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Sodo caustico. L’opera incompiuta.

L’opera è un “prodotto tipico italiano” che ha molto successo all’estero, meno in Italia: Verdi è il compositore maggiormente presente nei cartelloni della stagione 2012/2013 dei teatri mondiali con 2.586 rappresentazioni programmate, seguito da Puccini (1.893) e Mozart (1.893); fra le 10 opere più rappresentate, 6 sono di compositori italiani. Un segno di grande successo nel mondo; ma la prima città italiana per numero di rappresentazioni è Venezia, al 42esimo posto nel mondo, con 106 rappresentazioni: Vienna è la prima con 578 rappresentazioni, seguita da Berlino (523), Parigi (437), Mosca (424), San Pietroburgo (377). I teatri italiani producono poco, e perdono progressivamente posizioni su un terreno che dovrebbe vederli in cima alla classifica. Ancora una volta, la predisposizione all’autogol emerge prepotente: sarebbe il caso di rivoltare come un calzino l’organizzazione dei tanti, troppi teatri ed enti teatrali portandoli dalla sfera pubblica a quella privata: lasciate che una bell’aria entri anche dove si dovrebbe essere usi ad esse.

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Sodo caustico. Serravalle, il viaggio infinito senza destinazione.

Nessuna la vuole, ed intanto macina perdite come una slot-machine. Il terzo bando di gara per la vendita della quota posseduta dalla Provincia di Milano, tramite Asam, pari al 52,9%, al prezzo unitario di offerta di 4 euro, per un totale atteso di 380 milioni, è andato deserto. Già nel 2012 si era tentato di vendere l’80%, somma delle quote possedute da Provincia e Comune meneghino (18,6%), al prezzo unitario di 4,45 euro.
Errare è umano, perseverare diabolico, ritentare è da suicidio. Ripercorriamo la storia parallela dell’azionista Provincia che detiene Serravalle tramite Asam, e le vicende specifiche di Serravalle.
Per Asam, un 2012 in perdita per 77 milioni e valore delle azioni Serravalle svalutato a 4 euro; questa è la seconda svalutazione consecutiva fatta da Asam: nel bilancio 2011, in previsione della procedura della vendita (mai realizzata, come sappiamo), la partecipazione non venne più considerata di carattere “durevole e strategico”; il valore di iscrizione delle azioni venne portato da 7,24 euro per azione a 4,76 euro, con una svalutazione di 235 milioni di euro; i 4,76 euro erano in linea con i 4,45 euro fissati per le due aste indette nei 12 mesi precedenti sulla Serravalle e andate entrambe deserte. Nel bilancio 2012, approvato a fine settembre 2013, il valore per azione dell’autostrada e’ stato tagliato a 4 euro, meno della metà degli 8,83 euro pagati dall’ ex-presidente Filippo Penati nella compravendita del 15% di Serravalle dal gruppo Gavio fatta nel 2005 per assicurarsene il controllo. La giustificazione per la svalutazione fa riferimenti a “gli effetti della riduzione del traffico” e le “incertezze del progetto Pedemontana”. Vedere bruciati quasi 300 milioni per incauto acquisto (su cui la magistratura indaga da tempo) è di difficile accettazione, in anni di difficoltà per i bilanci della provincia meneghina; grave rilevare l’irresponsabilità patrimoniale di chi avrebbe dovuto gestire il patrimonio pubblico, allora invocando la “strategicità” di una partecipazione di controllo in una utility posseduta anche dal Comune milanese (e la resistibile scalata assume i connotati del contrasto fra Provincia e Comune), ora per aver cancellato un “tesoretto” che si scopre, tardivamente, essere solo sulla carta. Controlli pubblici carenti, se non assenti; consigli di amministrazione silenti, se non conniventi; consigli provinciali per lo meno incompetenti. Ed i responsabili non pagano mai.
Serravalle: la società fattura oltre 200 milioni l’anno; ma l’elemento che rende cauto e dubbioso il mercato si chiama Pedemontana, la società controllata al 76% da Serravalle, e che dovrebbe costruire la strada che unirebbe Cassano Magnano, nel varesotto, ad Orio Sotto (BG), lunga 67 km e con un costo indicativo di 5 miliardi, la cui inaugurazione era prevista per Expo 2015 (ma nessun nastro è stato ancora tagliato: quale occasione persa per i tanti boiardi, sempre sorridenti in tali occasioni). Snoccioliamo i numeri, che cantano una triste litania: (1) Serravalle negli anni non ha ricevuto dai suoi azionisti (all’80% pubblici) gli aumenti di capitale necessari ai suoi fabbisogni, stimati in 500 milioni; (2) pertanto, Serravalle non ha mezzi adeguati per capitalizzare Pedemontana che necessita di 1.000 milioni per sostenere, con capitale, l’investimento di 5 miliardi (prevedendo che i 4 miliardi mancanti vengano da debito, fatte salve disponiblità di credito bancario e futura profittabilità dell’opera); (3) Serravalle deve anche rimborsare un prestito-ponte di 200 milioni, già scaduto, ed ovviamente non ha cassa né previsioni per il pagamento; (4) è in scadenza la concessione pluriennale e per rinnovarla sono necessari fondi e garanzie; (5) per aggiungere altri problemi finanziari, la Serravalle è costruttrice e concessionaria della Rho-Monza, altra opera per Expo 2015, del valore di 250 milioni; ed anche in questo caso, cassa capitale e mezzi mancano.
Decenni di malagestio pubblica, interessata al “particulare” ed al mantenimento dello “stato comatoso” pur di assicurare la presenza politica e dei politici nei consigli di amministrazione, così consentendo il peggior servizio alla collettività che vuole strade e collegamenti stradali funzionanti e mantenuti in modo efficiente e così depauperando un patrimonio che meriterebbe ben altra “cabina di comando”. Ora nessuno, nemmeno gli azionisti di minoranza Gavio e F2i, hanno presentato proposte di acquisto, nel timore che i fabbisogni futuri (ben oltre 5 miliardi di lavori necessari) richiedano uno sforzo finanziario eccessivo. Delle 2 l’una: o Serravalle e Comune di Milano abbassano le loro attese per il complessivo 80%, oppure i lombardi resteranno letteralmente imbottigliati su strade sempre meno fruibili. Dimenticavamo l’ “uovo di Colombo” nella faretra degli amministratori pubblici: maggiori tasse locali.

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Sodo caustico. Compagnia Troppe Perdite.

Così viene chiamata la CTP, Compagnia Trasporti Pubblici di Napoli, 100% della Provincia (che ha rilevato il 50% del Comune, nel 2008), un fatturato in costante calo dai 64 milioni nel 2010 ai 52 milioni nel 2012, singolare esempio di “portoghesi” a tutto gas; 98.000 euro di perdite al giorno, 135,8 milioni di perdite negli ultimi 5 anni, 300 milioni negli ultimi 10 anni; oggi oltre 1.000, i dipendenti passeranno presto a 880 in forza di un contratto di solidarietà, ed assorbono oltre il 90% dei ricavi (in calo, come abbiamo visto). Forse il trasporto pubblico è destinato ad essere un costo per la collettività, a Roma come a Napoli? Roma ha 10 volte i dipendenti di Napoli, ma fattura 20 volte tanto. A Napoli, buona parte dei ricavi sono sussidi pubblici, ben 44 milioni sui 52 milioni di fatturato nel 2012; a fronte di una media del 30% sui ricavi derivanti dalla vendita di biglietti (poco invidiabile caratteristica del trasporto pubblico nazionale): a Napoli i biglietti sono un misero 15 dei ricavi. Tanto paga la Provincia: fino a quando?

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Sodo caustico. Il previsto flop della Tobin tax.

Tanto rumore per nulla, anzi il classico autogol: il gettito dei primi 10 mesi si è fermato a 159 milioni, quando le previsioni iniziali per tutto il 2013 erano di 1.000 milioni, poi riviste a 500 milioni. Ci sembra di “sparare sul pianista”, sempre che ci fosse.

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Sodo caustico. La grande illusione delle privatizzazioni.

