprio alla fine del mese. Il viso di un deforme Arnold Schwarzenegger-Terminator campeggiava ovunque nei cartelloni: il martellamento ha funzionato perché il 29 agosto le banche sono state sommerse da richieste di risarcimenti. L’onda è montata anche per la spinta di promotori finanziari che hanno consigliato a tutti i clienti di depositare una domanda.

Ora però le banche, ingolfate da richieste legittime e da altre per presunta truffa, potrebbero trovarsi a dover pagare molto più di quanto si aspettavano. Una notizia certo non buona in vista dei bilanci trimestrali che verranno annunciati a fine mese. Senza contare che il conto potenziale da 50 miliardi rischia di essere spesato con nuovi aumenti di capitale, ossia ricadrà sulle tasche degli azionisti delle banche.

Le agenzie di rating, Standard&Poor’s per prima, hanno già lanciato l’allarme sulla necessità di rimpinguare il capitale. La grana dei PPI rischia di far peggiorare i già logori rapporti con gli investitori, perché se saranno costrette a ulteriori ricapitalizzazioni, saranno sacrificati i dividendi. Il bubbone PPI è scoppiato per primo in LLoyds Bank e da lì è partito il contagio: la banca dovrà accantonare 1,8 miliardi di extra rimborsi cifra che le fa vincere il primo posto del podio di banca più colpita dallo scandalo PPI, con un costo totale che raggiunge i 23 miliardi, una somma in grado di abbattere a che la più solida delle banche. Lloyds aveva già sborsato la stratosferica cifra di 21 miliardi per le polizze tossiche e ora dovrà aggiungere altri 2 miliardi, dopo ave ricevuto circa 600mila richieste a settimane in agosto. Molte richieste verranno probabilmente respinte, perché non hanno titolo, ma intanto di fronte al rischio potenziale, Lloyds ha dovuto congelare il suo piano di buy back da 1,7 miliardi. Una somma analoga, ma un poco più bassa (1,6 miliardi), è stata messa a bilancio anche da Barclays, la più grande banca inglese. Il parametro del Cet 1 (Common Equity Tier), primo scalino della solidità di una banca, scenderà per effetto dell’esborso imprevisto, al 13%. Gli analisti di S&P si attendono un peggioramento dei ratio patrimoniali di tutte le banche coinvolte da qui ai prossimi 18 mesi.

Sono incappate nella trappola PPI anche Virgin Money, la banca del magnate Richard Branson, e il colosso RBS, Royal Bank of Scotland (900 milioni). La gamba bancaria del baronetto che spazia dalle palestre ai viaggi aerei, dovrà spesare un costo da 300 milioni, poco rispetto alle altre banche, ma che farà finire Virgin coi conti in rosso a fine anno. Ultima entrata nella “Lista Nera” la banca spagnola Santander, molto forte nel Regno Unito dove ha rilevato la storica banca inglese Abbey National: l’istituto iberico ha già accantonato 1,6 miliardi ma potrebbe dover incrementare l’importo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Simone Filippetti

La gravità ci libera

Riprendiamo un articolo di Richard Panek pubblicato in tutto il mondo e lo traduciamo per voi con Google Translate (SENZA intervenire ulteriormente). I motivi sono due: dimostrare l’impressionante qualità che hanno raggiunto i traduttori automatici e riflettere sul fatto che ogni cosa va contestualizzata e ripensata senza eccessivi pregiudizi. Divertitevi e non spaventatevi per l’argomento.

PS: C’è una parola difficile con sembra non tradotta ma probabilmente non esiste altro modo di farlo. Se qualcuno lo sa ce lo dica. ALtrimenti deliziatevi con la teoria di Cabibbo.