Il governo Letta ri-annuncia una stagione di privatizzazioni. Vorremmo essere certi di utilizzare ed intendere nello stesso modo il significato della parola, ma così non è. Il governo intende “vendere a privati delle partecipazioni in società di diritto privato”, alcune quotate, che già hanno azionisti privati e che operano in un mercato libero (come avviene per Enel, Finmeccanica, Eni, seppure con gradi diversi di apertura al libero mercato del mercato domestico). Noi intendiamo la vendita di società oggi interamente in mano pubblica, centrale o locale, che operano in regimi spesso di monopolio (raramente naturale, più spesso regolamentare). La vendita di partecipazioni direttamente detenute dal MEF sono: il 4,34% di Eni, il 31,24% di Enel, il 30,2% di Finmeccanica, l’80,1% di CDP (come noto, CDP non rientra nel perimetro statale ai fini del calcolo del debito pubblico). CDP possiede, a sua volta, il 25,76% di Eni, il 29,9% di Terna, il 30% di Snam, il 100% di Sace e Fintecna.

Nel periodo 2008-2012, Enel ha distribuito dividendi allo stato per 3,7 miliardi ed Eni per 5,9 miliardi; nel 2013, i dividendi incassati dallo stato da Enel ed Eni sono stati 610 milioni. In caso di vendita delle partecipazioni detenute da MEF in queste 2 società, il flusso di dividendi (abbastanza costanti) cesserebbe. Il governo si attende un incasso di 3 miliardi dalla vendita di un 3% di Eni. I conti sono presto fatti.

E’ evidente il vero intento del governo: fare cassa nel breve vendendo partecipazioni “appetibili” (ma perdendo il flusso di dividendi futuri) e rinviare “sine die” il taglio della “manomorta” statale e corporativa su oltre 19.000 società ed aziende pubbliche, centrali e locali, con oltre 50.000 consiglieri di amministrazione che vengono lautamente pagati dalle casse pubbliche, esauste. E’ da qui che si deve partire per snellire lo stato, dandosi regole semplici per la liberalizzazione dei mercati (prima) e la dismissione delle migliaia di società, aziende, enti pubblici (poi).

Siamo però assai pessimisti, non fosse altro per la improvvida sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato l’obbligo di privatizzare o sciogliere le società “strumentali” pubbliche: è caduta infatti sotto la mannaia della Consulta la norma del DL 95/2012 che prevedeva la privatizzazione o lo scioglimento delle società pubbliche “strumentali “ (che cioè non operano in regime di concorrenza) il cui fatturato fosse per più del 90% derivante da contratti con la PA. Basta tagli, in un paese alla “canna del gas”:  l’obiettivo di tagliare la spesa viene “immolato” sull’altare dei sacri diritti di regioni, province, comuni che potranno bellamente continuare ad essere azionisti, clienti, beneficiari dei servizi di società strumentali che non si confrontano, né mai vorranno farlo, col mercato.

Lasciamo ai lettori la valutazione dell’approccio e della filosofia del governo Letta. Da parte nostra, “pollice verso”.

 

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Sodo caustico. Asti come Vizille.

Il 21 luglio 1787 a Vizille, piccolo centro vicino a Grenoble, si ebbe la prima espressione di aperto dissenso alla monarchia francese; la piccola Asti potrebbe ripeterne le gesta con la “battaglia dei passi carrai” che vede schierati cittadini, forze economiche e sociali su un unico fronte contro una misura denunciata come vessatoria: la Cosap, la tassa sui passi carrai della intera provincia che ricorda lo stato di vassallaggio del cittadino nei confronti dell’autorità. La misura è stata adottata dal Commissario straordinario che sostituisce il Presidente della Provincia, dimessosi con la giunta. La “gabella” incide su tutti gli accessi da proprietà private (inclusi i campi che sono molti, in una provincia dedicata all’agricoltura) alla sede stradale provinciale, con tariffe che vanno dai 13,16 euro a metro quadro (applicati con diversi coefficienti); secondo il Commissario e gli uffici provinciali, il proprietario deve istruire apposita pratica (costo 10 euro) ed essere inoltre in possesso di autorizzazione imposta dal Codice della Strada, pena una sanzione a meno che non presenti apposita dichiarazione entro il 16 dicembre. La tassa è dovuta da quanti abbiano rampe di accesso con tubi posati nel fosso e coperti da terra, così ulteriormente distinguendo fra “possidenti di serie A e di serie B”. Con questa misura, si attende un incasso di 800.000 euro che – ironia della sorte, sempre avversa e ria – andrebbero per la manutenzione delle strade e delle scuole. “Il mio regno per un accesso carraio” risuonerà presto nell’astigiano?

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Sodo caustico. Uomini e carbone.

Il 23 giugno 1946 il governo De Gasperi firmò un Accordo con il governo belga: uomini contro carbone; l’Italia otteneva carbone a prezzi vantaggiosi in cambio di braccia italiane per le miniere belga (50.000 uomini, secondo l’accordo, che divennero 140.000 nel periodo 1946-1957).
Questa era la situazione dell’Italia dopo la II guerra mondiale: un paria al cospetto dell’Europa, un paese povero di materie prime e ricco di braccia inutilizzate, sorretto solo da fede (nel domani, civile), speranza, visione.
Non vorremmo, ma temiamo il contrario, che la storia si ripetesse: un paese che troppo rapidamente ha percorso la strada del successo ed ancor troppo precipitosamente scivola verso l’insuccesso. Mancano uomini alla De Gasperi (consigliata la lettura di “De Gasperi. Ritratto di uno statista” biografia scritta dalla figlia Maria Romana, Mondadori, ed. 2004), abbondano figuri manco buoni per le miniere; le condizioni materiali sono diverse, ma latita lo spirito, quello che nei giorni difficili fa fare cose stupende con la forza e la voglia della rivincita, a tutti i costi.

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Sodo caustico. Perché diciamo no al salvataggio Alitalia.

Un breve commento a “Se c’è un’alternativa batta un colpo” di Gianni Dragoni a pg 1 del Sole di oggi. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-15/bruxelles-boccia-legge-stabilita-italia-rischio-sforamento-deficit-112803.shtml?uuid=ABXJvMd

Una qualsiasi ipotesi non potrà realzzarsi se non si realizzano 3 condizioni:

1. il numero dei dipendenti di Alitalia deve essere comparabile (quindi, inferiore, allo stato attuale) con quello degli altri vettori di riferimento (AirFrance/Klm, BA, Lufthansa, Turkish);

2. il costo-azienda dei dipendenti Alitalia ed il loro tasso di produttività devono essere altrettanto comparabili con quelli dei concorrenti;

3. i dipendenti Alitalia mettano mano alle loro tasche e convertano il TFR in azioni di Alitalia: se non ci credono loro, perchè mai dovrei crederci io, come cittadino e contribuente?

Al realizzarsi di tali condizioni, forse qualche “cavaliere bianco” apparirà all’orizzonte; il primo ad accorrere potrebbe essere il gestore dell’hub romano, che certo ha molto interesse a vederlo pieno e ben funzionante (visti anche gli investimenti previsti).

Confidando che il postino continui a fare il postino.

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Sodo caustico. Camera e Senato spendaccioni gemelli.

 

Dopo una progressione esponenziale dei costi passati da 755 milioni del 2001 ai 993 milioni nel 2010 (+ 31%), nel 2013 la Camera dei Deputati spenderà 1.054 milioni: il 74% se ne va per stipendi di deputati e dipendenti e per le loro pensioni (770 milioni); 1.490 dipendenti, protetti da 11 sigle sindacali, assorbono 270 milioni di retribuzioni, con una media di 181.000 euro a dipendente: carriere sicure con progressioni automatiche; un segretario parte da 34.000 euro per finire a 156.000 euro a fine carriera; un operaio parte da 30.000 euro ed arriva a 136.000 euro; un consigliere (altro tipo di lavoro manuale) inizia con 64.000 euro e finirà a 358.000 euro. La manna continuerà anche quando essi saranno in pensione: la spesa per erogazioni pensionistiche è di 227 milioni l’anno.

La situazione è simile al Senato: 505 milioni di costi annui, e la metà (246 milioni) se ne va per stipendi e pensioni.

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Sodo caustico. L’insostenibile incapacità del governo: i bonus-energia.

 

Il DDL sullo sviluppo collegato alla Legge di Stabilità è fermo ai box per manifesta incapacità governativa: il lungo “lavorio” del MISE per introdurre il taglio di 2-3 miliardi di euro degli oneri sulla bolletta elettrica per imprese e famiglie non ha portato effetto. I sussidi per le energie rinnovabili valgono fra i 10 ed 1 12 miliardi annui, oltre il 10% del valore totale delle bollette pagate dagli utenti; intento del MISE era tagliare di 2-3 miliardi questo costo, che si sarebbe tradotto in un “raffreddamento” del 2% dei costi finali dell’energia. Questo punto era il “pilastro” di tutta la manovra prevista dal MISE. Sul come, il MISE ha compiuto un errore imperdonabile, con  la proposta della cartolarizzazione degli incentivi verdi attraverso la emissione di “bond” (obbligazioni) emesse dal Gestore unico per i Servizi Energetici (GSE) cui spetta il coordinamento dei sussidi in questione. Una misura nel tipico stile di italica “finanza creativa” che si scontra con una serie di ragioni.

Non si comprende il perché della emissione di questi “bond” da parte di un organo assimilabile ad una “agenzia” come il GSE, privo dei requisiti patrimoniali e funzionali per sostenerne l’emissione: il GSE on eroga i sussidi “motu proprio” ma su specifico “input” governativo; non ha autonomia finanziaria; non ha attività che possano garantire il rimborso dei “bond”; non ha futuri diritti, quindi attività in bilancio, che possano giustificare l’operazione in esame.

L’emissione di “bond” da parte del GSE verrebbe considerata, ed a ragione, maggior debito dello stato, come censito e rilevato da Eurostat. La cosa non ha bisogno di ulteriori commenti.

Infine, in caso di realizzazione del bonus-energia, si aprirebbe la discussione sui destinatari di tale bonus (imprese, famiglie) e modalità di ristorno; tema che sarebbe stato bene affrontare prima, evitando di dichiarare “urbi et orbi” il proprio dilettantismo ministeriale.

Riteniamo opportuno che ministro e MISE si guardino allo specchio: anche essi ne trarrebbero motivo di ilarità incontrollabile.

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Sodo caustico. Regalo di Natale anticipato per le banche nazionali.

 

Le banche ci credono: l’iter per la rivalutazione delle quote in Banca d’Italia entro la fine del 2013 sembra impegno certo del governo Letta, così si potranno vedere gli effetti sui bilanci 2013, che diversamente si prevedono difficili per la mole di svalutazioni ed accantonamenti preventivabili (i crediti in sofferenza del sistema sono 181,7 miliardi su 1.397,8 miliardi di crediti erogati, il 13% del totale).

L’assetto proprietario attuale di Bd’I è il risultato di fusioni, privatizzazioni, trasformazioni delle banche che, una volta pubbliche, nel tempo si sono anche aperte all’azionariato privato; nel caso di Banca d’Italia, l’essere azionista non porta a indirizzare od indicare la rotta della gestione, lasciata interamente alla struttura della Banca.

Molte banche azioniste di Banca d’Italia vorrebbero liquidare la loro partecipazione, nel tempo lievitata in valore, seppure avara di soddisfazioni in termini di dividendi; le banche italiane principali posseggono complessivamente l’89.33% del capitale della banca centrale. I principali azionisti sono IntesaSanPaolo (42,18%), Unicredit (22,1%), Generali (6,3%), INPS (5%), Carige (3,9%), CRAsti (3,1%), BNL (2,8%), MPS (2,5%), Cariparma (2,1%),FonSai (1,3%), Allianz (1,3%), B.Popolare (1,2%).

Le domande che non hanno ancora trovato risposta sono molte: quale è il valore del patrimonio di Banca d’Italia? A quale prezzo si può valorizzare, quindi anche vendere, la partecipazione? A chi si può vendere la partecipazione? In caso di “ri-valutazione” delle quote in Bd’I, quale è il trattamento contabile e fiscale per le banche azioniste? Come verrà trattata la “ri-valutazione” ai fini della “Asset Quality Review” della BCE?

Queste domande, semplici nella formulazione, sono assai complesse nella risposta, e vediamone la ragione.

Il patrimonio della banca centrale è di 36,7 miliardi di euro, inclusi i fondi rischi generali; a normativa attuale, non corre l’obbligo per le banche azioniste di allineare il valore della quota posseduta al valore del patrimonio della banca centrale; alcune banche adottano il criterio del costo storico, altre hanno adeguato il valore della partecipazione negli anni; tali singoli valori rappresentano quindi la base su cui calcolare la (eventuale) plusvalenza da rivalutazione, su cui dovrebbe applicarsi (condizionale d’obbligo) una tassazione ad una aliquota ancora da definire dal Governo. La fissazione di tale aliquota è elemento non secondario di valutazione dell’intera operazione. Sempre che si arrivi ad una tassazione (vedi, infra).

Trattandosi di partecipazione in una banca centrale, non quotata e soggetta a restrizioni nella circolazione delle sue azioni, una trattativa per la cessione di una sua quota deve essere “benedetta” da Via Nazionale e soggetta alle sue indicazioni; “contendibilità” e “liquidità” dello strumento sono quindi modeste e soggette a molteplici vincoli.

La “ri-valutazione” del patrimonio di Bd’I è indicata, secondo fonti attendibili (Sole, 31.10.2013), in 7 miliardi, con un gettito fiscale atteso di 1 miliardo (vedi, infra).

La “rivalutazione” potrebbe essere ben superiore, se si facesse ulteriore riferimento ad una eventuale maggior valutazione dell’oro depositato nel caveau di Bd’I (che è pari a 79 milioni di once, al valore di 1.150 euro ad oncia, circa 90,8 miliardi di euro).

Punto centrale della posizione delle banche è la “computabilità” delle quote in Bd’I ai fini del calcolo del patrimonio di vigilanza delle singole banche: le banche sono interessate ad una “ri-valutazione” delle quote se questo si traduce in un aumento del loro patrimonio ai fini del calcolo della loro solidità patrimoniale; diversamente, cade l’interesse all’intera operazione. Contabilmente, le quote detenute dalle banche in Bd’I sono oggi considerate “attività detenute sino a scadenza” (“held to maturity”) e quindi valorizzate al valore indicato dalla singola banca come “costo storico”; in caso di “ri-valutazione”, le quote passerebbero alla categoria “trading book” od a quella “available for sale”: in tal caso, scatterebbe il loro “passaggio” a conto economico con conseguente tassazione della maggior valutazione che sarebbe considerata plusvalenza realizzata nell’esercizio (soggetta ad una tassazione sopra indicata e stimata in 1 miliardo); il netto andrebbe ad aumento del patrimonio netto; ma poi le quote in Bd’I, così rivalutate, sarebbero considerate partecipazioni finanziarie e quindi andrebbero computate in diminuzione del patrimonio netto (appena incrementato del valore netto come sopra indicato) ai fini della determinazione del patrimonio di vigilanza. Per interrompere questo “circolo vizioso” (che non porterebbe beneficio effettivo alle banche), le banche chiedono al governo che le quote in Bd’I non siano considerate, e quindi computate, come partecipazioni finanziarie. Senza questo “passaggio”, le banche non avrebbero nessun interesse concreto all’operazione.

Ecco alfine forse spiegato il mistero: l’obiettivo finale del progetto appare quello di apportare patrimonio “a costo zero” alle principali banche nazionali, che non riescono, alle attuali condizioni, a raccoglierlo sul mercato dei capitali.

Con buona pace delle anime buone che credono all’impegno così spesso conclamato: il finanziamento all’impresa.

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Sodo caustico. Tassazione sui fondi di investimento: si va alla cassa, o forse no.