Non sappiamo cos’è la gravità.
Dillo alla persona media e la risposta che probabilmente otterrai sarà una versione di: “Di cosa stai parlando? La gravità è la forza di attrazione che fa precipitare le cose. “Ma dillo a un fisico e la risposta che otterrai è” Esatto “.
Lo so, perché quelle sono le due risposte che ho ricevuto negli ultimi anni, da quando ho capito che nessuno sa cosa sia la gravità e che quasi nessuno sa che nessuno sa cos’è la gravità. L’eccezione sono i fisici: sanno che nessuno sa cos’è la gravità, perché sanno che non sanno cos’è la gravità.
L’ipotesi che lo facciano – quello che facciamo tutti – è comprensibile. A meno che tu non pensi seriamente alla gravità, il tuo cervello fa quello che si è evoluto: associa la gravità alla tua relazione con il terreno sotto i tuoi piedi. Non devi pensare alla gravità perché la conosci nelle ossa. Ma se ci pensate, potete iniziare a rendervi conto che ciò che “sapete” è, in effetti, una serie di illusioni. Questi fraintendimenti rendono l’universo più navigabile – fisicamente e psicologicamente – ma lo lasciano anche meno misterioso.
Considera le ipotesi alla base di quella risposta comune:
“La gravità è la forza di attrazione che fa cadere le cose verso il basso.”
Bene, sì – a seconda di cosa intendiamo per “forza”. Possiamo dire che la gravitazione è una delle quattro forze fondamentali, ma è così anomalo che la parola “forza” diventa quasi insignificante. La forte forza nucleare (che mantiene intatti i nuclei atomici) è circa 100 volte più forte della forza elettromagnetica (che crea lo spettro luminoso), che a sua volta è fino a 10.000 volte più forte della debole forza nucleare (che facilita le interazioni subatomiche responsabili di decadimento radioattivo). Tre forze, tutte entro sei ordini di grandezza l’uno dall’altro. Poi arriva la gravitazione. È circa un milione di miliardi di miliardi di volte più debole del debole nucleare.
Per mettere in prospettiva tale discrepanza, puoi provare questo esperimento a casa. Posizionare una graffetta su un tavolo. Rimane, immobile, ancorato al suo punto dalla sua interazione gravitazionale con l’intero pianeta sottostante. La massa terrestre è di 6.583.003.100.000.000.000.000 di tonnellate. La massa di una graffetta è di 4/100 di oncia. Ora prendi un magnete da frigorifero e bacchetta sopra la graffetta. Presto! Hai contrastato la “forza” gravitazionale di tutta la Terra con un gesto della tua mano.
Ancora più snervante per i fisici è che la gravitazione è l’unica forza che non ha una soluzione quantistica, una teoria che spiega la forza in termini di particelle subatomiche. Il nucleare forte ha la cromodinamica quantistica, l’elettromagnetismo ha l’elettrodinamica quantistica, il nucleare debole ha la flavordinamica quantistica. La gravitazione ha bupkisdinamica quantistica. (La scoperta del gravitone – un’ipotetica particella che media la natura per conto della gravità nello stesso modo in cui il gluone fa per il nucleare forte, il fotone fa per l’elettromagnetismo, e i bosoni W e Z fanno per il nucleare debole – farebbe aiuto. Ma se esiste, è sfuggito al rilevamento con un’astuzia senza pari negli esperimenti quantistici.)
Quindi, estraiamo la “forza” dalla nostra risposta. In quel caso: “La gravità è l’attrazione che fa cadere le cose verso il basso”.
Bene, sì – a seconda di cosa intendiamo per “attrazione”. Due corpi di massa in realtà non esercitano uno strattone misterioso l’uno sull’altro. Lo stesso Newton cercò di evitare la parola “attrazione” proprio per questo motivo. Tutto (!) quello che stava cercando di fare era trovare la matematica per descrivere i movimenti sia quaggiù sulla Terra che lassù tra i pianeti (di cui la Terra, grazie a Copernico, Keplero e Galileo, era uno). Tuttavia, era impotente come una graffetta una volta che l’idea di attrazione a distanza elettrizzava il pubblico.
Quindi: “La gravità è ciò che fa cadere le cose verso il basso.”
Bene, sì, a seconda di cosa intendiamo per “verso il basso”. Il percorso sembra dritto solo perché sei fermo rispetto alla Terra. Come ha capito Galileo, se si fa cadere una roccia dall’albero di una nave che viaggia su un fiume, la sua traiettoria sembrerà essere un angolo rispetto a un osservatore sulla riva. Allo stesso modo, per qualcuno al di fuori della Terra che sta osservando una roccia che cade sul nostro pianeta che gira, il percorso sembrerebbe essere inclinato. Ma la Terra sta anche orbitando attorno al Sole, quindi quell’angolo sarebbe effettivamente in picchiata, creando l’apparenza di una curva. E poiché il Sole sta orbitando attorno al centro della galassia, quella curva sarebbe una curva molto lunga. E la galassia si sta muovendo verso altre galassie, l’universo si sta espandendo e l’espansione sta accelerando: per quanto tempo e si deforma la traiettoria della roccia dipende interamente da dove ti trovi in ​​relazione ad essa.
Quindi: “La gravità è ciò che fa cadere le cose”.
Bene, sì – a seconda di cosa intendiamo per “caduta”. Possiamo altrettanto facilmente argomentare – come fece Einstein, espandendosi sul relativismo nave / costa di Galileo – che la roccia non sta cadendo verso la Terra ma che la Terra è salendo verso la roccia.
Quindi: “La gravità è…”
Bene, sì – a seconda di cosa intendiamo per “è”. Sappiamo cosa fa la gravità, nel senso che possiamo misurare matematicamente e prevederne gli effetti. Potremmo anticipare cosa succede quando due buchi neri si scontrano o quando lasciamo andare una roccia. Ma non sappiamo come fa quello che fa. Sappiamo quali sono i suoi effetti e possiamo dare il nome di “gravità” alla causa di quegli effetti, ma non conosciamo la causa di quella causa.
Non che ai cosmologi piaccia particolarmente. Nella scienza, sapere ciò che non sai è un buon inizio. In questo caso, ha portato gli scienziati a credere che trovare una soluzione quantistica alla gravità sia una chiave – forse la chiave – per comprendere l’universo al livello più fondamentale. Fino ad allora, lavoreranno con ciò che sanno, indipendentemente da ciò che ogni osso nei loro corpi dice loro:
La gravità non è la forza di attrazione che fa cadere le cose verso il basso.