Muore il famigerato sistema di tassazione sul “maturato” per i fondi di diritto italiano, equiparandone il regime a quello dei fondi armonizzati di diritto europeo, i cui proventi sono tassati sulla base del criterio per cassa al momento della vendita; disposizione tardiva, visto che nel frattempo, proprio a causa di tale differenza sostanziale, i gestori italiani hanno spostato parte significativa della loro attività verso Irlanda e Lussemburgo. Il classico autogol italiano. Il nuovo regime di tassazione dei fondi italiani (diversi dai fondi immobiliari) e dei fondi lussemburghesi storici è entrato in vigore a partire dal 1° luglio del 2011. Il risultato di gestione maturato fino al 30 giugno del 2011 è stato assoggettato ad imposta sostitutiva nella misura del 12,5% (o del 27% sul risultato riferibile all’investimento in partecipazioni qualificate). Gli eventuali risultati negativi di gestione maturati fino al 30 giugno del 2011 possono essere utilizzati (in tutto o in parte e senza limiti di importo) in compensazione dei redditi di capitale derivanti dalla partecipazione a fondi (OICR) di diritto italiano soggetti alla ritenuta ed a fondi (OICVM) di diritto estero autorizzati e collocati in Italia. La scelta dei fondi o dei comparti con risultato negativo con i quali effettuare la compensazione è rimessa alla discrezionalità della SGR, della SICAV o del soggetto incaricato del collocamento dei lussemburghesi storici. Nell’ipotesi in cui i risultati negativi non siano stati utilizzati in compensazione al momento della cessazione del fondo o della SICAV, ai partecipanti è riconosciuta una minusvalenza computabile in diminuzione delle plusvalenze nei limiti dei quattro anni successivi, in proporzione alla quota di partecipazione.

Prima osservazione: i crediti di imposta sono utilizzabili a compensazione di redditi di fondi italiani soggetti a ritenuta (nel frattempo abolita) a discrezione del gestore, oppure al momento della cessazione del fondo; quindi, l’investitore non ne avrà alcun vantaggio certo ed immediato, restando soggetto alla decisione del gestore, ovvero sino alla data di liquidazione del fondo.

Ma a quanto ammontano questi crediti di imposta, principalmente “in pancia” a fondi azionari e bilanciati? Le ultime cifre si riferiscono a giugno 2011: 4,5 miliardi; a fine agosto 2013, il valore totale dei fondi di diritto italiano è di 160,7 miliardi; quindi, i crediti di imposta sarebbero il 2.8% del totale dell’attivo; non sono disponibili dati di dettaglio sui comparti azionari e bilanciati, stimabili in 35 miliardi; se confermati, ciò significa che oltre il 12% dell’attivo dei fondi azionari e bilanciati di diritto italiano sarebbe fatto di crediti di imposta, su cui sarà assai arduo recuperare valore; a ciò si aggiunga che avendo una percentuale inferiore a 100 da investire, i risultati ottenuti sono inferiori a quelli teorici.

Comunque la si guardi, una brutta storia per l’industria del risparmio italiano, per lo stato, per gli investitori. Comprendiamo bene perché tutto tace sull’argomento.

Tutto tace forse anche per non svegliare lo stato che dorme; per svegliarlo, una proposta indecente (ma non troppo): trasformare i crediti verso lo stato in titoli di stato negoziabili; misura forse tipica di legislatori poco propensi a considerare positivamente il mercato, ma meglio poco che nulla.

 

 

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Sodo caustico. Ignoranza di stato: quando il diavolo si annida nei particolari.

L’annuncio del governo Letta di un programma di dismissioni delle partecipazioni azionarie è fuorviante e mal riposto:le partecipazioni direttamente possedute da MEF sono: il 4,34% di Eni, il 31,24% di Enel, il 30,2% di Finmeccanica, l’80,1% di CDP. CDP non rientra nel perimetro statale ai fini del calcolo del debito pubblico. CDP possiede, a sua volta, il 25,76% di Eni, il 29,9% di Terna, il 30% di Snam, il 100% di Sace e Fintecna (che a sua volta possiede il 99,35% di Fincantieri); tutte partecipazioni acquisite negli ultimi anni su interessato impulso dei governi pro-tempore al fine di ridurre il debito pubblico. E’ quindi evidente che la cessione delle partecipazioni (in tutto od in parte) di Snam, Terna, Fincantieri non porterà ad una riduzione del debito pubblico; il debito pubblico potrà essere ridotto, attraverso la vendita di partecipazioni, in 3 modi:

(1) cessione del 4,34% di Eni, 31,24% di Enel, 30,2% di Finmeccanica direttamente possedute da MEF; Eni ed Enel hanno costantemente distribuito dividendi, che cesserebbero in caso di vendita;

(2) distribuzione di dividendi da CDP a fronte di dividendi di CDP, che potrebbero derivare dalle cessioni delle partecipazioni possedute da CDP stessa e dopo aver pagato le tasse sulle relative eventuali plusvalenze: anche una eventuale quotazione di Poste Italiane rientrerebbe in questa casistica;

(3) cessione sul mercato (quello vero: non alla CDP) delle partecipazioni in società, anche strumentali, possedute dalla P.A. centrale e periferica; pensiamo alle migliaia di società che sommano la ragguardevole cifra di 19.000 consiglieri di amministrazione sparsi lungo la penisola, Ferrovie dello Stato, ex-municipalizzate, finanziarie regionali,  porti commerciali italiani, et alia.

Manca, ed è quello più grave, un quadro razionale: chi valuta il valore delle partecipazioni; quale criterio sarà adottato per la cessione; come preparare la cessione laddove siano necessarie modifiche regolamentari; chi potrà acquistare; con quali termini e tempi per l’incasso da vendita. Tutti temi che vedono il governo “non pervenuto”.

Il diavolo fa le pentole, non i coperchi.

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Sodo caustico. Perseverare diabolicum.

 

La pervicacia con cui sono gestite CDP e Fintecna è diabolica. In un recente Sodo caustico già scrivemmo che nel novembre 2012 la Cassa Depositi e Prestiti ha acquistato da MinEconomia il 100% di Fintecna (società in liquidazione da 13 anni: “tempus fugit”…non per lo stato italiano) per un corrispettivo (provvisorio) di 1.592 milioni, pari al 60% del patrimonio netto a fine 2011, con uno sconto del 40% e prevedendo che il restante prezzo sarebbe dovuto se e nella misura in cui sarà “ritenuto congruo” da CDP. Ci chiedemmo se era un buon affare. Domanda ingenua, visto che di affari non si interessa CDP, ma di salvataggi improbabili.

CDP ha ora deciso una riorganizzazione dei “mattoni di stato” in pancia a Fintecna Immobiliare, finora al 100% di Fintecna, e trasferita a CDP stessa. Una società anch’essa in liquidazione, che nell’ultimo bilancio ha fatto una perdita di 14 milioni e che sta progressivamente peggiorando i suoi conti.

Fintecna Immobiliare nacque come braccio operativo di Fintecna nel real estate e avrebbe dovuto curare interventi di recupero e valorizzazione: preparare alla vendita degli immobili, essendo il gruppo in liquidazione. Nella relazione al bilancio 2012 si legge che i progetti di trasformazione e valorizzazione restano bloccati in assenza di una “”propedeutica risoluzione soprattutto delle problematiche finanziarie legate agli investimenti, ai rapporti con gli istituti finanziatori e con i partners”” che includono Maire Tecnimont, gruppo Fratini, FondiariaSai, fratelli Toti. Sarebbe utile capire la ratio di queste “partnership”; ancora più utile sapere come non sono stati gestiti 868 milioni di debiti, 348 dei quali scaduti od in scadenza, che pesano sul conto economico con 26 milioni di oneri finanziari (erano 17 milioni 4 anni fa); cui si aggiungono debiti verso fornitori di 40 milioni.

Certamente Fintecna Immobiliare ce la mette tutta a cedere immobili: ben 2,6 milioni di incasso nel 2012. Nel frattempo, il costo del personale (aumentato da 92 a 122 unità) è vicino ai 13 milioni, cifra pari al fatturato aziendale.

En passant, ricordiamo che nella Legge di Stabilità 2014 il governo Letta prevede cessioni di immobili per 1.500 milioni nei prossimi 3 anni; e la vendita per 525 milioni di immobili a CDP. Lasciamo ai lettori valutare competenza e risultati de “la meglio gioventù” della pubblica amministrazione nazionale.

E non se ne vogliono andare…

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Sodo caustico. Contributi alla carta stampata.

Sodo caustico

Contributi alla carta stampata.

Si vive anche di contributi, ma non scrivetelo sui vostri giornali. La libertà di stampa è sacra, come i suoi contributi. Lo stato aiuta la stampa nazionale in 2 modi diversi: con contributi diretti alle imprese editrici di quotidiani e periodici; con applicazione dell’IVA al 4% sulle vendite.