LIBRA, la privacy e la promessa di servizi finanziari a basso costo

Riportiamo un interessante articolo dal Sole24Ore, di Franco Debenedetti che “spiega” il senso dell’iniziativa di Facebook sulla criptomoneta LIBRA. Non tutto è oro ciò che luccica, ma non è nemmeno diabolico.

Le molte e varie critiche che suscita il progetto Libra hanno tutte una preoccupazione in comune: che i dati sui movimenti finanziari possano essere uniti ai dati che già raccolgono i Big five – Apple, Alphabet (Google), Microsoft, Facebook e Amazon – consentendo una profilatura ancora più completa degli utenti. Una preoccupazione tanto legittima da poter essere, paradossalmente, ignorata: infatti se i proponenti non riusciranno a fornire garanzia che questo non accadrà, il progetto non riuscirà a decollare, perlomeno nei Paesi sviluppati. I cittadini hanno dovuto tollerare che il fisco ricostruisca la totalità dei loro movimenti di danaro, mai accetterebbero un grande fratello, né pubblico né privato. Né, c’è da pensarlo, lo accetterebbero le 28 società finanziarie che già sono, e quelle che saranno, soci del progetto alla pari di Facebook, prime fra tutte le società che già trasferiscono danaro.

Visa o Paypal esistono perché diamo per scontato che i nostri dati rimangano privati: se si insinuasse il dubbio che non è più così, perderebbero l’intero valore del loro business. Tutte le operazioni saranno crittografate, probabilmente usando un sistema blockchain, ma reso meno costoso e più veloce di quello che è usato per i Bitcoin. Per evitare gli usi criminali possibili con i Bitcoin la titolarità dei conti dovrà essere in qualche modo assicurata. (E poi delle due l’una: non è possibile essere incolpati di non garantire la privacy e di offrire uno schermo ai delinquenti). È in senso tecnico, nel senso che i dati sono crittografati, che Libra è stata chiamata criptocurrency. Una scelta non proprio felice, un nome diverso avrebbe evitato il fiorire di equivoci.

È dunque plausibile fare l’ipotesi di lavoro che il progetto contenga adeguate garanzie di protezione della privacy. E questo consente di fare un passo avanti e cercar di capire come funziona il meccanismo; incominciando da quello che potrebbe succedere nelle nostre economie. Libra è una valuta sintetica, composta da euro, dollaro, sterlina, yen: in questo modo le oscillazioni di valore verrebbero smorzate e la valuta si meriterebbe il titolo di stablecoin (sarebbe interessante sapere che cosa è previsto fare in caso di squilibri importanti). Ne deriva che necessariamente la politica monetaria continuerà a essere fatta dalle banche di emissione. Libra Association, la società che emette Libra, non farà prestiti, sarà come una naked bank, con asset liability e sempre in pareggio.