Nel 2012 i contributi diretti sono stati 114.926.794,61 euro, di cui 2.065.827,54 euro alla stampa periodica all’estero, 1.032.913,79 euro a giornali della minoranza slovena, 516.456,88 euro ai periodici delle associazioni dei consumatori. Per il 2013 (“Legge di Stabilità 2013” n. 228 del 24.12.2012) i contributi diretti sono previsti in 95.703.000 euro, mantenendosi 2.065..827,54 euro per la stampa estera, 1.032.913,79 euro per la stampa della minoranza slovena, 516.456,88 euro per le associazioni dei consumatori.

Accanto al contributo diretto, più rilevante quello indiretto rappresentato dalla applicazione dell’IVA al 4% sulle vendite di quotidiani; una stima (incompleta) porta a quantificare tale “beneficio” in 160 milioni  per Corriere della Sera e Repubblica, 120 milioni per Gazzetta dello Sport, La Stampa, Messaggero, Resto del Carlino e collegati, 360 milioni per gli altri quotidiani ed oltre 400 milioni per altre pubblicazioni, per totali 1.560 milioni di euro, che sommati ai 95,7 milioni di contributi diretti fanno oltre 1.600 milioni di euro. Tanti, anche se fossero la metà (e come contribuenti ne saremmo un pochino meno “alterati”, se così fosse).

Facile essere liberi con le tasche, se non piene, almeno mezze piene.

 

 

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Sodo caustico. L’albero della Mela ha radici all’estero?

Apple è sotto accusa negli USA per aver abusato della c.d. “competizione fiscale fra paesi” per evadere, od eludere, le tasse negli USA. Le argomentazioni del Dipartimento di Stato sono chiare: la Apple, grazie ad una rete di controllate irlandesi che ricevono royalties da ogni parte del mondo per lo sfruttamento di proprietà intellettuali e “sfruttando” i trattati contro le doppie imposizioni, non paga tasse né in Irlanda né negli USA. In questo modo, la Apple avrebbe accumulato 100 miliardi di dollari, che se rimpatriati negli USA sarebbero soggetti ad una tassazione del 35%. Altrettanto serie le argomentazioni della Apple: (1) il nostro principale concorrente, la coreana Samsung, paga il 14% di tasse (contro il 35% che si paga negli USA), e questo è un evidente vantaggio competitivo; (2) con l’applicazione diffusa della sua tecnologia, la Apple ha contribuito a creare nuovi posti di lavoro nelle industrie manifatturiere e dei servizi USA (si parla di 600.000 persone), aumentare la produttività del sistema-paese, ed ha pagato 6 miliardi di tasse negli USA (la cifra più alta mai pagata).

La concorrenza al ribasso fra sistemi fiscali (che data agli anni 70 nella conservatrice Inghilterra, frutto della “de-regulation” thatcheriana) ha reso gli erari più poveri, non più ricchi; ha sottratto risorse destinabili alle necessità statali (dalla scuola alla difesa alle infrastrutture);  ha portato ad una ri-allocazione geografica di imprese e lavoro guidata da elementi “liquidi” (la fiscalità, l’efficienza finanziaria, il ritorno finanziario di breve termine) a discapito di elementi “solidi” (lo sviluppo di tecnologia, la creazione di lavoro in settori “avanzati”, la creazione di filiere industriali e di competenze); ha favorito “asimmetrie” finanziarie ed informative.

E’ corretto auspicare mercati regolati in modo equo e trasparente? Certamente aiuta il mercato.

 

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Sodo caustico. Fondazioni bancarie: missione impossibile.

Create per dare stabilità all’azionariato bancario attraverso la divisione fra proprietà e gestione bancaria, le fondazioni bancarie sono 88, di cui 53 possiedono meno del 50% delle azioni delle banche conferitarie, 13 hanno più del 50% delle azioni, 22 non possiedono più azioni. La legge di riordino delle fondazioni bancarie, la c.d. legge Ciampi, imponeva a tutte le fondazioni di scendere sotto il 50% di partecipazione, cosa avvenuta per le principali banche, ma ancora in parte irrealizzata.

Le fondazioni più importanti sono al Nord Ovest: esse rappresentano il 74.7% del patrimonio totale, e le 18 fondazioni più grandi hanno un patrimonio cumulato di 31.000 milioni (dati tratti dal 18esimo rapporto curato dall’Acri).

Al 31.12.2012 il patrimonio cumulato di tutte le fondazioni era 48.183 milioni, cresciuto al tasso annuo del 1.5% dal 2000, rispetto ad una inflazione annua del 2.2%. Il totale degli impieghi (attivo) delle fondazioni è di 51.002 milioni a fine 2012, e le principali voci sono: 20.200 milioni partecipazioni bancarie, 21.000 milioni strumenti finanziari (investimenti).

I proventi incassati dall’universo fondazioni sono stati  1.535,6 milioni nel 2012 (in crescita del 24% sul 2011) di cui 445,4 milioni rappresentati da dividendi distribuiti dalle banche partecipate. Gli oneri di gestione (inclusi costi del personale di 61,3 milioni, per totali 1.026 dipendenti ed una media di 11,6 dipendenti per fondazione) sono 410,7 milioni, pari al 26.7% dei proventi totali. Le spese di gestione degli organi statutari (consigli di indirizzo e di gestione) hanno avuto una crescita costante: pari all’1.5% nel 2005 sui proventi, nel 2012 sono raddoppiate al 3%, con un peso superiore nelle fondazioni piccole (8.1%) e medio-piccole (7.4%) e nel Sud (6.5%).

A fronte di tali proventi,  nel 2012 le fondazioni hanno erogato, nel rispetto dei settori di destinazione ed intervento, 965,8 milioni su 22.204 interventi sul territorio, con una media di erogazione per fondazione di 11 milioni, maggiore nel Nord Ovest (24,3 milioni) e minore al Sud (3,4 milioni); la media dei singoli interventi è stata di 39.000 euro nel 2012. Negli ultimi 10 anni le erogazioni totali sono state 15.600 milioni, e con trend calante negli anni: 1.366 milioni nel 2010, 1.092 nel 2011, con quote importanti nella salute pubblica e arte e beni culturali (ciascun settore conta circa il 30% delle erogazioni).

Nel 2011 le fondazioni hanno ricapitalizzato, complessivamente, le banche conferitarie per 1.270 milioni.

Costose, limitate nella capacità di incidere con interventi seri sul territorio, vista la relativa modesta dimensione dei singoli interventi (39.000 euro), con un patrimonio largamente ancora concentrato nelle partecipazioni bancarie, con una insufficiente diversificazione degli investimenti (ad esclusione di casi come C.R Roma che non ha più investimenti bancari, Compagnia San Paolo col 65% del patrimonio investito fuori dalla banca, Cariplo).

Le 10 fondazioni con maggiore patrimonio sono Cariplo (6.551 milioni), Compagnia San Paolo (5.622 milioni), C.R. Verona e Vicenza (2.654 milioni), C.R. Torino (1.917 milioni), C.R. Padova e Rovigo (1.745 milioni), Roma (1.445 milioni, senza partecipazioni bancarie), C.R. Cuneo (1.330 milioni), C.R. Firenze (1.305 milioni), C.R. Lucca (1.183 milioni), C.R. Genova e Imperia (1.013 milioni). La fondazione più “povera” è quella del Monte di Pietà di Vicenza con 1,7 milioni.

Il patrimonio delle fondazioni è ben investito? In caso di necessità di capitale da parte delle banche conferitarie, gli azionisti fondazioni hanno mezzi sufficienti, e volontà, di sottoscrivere nuovo capitale? Ne hanno la possibilità giuridica e la convenienza? Che cosa accade se le fondazioni non incassano dividendi sufficienti a sostenere i rispettivi piani di erogazione sul territorio? Riducendo la capacità di erogazione sul territorio, viene ridotta la loro missione di sussidiarietà sul territorio e relativo peso nell’ambito socio-politico locale.

Il patrimonio delle fondazioni è generalmente investito in modo sotto-ottimale, con una componente derivante da investimenti finanziari (tendenzialmente “sicuri”) che sono diminuiti dal 75.6% del totale dei proventi al 64.4% del 2010, 46.3% nel 2011, per risalire al71% nel 2012 (anche a causa della riduzione dei dividendi incassati).