Libra sarà convertibile nelle valute di cui è costituita, ma euro, dollaro, sterlina ecc. continueranno a essere le sole monete di corso legale nei rispettivi Paesi. Se qualche bar vorrà accettare 0,986 Libre invece dell’euro per un espresso, libero di farlo, ma si fatica a vederne il vantaggio. Se invece si trattasse di un vestito di Prada, immagino che sarà possibile pagarlo con lo smartphone addebitando (e Prada vedendosi accreditato) l’importo su conti su Libra Association se entrambi ne avremo aperto uno: e lo faremo solo se il costo sarà inferiore a quello che paghiamo oggi tra carta di credito e banche. Farlo è perfettamente legale, basta non dimenticarsi di metterlo nel riquadro RW della dichiarazione dei redditi, e calcolare l’eventuale profitto finanziario. Se a comperare il vestito di Prada in Galleria è stata la sig.ra Meyer di Hannover, il movimento di danaro avviene attraverso Bankitalia e Bundesbank, e viene annotato nel Target-2, così consentendo di tenere il conto della bilancia commerciale, tra i due Paesi: sembra complicato, in realtà non lo è più del roaming di una telefonata internazionale, il cui costo è stato alla fine eliminato, dato che corrispondeva solo a una rendita per le compagnie telefoniche.

Siamo talmente abituati a trasferire informazioni a costo marginale praticamente nullo, che lo prendiamo come un dato di natura. Trasferire danaro non è intrinsecamente più complicato; certo che non basta digitalizzare le singole operazioni, ma bisogna reinventare il meccanismo. Questo è ciò che vuol fare Libra. Inutile opporsi: siccome è possibile e vantaggioso, qualcuno prima o poi lo farà. Meglio ingegnarsi a mettere le regole per evitare i possibili rischi.

Si è ragionato su come può funzionare da noi, perché è più facile da immaginare: ma è la parte di gran lunga meno importante. Ci sono le rimesse, trasferite da banche, poste ma soprattutto da money transfer: come scrivono Roberto Galullo, Angelo Mincuzzi e Luca Tremolada sul Sole 24 Ore del 24 luglio, la Banca mondiale calcola che nel 2018 le rimesse sono state pari a 689 miliardi di dollari, di cui 529 miliardi in Paesi a basso e medio reddito. Per loro, nel 2020 diventeranno la prima fonte di finanziamento esterno. Il costo medio per il trasferimento è del 7,1%, con punte, nell’Africa subsahariana, del 9,4 per cento. Il costo delle commissioni è valutato in 25 miliardi di dollari, ma il dato è certamente sottostimato, e in crescita con l’allargamento dei fenomeni migratori. L’obiettivo è ridurlo a 3 miliardi di dollari entro il 2030. Eliminare questa rendita (che a volte sconfina nell’estorsione) è un modo più diretto, capillare, efficace di altre forme di aiuto ai Paesi in via di sviluppo. Sarà la criptocurrency a eliminare la cleptocurrency?

Ma questa è solo una parte della storia che vuole scrivere Libra. Nel mondo ci sono 1,7 miliardi di persone, il 31% del totale, che non godono di servizi bancari (1,5 miliardi detraendo i cinesi che non possono accedere a Facebook e all’internet “occidentale”). Farsi un conto in Libra non dovrebbe essere tecnicamente più complicato che farsi un account su Facebook. I miliardi di utenti di Facebook vengono citati come spauracchio per incutere timore sulla potenziale dimensione planetaria della diffusione di Libra e quindi sul potere nelle mani del gruppo che ne finanzierà l’emissione: ma si ignora la possibilità di accedere a basso costo a servizi finanziari efficienti che viene ora offerta a una significativa parte di quelli di cui Facebook ha soddisfatto il desiderio di connettività. Si ignora il nuovo enorme passo avanti che viene reso possibile anche a quelli di loro che la globalizzazione ha già fatto uscire dalla miseria.

Il ritorno dell’UOMO FORTE

Robert Kagan riaccende il dibattito a partire da un suo profetico e controverso saggio breve, che alleghiamo al nostro intervento (Copyright Kagan & Washington Post).