Le fondazioni potrebbero essere chiamate a sottoscrivere nuovo capitale delle banche conferitarie; esse peraltro hanno una limitata “capacità di investimento”  e si trovano dinanzi a possibili aumenti di capitale a prezzi spesso molto inferiori a quelli di carico (in bilancio) che ne ridurrebbero il peso azionario, con relativa diluizione dell’azionariato.

 Le 7 principali banche (IntesaSanPaolo, Unicredit, BPM, MPS, Bper, Pop. Sondrio, Ubi) hanno portato a perdita 34.319 milioni totali fra il 2011 ed il 2012; dopo tali interventi “monstre” i crediti deteriorati sul patrimonio delle banche sono ancora significativi (MPS 3 volte il patrimonio); le 9 banche principali hanno avuto un risultato corrente cumulato negativo di 2.793 milioni nel 2012, con un patrimonio finale di 160.578 milioni su 1.397.779 milioni di crediti (pari all’11.5% dei crediti); ma ulteriori perdite potrebbero realizzarsi: le rettifiche fatte ai crediti anomali coprono il 37.9% dei crediti erogati e quelle fatte sui crediti in sofferenza (dove le aspettative di recupero sono basse) coprono il 54.1%.; i crediti in sofferenza sono, a livello di sistema bancario italiano, il 13% dei crediti, circa 181.700 milioni;  se si volesse provvedere ad una integrale copertura delle sofferenze bancarie con capitale proprio (secondo ragionevoli e corretti criteri, cui è peraltro possibile allontanarsi per decisione degli amministratori),  si dovrebbe metter mano alla raccolta di nuovo capitale in misura pari al 45.9% dei 181.700 milioni di crediti in sofferenza: ciò significherebbe un “deficit” di capitale di 83.500 milioni, a livello di sistema bancario, per riportare lo stesso ad una adeguato rapporto patrimonio/crediti erogati totali. Le fondazioni bancarie potrebbero coprire ¼ di tale fabbisogno, nel caso liquidassero tutti gli investimenti in strumenti ed investimenti finanziari (ipotesi peraltro irrealistica).

Le fondazioni non hanno mezzi adeguati per sostenere le banche conferitarie partecipate, anche se lo volessero. Le banche hanno necessità di capitale, almeno per una parte considerevole dell’ammontare indicato (83.500 milioni) e potranno trovarlo solo attraverso operazioni sul mercato con raccolta di nuovo capitale (cosa che porterà le fondazioni in posizione minoritaria ed a perdere il controllo).

La missione di mantenere voce in capitolo per le fondazioni ci sembra una “missione impossibile”. Nel modo meno glorioso, le banche troveranno nuovi assetti societari, patrimoniali, di controllo.

 

 

 

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Sodo caustico. Ansaldo Energia, Finmeccanica: quando le imprese parlano (male) italiano.

L’acquisto di Ansaldo Energia, col passaggio della partecipazione da Finmeccanica a Cassa Depositi e Prestiti (CDP), ha portato all’attenzione del pubblico e degli operatori temi quali “italianità della proprietà” e “settori strategici” per la nazione; il tema vero è: Finmeccanica è ben gestita o meno, indipendentemente da chi la possiede; il trasferimento della proprietà avviene secondo regole di mercato, o meno.  

Finmeccanica è una conglomerata quotata in Borsa, con una capitalizzazione (dati al 4.10.2013) di 3.056.730.932 ed un prezzo per azione di 5,23 euro; massimo il 20.10.2010 con 10,01 euro (a fine 2010 il valore di Finmeccanica era quindi il doppio di quella di oggi), minimo il 9.12.2011 con 2,62 euro (minimo legato alle note vicende che toccarono i vertici di Finmeccanica ed alcune partecipate). MEF possiede il 30.2% della società mentre il 60.06% è nelle mani del mercato; Finmeccanica a sua volta possiede il 55% di Ansaldo Energia. La storia recente dice che Finmeccanica non è ben gestita ed i risultati economici ne danno ampia dimostrazione. Finmeccanica ha una storia industriale passata di successi (molti) ed insuccessi (alcuni); ha sviluppato importanti tecnologie in campi diversi: aeronautica, difesa, spazio, telecomunicazioni, mezzi di trasporto ferroviario; ha un patrimonio di competenze eccellenti; ha però una impellente necessità di capitali per metter mano a programmi industriali in settori promettenti, da un lato, e coprire buchi non indifferenti, in altri.

Un azionista attento dovrebbe esser pronto a mettere mano al portafoglio e sottoscrivere un aumento di capitale adeguato alle esigenze della società, migliorandone posizione finanziaria, struttura patrimoniale, rating.

Il punto è: l’azionista di maggioranza relativa, lo Stato tramite il MEF con 30.2%, non ha i soldi per dar corso all’aumento; che fare? In termini pratici: salvare il gruppo o salvare il controllo dello stato su Finmeccanica? Perché è evidente che procedere ad un aumento di capitale porterebbe ad una forte diluizione della partecipazione del MEF nel gruppo. Noi riteniamo che venga prima la gallina (Finmeccanica) dell’uovo (il controllo societario).

Affrontato il primo tema, passiamo al secondo tema: con quali regole deve avvenire il passaggio di proprietà di una società?

Riteniamo che l’unica guida certa sia “rispettare il mercato”; ed il mercato si rispetta assicurando condizioni di trattativa aperte ed uguali per tutti, rispetto dei diritti degli azionisti di minoranza e di maggioranza, chiare motivazioni e ragioni di una trattativa. Con l’acquisto dell’84.5%, che somma il 45% del fondo USA First Reserve ed il 39.5% di Finmeccanica (che sinora ne ha posseduto il 55%, e quindi continuerà a detenerne il 15.5%), l’intervento del Fondo Strategico Italiano (braccio finanziario, e non operativo, di CDP) non ci sembra rispettare i criteri appena descritti. Gli azionisti di Finmeccanica non ne ricavano alcun vantaggio diretto; in prospettiva, l’intervento di FSI è sin da ora dichiarato transitorio: nell’accordo sottoscritto si dichiara infatti che “”a fronte della possibilità di aprire l’azionariato di Ansaldo Energia a operatori industriali si indica Doosan (gruppo coreano, n.d.r.) quale interlocutore prioritario con cui Finmeccanica ha intrattenuto approfonditi negoziati strategici e industriali””.

Con questa operazione non si rispetta il mercato, non si difende (a lungo termine) l’italianità, non si assicura un disegno industriale con un partner industriale che conosca mercato, regole di ingaggio, tecnologia. Una mera partita di giro: al fine di ridurre l’indebitamento di Finmeccanica e garantire la continuità di un management che andrebbe gentilmente invitato a cambiare indirizzo.

 

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Sodo caustico. Le pere del Presidente

Ennio Flaiano (“ La solitudine del satiro”) racconta in modo magistrale una serata al Quirinale, Presidente Luigi Einaudi:

“Molti anni fa, nel terzo o quarto anno del suo mandato presidenziale, fui invitato a cena al palazzo del Quirinale da Luigi Einaudi. Non invitato ad personam – il Presidente non mi conosceva affatto – ma come redattore di una rivista politica e letteraria diretta da Mario Pannunzio. A tavola eravamo in otto, compresi il Presidente e sua moglie. Otto convitati è il massimo per una cena non ufficiale, e la serata si svolse dunque molto piacevolmente, la conversazione toccò vari argomenti (…) Ma eccoci alla frutta. Il maggiordomo recò un enorme vassoio (…) e tra quei frutti, delle pere molto grandi. Luigi Einaudi guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò: “Io” disse “prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?”. Tutti avemmo un attimo di sgomento (…) “Io, Presidente” dissi alzando una mano per farmi vedere, come a scuola. Il Presidente tagliò la pera, il maggiordomo ne mise la metà su un piatto, e me lo posò davanti come se contenesse la metà della testa di Giovanni il Battista. (…) Qui finiscono i miei ricordi sul Presidente Einaudi. Non ebbi più occasione di vederlo, qualche anno dopo saliva alla presidenza un altro e il resto è noto. Cominciava per l’Italia la Repubblica delle pere indivise”.

Accanto alle pere, molte ciliegie che, come noto, “una tira l’altra”.

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Sodo caustico. L’insostenibile costo del cibo.