Il tema è la reazione delle democrazie liberali al riproporsi di una visione dirigista e populista dei rapporti interni ed internazionali.

E la risposta non è scontata, come non è scontato, in positivo e in negativo, l’impatto su ambiti che sembrano non direttamente collegati alla sfera politica istituzionale: ambiente,  diritti, percezione della realtà, tecnologia.

Il saggio è in inglese, ma è talmente interessante da spingere a fare un po’ di fatica per comprenderlo a fondo.

EU: perché il Consiglio europeo non decide più

Sergio Fabbrini, sul Sole24Ore di oggi, illustra le difficoltà di un meccanismo decisionale che era concepito per la gestione di un processo lento e senza scosse, condizione messa in crisi dall’accellerazione impressa dai populismi nazionalistici e dagli eventi geopolitici collegati alle perturbazioni medio orientali.
Come valutare l’esito del Consiglio europeo che si è tenuto giovedì e venerdì scorsi? La sua agenda era molto ambiziosa. I capi di governo dei ventotto stati membri dell’Unione europea avrebbero dovuto discutere molteplici temi, tutti di grande rilevanza. Eppure si è discusso quasi esclusivamente di due politiche, la politica migratoria e la politica finanziaria. Sulla prima si è giunti a conclusioni che hanno impedito (all’Ue) di cadere nel baratro, anche se non l’hanno allontanata da quest’ultimo. Sulla seconda si è addirittura giunti ad imbarazzanti non-conclusioni. Piuttosto che stabilire chi ha vinto e chi ha perso, vale piuttosto la pena di capire perché l’Ue non riesca a prendere decisioni. Ciò è dovuto all’intreccio tra sistema decisionale e natura delle politiche. Mi spiego.
Il sistema decisionale europeo si basa (sempre di più) sulla preminenza del Consiglio europeo. Quest’ultimo si è imposto come il governo collegiale dell’Europa. Con l’europeizzazione di temi cruciali per le sovranità nazionali, i governi degli stati membri hanno rivendicato un ruolo decisionale preminente rispetto all’esecutivo tradizionale, la Commissione. Il Consiglio europeo decide all’unanimità, proprio per garantire gli interessi politici dei governi nazionali che lo costituiscono. Ciò ha funzionato fino a quando si è operato in condizioni ordinarie. Le cose sono però cambiate con le crisi straordinarie di questo decennio. Gli effetti di quelle crisi hanno generato divisioni tra i vari governi, se non all’interno di ognuno di essi.
Si pensi alla crisi migratoria. I Paesi dell’est (il gruppo di Visegrad) hanno rifiutato l’accoglienza dei rifugiati, con grandi vantaggi elettorali. Ma tale accoglienza è stata contestata anche da governi dell’ovest, come il nostro (che ne ha beneficiato anch’esso elettoralmente). Oppure, nel caso tedesco, le divisioni si sono manifestate all’interno stesso del governo. Per il ministro dell’Interno Seehofer (leader dei Cristiano-sociali bavaresi della CSU) occorre rinviare nei Paesi di primo arrivo (come l’Italia) i rifugiati lì registrati e poi trasferitisi in Germania (i cosiddetti “movimenti secondari”), mentre per la cancelliera Merkel tale soluzione attiverebbe una catena di scelte unilaterali che condurrebbero allo smantellamento di Schengen (cioè del regime di libera circolazione degli individui tra i Paesi che hanno aderito al relativo Accordo). Insomma, l’immigrazione ha diviso i governi. E tale divisione, entrando nel Consiglio europeo, ha ostacolato il suo processo decisionale. Come può, un organismo così esposto ad interessi politici particolaristici, produrre decisioni collegiali efficaci?
E infatti quelle decisioni non sono state prese giovedì e venerdì scorsi. Consideriamo le due politiche, migratoria e finanziaria. Per quanto riguarda la prima, il Consiglio europeo è rimasto bloccato tra chi (la Germania) chiedeva di contrastare i “movimenti secondari”, chi voleva (l’Italia) trasferire sugli altri Paesi il carico migratorio e chi (i Paesi di Visegrad) si opponeva ad ogni meccanismo vincolante per la redistribuzione dei migranti che hanno diritto all’asilo politico (meccanismo che avrebbe invece aiutato l’Italia). Si è trattato di divisioni radicalizzate nonostante non vi sia un’emergenza migratoria. L’immigrazione illegale, nell’Ue, si è ridotta del 95 per cento rispetto al 2017, così come si sono ridotti drasticamente gli sbarchi in Italia (secondo il Dipartimento di Pubblica Sicurezza, nei primi sei mesi del 2018 sono diminuiti dell’84% rispetto al 2017 e dell’83% rispetto al 2016). Ciò nonostante, poiché l’immigrazione è divenuto il tema su cui si decide un’elezione nazionale, ogni capo di governo si è irrigidito sulle proprie posizioni. Con l’esito che il Consiglio europeo ha deciso poco o nulla. Verranno istituiti “centri controllati” di immigrati nei paesi di primo arrivo (tra cui l’Italia) in cui collocare coloro che hanno diritto a rimanere in Europa, per quindi distribuirli, su “base volontaria”, negli altri Paesi europei disponibili ad accoglierli (quindi non nei Paesi dei governi sovranisti). I centri disporranno di risorse finanziarie ed organizzative europee, ma senza toccare il Regolamento di Dublino. Inoltre, il Consiglio europeo ha confermato l’impegno finanziario (a cui anche noi contribuiamo) preso con la Turchia (affinché tenga nel suo territorio i milioni di siriani fuggiti dalla guerra civile nel loro Paese) e, soprattutto, ha riconosciuto il diritto degli stati membri (come la Germania) di prendere “tutte le necessarie misure amministrative e legislative per contrastare i movimenti secondari” (decisione che penalizza Paesi di primo arrivo come l’Italia). Seehofer (nel cui Land ci saranno elezioni il prossimo ottobre) potrà dire ai suoi elettori di aver ottenuto il controllo dell’immigrazione, allo stesso tempo Merkel continuerà ad essere cancelliera della Germania. Le richieste italiane, invece, verranno discusso in futuro. Non diversamente è avvenuto per quanto riguarda la politica finanziaria dell’Eurozona. In proposito si è deciso di “iniziare una roadmap per iniziare una negoziazione sullo Schema di assicurazione europea dei depositi bancari”, oltre che di avviare il percorso per la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (ESM) nel backstop del Fondo per la risoluzione delle crisi bancarie. Punto e a capo. Le richieste di Paesi come l’Italia (di dotare l’Eurozona di risorse e strumenti anti-ciclici) sono state messe sotto il tappeto. Ciò per l’opposizione dei Paesi del nord dell’Eurozona, ma anche dei Paesi esterni all’Eurozona (peraltro coinvolti nella discussione sull’organizzazione di un regime monetario a cui non aderiscono). Come si vede, quando si tratta di distribuire migranti o soldi, il Consiglio europeo si blocca.
In conclusione, la causa dello stallo europeo è la combinazione di un sistema decisionale intergovernativo e politiche con effetti redistributivi. Per neutralizzare quello stallo ci vorrebbe una coalizione capace di produrre beni collettivi. Ma qui risiede il paradosso del sovranismo di cui è prigioniero il nostro governo. I governi sovranisti non possono trovare soluzioni collettive, in quanto ognuno si preoccupa di preservare il proprio specifico interesse politico. Tuttavia, di fronte alla crisi migratoria o finanziaria, ciò significa scaricare sugli altri la soluzione della crisi (con il risultato di esasperarla invece di risolverla). Alleandosi con i governi sovranisti, il nostro governo si è chiuso la possibilità di favorire soluzioni collettive (in cui collocare le soluzioni nazionali). È difficile influenzare le decisioni europee, ma diventa impossibile farlo quando non si hanno le alleanze giuste.
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Il nuovo e l’antico dello Stato di Israele