Questa sera, all’ora di cena, ci saranno nel modo 219.000 commensali in più, da sfamare, a cui nessuno ha pensato. Questi ospiti inattesi, prima o poi, inizieranno a cercare quel cibo che spetta loro, come a qualsiasi abitante della Terra. Parliamo del fabbisogno di cibo di 9 miliardi di esseri umani, che hanno esigenze simili ma diversi accesi al cibo, per quantità e qualità, entrambe attributi necessari per una esistenza se non sana, almeno quasi.

Quantità e qualità del cibo dipendono, in misura significativa, da elementi legati e/o dipendenti dal clima: idrologia, biologia, produzione agricola. L’U.N. Food Price Index, che definisce l’andamento dei prezzi a livello mondiale, è raddoppiato fra il 2002 ed il 2012: il cibo è venduto a prezzi non più sostenibili per chi deve cibarsi. In altri termini, la vera crisi verrà dall’agricoltura, dalla sua capacità di rendere disponibili materie prime alimentari essenziali. Il clima ha un impatto immediato sui raccolti: il 2102 passerà alla storia come l’annata più calda e torrida dal 1895 (anno 0 della serie statistica) e l’estate del 2012 come la più secca dal 1956 negli Stati Uniti, dove il 45% del mais è stato considerato scadente o molto scadente, e dove le scorte di grano e soya sono ai minimi. Il terrore che nei prossimi anni si ripeta  una Grande Depressione (1929 allora, 2008 ora) seguita dalla grande siccità nel Midwest (il “Dust Bowl”, il deserto polveroso descritto in “Furore” di John Steinbeck) aleggia gravido. Per la FAO, il disastro del 2012 è peggiore di quello del 2007-2008: ora c’è uno “shock” climatico accompagnato da una caduta reale dei raccolti. I prezzi all’ingrosso di soya e mais sono arrivati al record storico; per l’Onu ci sono gravi “conseguenze per i più poveri, quella vasta parte dell’umanità che spende il 75% del suo reddito per acquistare il cibo”. Il pensiero corre al Bangladesh, all’Africa sub-sahariana, all’Egitto, a rischio di denutrizione in caso di rincaro dei prezzi.

La crisi sarà esasperata a livello energetico: la produzione di energia elettrica oggi utilizza più acqua dell’agricoltura, e di acqua c’è bisogno anche per raffreddare centrali termo-elettriche e nucleari, per l’estrazione di petrolio e gas naturale; negli Usa, oltre la metà dell’utilizzo d’acqua è legata alla produzione energetica. L’opulenza brucia risorse, la povertà aumenta per l’assenza di risorse. Il caldo fa male anche agli animali: i maiali mangiano il 30% in meno di mangime, le vacche producono il 20% in meno di latte.

La preoccupazione per l’accesso a spazi coltivabili, in diminuzione per la progressiva desertificazione di aree coltivate causata dalla siccità, ha portato al c.d. “land grabbing”, l’acquisto di vaste aree a poco prezzo, in Africa: nel solo 2010 le acquisizioni di terre da parte di paesi stranieri sono state 464 per un totale di 140 milioni di acri, più di 2 volte il totale degli acri coltivati a mais e grano negli Stati Uniti.

Vacuo parlare, in queste condizioni, di sviluppo sostenibile; l’equilibrio attuale e prospettico è insostenibile; occorre ripensare a livello globale che cosa coltivare: prodotti alimentari che richiedono meno acqua per crescere; e che tipo di energia sviluppare ed utilizzare.

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Sodo caustico, Mini-job: meglio un uovo oggi od una gallina domani?

7,5 milioni di tedeschi lavora con un “mini-job”: una forma contrattuale che interessava 5,9 milioni di lavoratori nel 2003 ed oggi interessa il 25% degli occupati tedeschi. I mini-job sono rapporti di lavoro pagati meno di 500 euro il mese, esenti da contributi previdenziali per il lavoratore e contributi ridotti per il datore di lavoro. I mini-job stanno dietro la modesta disoccupazione tedesca in una fase economica non semplice a livello europeo, la riduzione significativa dei contributi alla disoccupazione a sollievo dei conti pubblici, la bassa pressione salariale che ha sinora consentito alle imprese tedesche di operare a costi contenuti e crescere sul fronte delle esportazioni. Per contro, a fronte di ridotti contributi previdenziali versati oggi, il conto per il sistema previdenziale pubblico potrebbe essere elevato domani; la ridotta capacità reddituale dei lavoratori ne ha limitato, ma non escluso, la capacità di consumo: il mercato interno tedesco “beve poco, ma beve” ed i conti, come detto, stanno in piedi grazie all’export. Non tutto semplice, non tutto positivo; ma le luci ci sembrano superiori alle ombre.

Molti sono i punti che meritano riflessione, sia con riferimento alla società tedesca che a quella italiana, per confronto.

Dal punto di vista etico, riteniamo preferibile avere comunque un lavoro, seppure poco retribuito, piuttosto che ricevere un sussidio di disoccupazione, temporaneo o meno; questo ci sembra particolarmente importante quando l’alternativa alla disoccupazione è la “cattiva occupazione” in imprese decotte e senza prospettive, tenute in vita artificialmente con la cassa integrazione ordinaria e straordinaria.

Dal punto di vista sociale, avere una forza lavoro occupata migliora, spesso se non sempre, il clima di una comunità, dando ad ognuno un “senso” alla propria vita ed a quella del nucleo familiare di riferimento.

Dal punto di vista economico, la creazione di posti di lavoro accresce, seppure in misura non necessariamente proporzionale con la crescita degli occupati, l’efficienza di un sistema industriale.

A fronte di tali vantaggi, riteniamo che i maggiori svantaggi risiedano nell’equilibrio pensionistico di lungo termine e nello sviluppo di competenze professionali. Contributi pensionistici bassi, od insufficienti, determineranno inadeguate erogazioni pensionistiche future, a meno di prevederne un innalzamento dei contributi in una fase lavorativa successiva. Il sistema pensionistico ha sempre un equilibrio precario e modeste variazioni nei livelli di copertura possono alterarne la struttura nel medio e lungo termine. Un lavoro a bassa retribuzione è usualmente legato a prestazioni lavorative meno ricche e con professionalità richieste modeste; senza miglioramenti continui e costanti (quello che tradizionalmente ha fatto la Germania), è assai difficile mantenere vantaggi tecnologici, di processo, competitivi.

In un confronto con l’Italia, possiamo rilevare che misure come i mini job non sono nell’agenda politica di governo, partiti, sindacati, tutti legati ad una tradizione di “salvataggio”: di imprese decotte, non del lavoro.

 

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Sodo caustico. Viva l’invecchiamento della popolazione.

Una delle principali sfide del XXI secolo: secondo calcoli accurati, l’aspettativa di vita sale costantemente di 2,5 anni per decennio, dal 1840; l’obiettivo di vivere sino a 100 anni potrebbe non essere lontano: fine secolo. Risultato immediato di migliori tenore e stile di vita, istruzione, accesso alle cure mediche.

L’evidente incremento dell’aspettativa di vita chiede di rivedere il concetto di longevità ed il modello di società: se nel XX secolo abbiamo assistito ad una redistribuzione della ricchezza fra nazioni ceti ed individui, nel XXI secolo la grande redistribuzione sarà in termini di orario di lavoro e tempo libero: se sappiamo di vivere 100 anni, 90-95 dei quali in buona salute fisica e mentale, ne deriva che “spalmeremo” il nostro tempo in modo nuovo fra studio, lavoro, famiglia ed educazione dei figli, tempo libero.

Sarà importante garantire che questa diversa allocazione non mini l’equilibrio del welfare e l’equità fra le generazioni; sappiamo che è molto più facile tutelare i diritti delle generazioni viventi (esse votano) rispetto a quelli delle generazioni future.