Dal Sole24Ore di oggi, un bell’articolo di Giulio Busi non solo sullo stato ma anche sulla storia d’Israele, forse utile per indicare quale può essere una strategia di sopravvivenza del pensiero ragionevole in tempi bui.
Il 14 maggio 1948, alla proclamazione dello Stato d’Israele, tutto sembra cominciare. E di fatto, inizia una costruzione nuova, un progetto che si sbilancia nel futuro. Alle spalle vi sono le macerie e la morte. La diaspora europea ha appena vissuto la sua ora più tragica. Un’ora che è durata anni, sempre più angoscianti, fino all’annichilimento di milioni di persone. E fu sera e fu mattino, ricorda la Torah. Se c’è mai stata una sera sulla terra, una notte interminabile, è stata quella che precede il 1948.
E il mattino? Dove comincia, da dove lo si misura? C’è una continuità segreta, a cui spesso non si fa attenzione, tra il prima e il dopo Israele. Certo, la compagine moderna di uno Stato, l’esercito, l’infrastruttura politica, sembrano nascere come dal nulla. Tutto può essere ripensato. C’è una plasmabilità, nella vicenda israeliana di questi primi settant’anni, sconosciuta a chi viva in Paesi dalla tradizione più lunga, dalle burocrazie secolari, cresciute strato dopo strato, regime dopo regime, negli stessi luoghi, spesso anche negli stessi edifici.
Il sionismo, che del nuovo Stato è l’anima, si è posto l’obiettivo di rompere con il passato. Un nuovo rapporto con la terra, un nuovo coraggio, l’esaltazione della volontà di difendersi, sono gli slogan del movimento. Basta con la sottomissione nata in due millenni di esilio. Bisogna riprendere in mano il proprio destino e combattere per avere un posto tra le nazioni. Con l’aratro e se, necessario, con il fucile. La novità di questo atteggiamento non cancella però un dato altrettanto importante. Se vogliamo restare al testo della Scrittura, il “giorno” di cui parliamo è uno solo. La sera e la mattina d’Israele sono legate l’una all’altra.
La fondazione dello Stato, nel 1948, riprende la storia dal punto in cui questa si era interrotta. Riprende cioè l’esistenza di una polis ebraica nell’unico luogo in cui questa è mai stata possibile, ovvero nella Terra d’Israele. Nell’immaginario israeliano, le rovine di Massada occupano ancor oggi un grande rilievo simbolico. I resti dell’insediamento, sull’altura che si affaccia sul paesaggio sconfinato del Mar Morto, servono come memoriale dell’ultima resistenza ebraica, durante la rivolta contro Roma, del 66-74. Qui si asserragliarono gl’irriducibili, dopo che il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto nel 70 e la capitale conquistata. A Massada, gli assedianti romani dovettero realizzare una lunga rampa offensiva, prima di poter catturare il forte. Per decenni, le reclute dell’esercito israeliano sono venute qui per la cerimonia di giuramento dopo il loro addestramento.
Si può discutere sulla costruzione di simboli identitari, che segnano un passato comune, o che spesso lo costruiscono artificialmente. E si può accusare questa celebrazione di retorica. La sostanza non cambia. La continuità ebraica esiste, ed è documentata da una storia specifica, singolare.
Il fiume carsico, che dagli ultimi sussulti d’indipendenza, nel II secolo, porta dritto al 1948, scorre nascosto, ma non per questo meno eloquente. Dopo il 135 dell’era volgare, al tempo della nuova e nuovamente fallita rivolta antiromana di Bar Kokva, il giudaismo ha abbandonato l’opzione politica. Non per scelta, ma semplicemente perché questa non era più possibile. Non si poteva vincere contro i Romani, non contro i Bizantini. Non era possibile opporsi alla Persia né al potere militare musulmano, che nelle sue varie forme, e con la breve interruzione crociata, è durato qui dal VII al XX secolo. È un abbandono che riflette i rapporti sul terreno, la capacità di mobilitare risorse, l’organizzazione militare. Non basta amare un Paese o ritenersi in diritto di autodeterminarsi. Bisogna potere, e gli ebrei, nella terra che ancora abitavano nel I e II secolo, semplicemente non hanno più potuto.
È per questo che il 1948 segna una ripresa almeno quanto un nuovo inizio. Segna la ripresa del potere di autodeterminazione politica. Il progetto di una nuova nazione, le mutate condizioni internazionali, il post-colonialismo sono modi diversi per esprimere questo passaggio, dopo quasi due millenni di latenza. Abbiamo parlato di fiume carsico. Cosa significa questa lunghissimo tragitto invisibile della polis ebraica? Ci sono vari modi per difendere un’identità collettiva. Lo si può fare in presenza o in assenza. Una comunità può continuare ad abitare in uno stesso luogo, governarsi da sola, poi venir sottomessa, difendersi da chi la minaccia oppure aprirsi, trasformarsi, assimilarsi. Il luogo è restato il medesimo, la comunità si è trasformata, talvolta è diventata irriconoscibile. Ha cambiato fede religiosa, lingua, costumi, opinioni. Talvolta i resti del passato sono evidenti talaltra paiono trascurabili. Se prendiamo una durata di due millenni, la continuità in presenza, negli stessi luoghi e in un paesaggio di fondo che non cambia, non significa necessariamente che la polis originale sia durata né che la primitiva identità sia intatta.
L’ebraismo, proprio per il suo lunghissimo non-potere politico, ha dovuto scegliere il metodo in assenza. È la storia della diaspora, in cui la determinante geografica è instabile, provvisoria, mutevole. Il luogo, la cornice svaniscono, si trasformano, di generazione in generazione, o più volte nella stessa vita. In queste condizioni, l’identità si lega ad altri ormeggi. Le ancore ebraiche sono state, per lunghissimo tempo, l’osservanza dei precetti, la lingua, lo studio, la memoria della tradizione. Essere diversi, magari indicati a dito, cacciati, discriminati, ecco un altro confine, patito, sì, ma pur sempre tangibilissimo. I confini in assenza sono fisici ma anche mentali, o simbolici. La Terra d’Israele è stata ed è tuttora, anche per chi non vi abiti, una di queste frontiere assenti-presenti. Mai riavuta, poiché riaverla era impossibile. Sempre desiderata, poiché desiderarla era indispensabile.
Chi pensa che lo Stato d’Israele sia un’invenzione moderna, ultimo arrivato tra i nazionalismi del tardo Ottocento e del primo Novecento ha allo stesso tempo ragione e torto. Ha ragione, poiché il sionismo ha precise radici storiche e culturali. Ma ha anche torto, giacché un’identità in assenza permette di proiettare nella dimensione temporale ciò che le identità in presenza sperimentano nello spazio. La diaspora ebraica ha abitato Israele nel tempo, proprio perché non poteva farlo nello spazio. Non che non ne avesse la volontà, non ne aveva il potere. Quando ha potuto riavere il luogo di questa dimora, ha ricominciato ad abitarlo spazialmente. E a far funzionare di nuovo la polis come entità non più solo mentale e rituale, ma dotata dei suoi attributi di città-stato. Il titolo originale del romanzo-manifesto di Theodor Herzl, uscito nel 1902, è Altneuland. In italiano sarebbe “Vecchia terra nuova”, o qualcosa del genere. Ma in realtà è intraducibile, poiché la nostra lingua non ha l’efficacia espressiva dei composti tedeschi. Il Paese è un tempo vecchio e nuovo. Vecchio nello spazio, nuovo nel tempo. Oppure nuovo nello spazio e vecchio nel tempo. Ciascuno può scegliere quale significato dargli, dal 14 maggio di settant’anni fa.

Il Disobbediente Franzoso

Essere liberali significa prima di tutto avere l’etica del rispetto della libertà e dell’iniziativa individuale, che permette di creare ricchezza morale culturale e materiale.

Questa è una prospettiva creativa, dinamica.

Al contrario certuni, tipicamente in un contesto burocratico ed opaco, operano in piena “libertà” appropriandosi dei beni altrui a proprio vantaggio e confidano nell’illiberale acquiescenza abitudinaria di chi li circonda.

Si tratta di una prospettiva estrattiva, dove tutto ciò che esiste intorno serve a procurarsi qualcosa ed il proprio contributo sociale è quello di una sanguisuga; purtroppo in Italia è un atteggiamento diffuso.

A questo secondo atteggiamento ha reagito con grande lucidità e coerenza ANDREA FRANZOSO, che racconta nel suo libro IL DISOBBEDIENTE  come abbia denunciato e fatto allontanare il Presidente delle Ferrovie Nord per l’utilizzo di ca. mezzo milione di Euro a favore suo e dei suoi familiari…

… denuncia pagata da Franzoso con il sostanziale allontanamento dall’azienda.

Siamo tutti con Andrea. Non con Franzoso, ma con Andrea, perché ci piace chiamare per nome le persone che sentiamo vicine.

Ora attendiamo l’approvazione della legge sul whistle-blowing.

PS Mentre attendete il libro che avrete sicuramente ordinato, seguite questa intervista ad Otto e Mezzo che parla anche della devastante presenza della n’drangheta a cui gli estrattori non fanno sicuramente paura, ma per la quale gli Andrea sono mortali.