In termini economici, le sfide ci appaiono epocali: ci saranno crescenti necessità di accumulare risparmi nel corso della vita lavorativa per assicurarsi una (piacevole) vecchiaia, e questa richiesta di maggiore tutela sarà prevedibilmente indirizzata verso forme di investimento individuale; aumento della popolazione attiva ed incremento del “montante pensionistico” porteranno ad un aumento della “domanda di investimento” in azioni, obbligazioni societarie, obbligazioni del debito pubblico, altri beni (fondi di varia natura, immobili, opere d’arte,..); a fronte di una maggiore domanda, l’ “offerta” dovrà allinearsi e “seguire la domanda”. Se l’offerta non fosse allineata con la domanda, la richiesta crescente di investimenti “sicuri” (sia finanziari che non finanziari, immobili, opere d’arte) porterà ad un aumento del loro prezzo, comprimendone il rendimento: “it’s economy, my friend!”. Sarà una sfida per chi investe e per chi gestisce gli investimenti.

Gli investitori si confrontano già oggi con mercati azionari globali: le borse mondiali capitalizzano 57.200 miliardi di dollari, con un peso crescente dei mercati asiatici che hanno da tempo superato con 24.200 miliardi quelli delle aree americane, che sono a 17.600 miliardi (di cui 14.800 NYSE), e presto saranno 2 volte i mercati europei, fermi a 15.400 (EMEA): i capitali si dirigono dove vi sono opportunità di investimento e di rendimento in società e paesi che crescono, meglio tanto che poco. La capitalizzazione dei mercati obbligazionari e di stato è di ammontare equivalente, mentre il controvalore di fondi di investimento tradizionali, private equity ed hedge funds potrebbe essere un multiplo del totale. Cui aggiungere il “valore” di strumenti derivati stimabili in 25.000-30.000  miliardi (le sole prime 20 anche europee ne hanno sottoscritti per 6.000 miliardi).Un potenziale “mare” di strumenti finanziari fra i 300.000 ed i 350.000 miliardi di dollari. Stime del valore di immobili non sono disponibili; la “massa”di possibili investimenti ha con troppi zeri.

Nei  “mala tempora” che viviamo, vediamo quindi una luce in fondo al tunnel: la richiesta di nuove forme di investimento potrebbe essere un forte detonatore di crescita economica, meno aleatoria e più costante; laddove milioni di individui ricercano forme di accumulazione dei loro risparmi si creeranno opportunità di investimento in realtà industriali nuove, ci saranno nuove imprese che nasceranno per produrre nuovi “beni”, sia materiali che immateriali.

La “macchina del progresso”: starà alla lungimiranza dei governanti indirizzarla al meglio. La speranza, come si dice, è sempre l’ultima a morire.

 

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Sodo caustico. La moneta non c’è più.

C’è una Bit-coin mania, la moneta virtuale con cui pagare in modo anonimo ed elettronico, seduti a casa, senza commissioni bancarie, che non perde valore e che viene accettata dalla controparte in transazioni “peer-to-peer”. E’ una moneta che non è emessa da nessuna banca centrale e non “gira” su circuiti bancari o delle carte di credito, quindi non addebita commissioni; la sua emissione non è sostenuta da riserve d’oro o dalla fiducia e firma dello stato (solvibile o meno); non c’è controllo sulla sua emissione e sulla sua circolazione nel circuito web; non essendo emessa da una banca centrale,  questa non può accrescerne la circolazione emettendone di nuova, quindi il valore del bit-coin non segue l’andamento del debito pubblico, del deficit di bilancio, dell’inflazione. I bit-coin sono già stati indicati come la nuova frontiera della monetica: nessun controllo da parte delle banche centrali, massima libertà dell’individuo, nessun costo bancario, trasferimenti solo via web.

Le banche centrali e le istituzioni internazionali che controllano il sistema finanziario tradizionale non sono sinora intervenute su questo sistema-ombra che continua a sfuggire ai controlli, essendo inoltre localizzato nel mondo web, senza indirizzo e nazionalità.

Tutto così facile, bello, moderno, tecnologico. Scopriamo di più, che ne dite?

Oggi sono in circolazione 11.619.250 bit-coins, che valgono ciascuno 83.66 dollari l’uno (dati pubblicati su www.blockchain.info il 13.9.2013); il valore totale dei bit-coins è di 1.6 miliardi di dollari. Poca cosa rispetto alla dimensione della massa monetaria (nelle sue varie componenti, monete, banconote, conti bancari a vista), ma in potenziale crescita. Fino a quando? Come si muove e perché il prezzo del bit-coin? Come fare per comprarli? E per venderli? E chi ha avuto l’idea e li ha emessi?

 L’ideatore dei bit-coins è avvolto dal mistero, e coi tempi che corrono è sicuramente una impresa tenere celato l’autore che nel 1998 ha messo in moto il “nuovo conio”.

I bit-coins si comprano ad una banca virtuale, depositando moneta vera su un conto virtuale (con un banale bonifico dal conto corrente); più alta la somma trasferita, più bit-coins si comprano, come fossero azioni. In caso di vendita, si fa il percorso inverso, chiedendone il rimborso. Trattandosi di “titoli” non quotati, la compravendita di bit-coins non è trasparente come si vorrebbe credere, e forse qualche ulteriore riflessione va fatta sia sulle modalità di transazione sia su chi controlla il processo.

La quotazione non ufficiale dei bit-coins ha avuto un massimo ad aprile 2013 con un “prezzo” di 237.56$ per bit-coin, pari ad una capitalizzazione di 2.215.281.500$; peccato che nello stesso mese la quotazione sia crollata a 83.66$, in concomitanza della crisi-Cipro (isola mediterranea nota anche per essere un centro finanziario off-shore: poche regole, nessuna domanda). Il minimo è stato toccato il 16 giugno 2013 con 60$; l’ultimo “prezzo” disponibile è 141.30$ per una capitalizzazione di 1.641.799.327$. Una altalena vistosa, che se si fosse verificata per una “blue chip” di pari capitalizzazione avrebbe fatto scalpore e suscitato l’interesse dei “regulators” (SEC, SFA, Consob).

Oggi sono in circolazione 11.6 milioni di bit-coins; ne è prevista una emissione massima di 21 milioni; entro il 2017 si prevede che ne siano in circolazione i tre quarti. La richiesta di nuovi bit-coins è in forte crescita ed è possibile che crescerà più che proporzionalmente della sua offerta, facendo crescere il “prezzo” dei bit-coins (come per ogni bene od altra “cosa” che ha poca offerta e molta domanda). All’avvicinarsi della data fatidica di esaurimento di nuovi bit-coins il loro valore crescerà.

Che cosa succederà alla fine? Portatevi una pila se restate senza cerini per accendere la candela a qualche santo.

Questo Sodo caustico è stato suggerito da Gianni, il mitico John Towers, che ringraziamo e con cui condividiamo la firma.

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Sodo caustico. Un nuovo modello dei consumi. Al ribasso.

I consumi sono in picchiata da 6 anni; le insegne della grande distribuzione (GDO) vendono sempre più prodotti “sotto costo”, ad un prezzo di vendita inferiore a quello di acquisto. Il fenomeno storicamente rilevato della c.d. “quarta settimana del mese” che vede una caduta degli acquisti nell’ultima settimana del mese nella GDO è ormai una epidemia.

Perché la GDO vende sotto costo?

Per quanto potrà durare? 

Che effetti ha, nel breve e più nel medio?

Nel breve, la GDO cerca di aumentare la fidelizzazione dei clienti ed aumentare la propria quota di mercato in un settore frammentato (il leader, Coop, ha una quota del 18%). Si fa strada la regola del “7 – 8 euro”: la soglia di prezzo oltre il quale il prodotto resta sullo scaffale e non finisce nel carrello;  si rinuncia alla carne rossa per quella bianca; anche la formula “3 per 2” è in flessione laddove il prezzo della confezione è elevato. Per andare incontro al consumatore aumentano gli sconti, oggi su oltre 1/4 dei prodotti con una tendenza alla metà, e le offerte promozionali; la GDO “lavora” sui propri costi, riducendoli (“alla riduzione dei costi non c’è mai fine” nelle parole di imprenditore di lungo corso, se la fine non arriva prima).

La pressione si scarica a monte, sulla filiera dei produttori, anche di marca, e sugli agricoltori, in particolare i piccoli che hanno minore potere negoziale. La pressione su chi produce è insostenibile, a detta di tutti gli operatori.

Paradigmatico il caso del latte. Penalizzate le imprese che comprano latte italiano e che pagano l’IVA subito e se la vedono rimborsata con notevole ritardo, rispetto a chi compra latte europeo, su cui l’IVA viene compensata immediatamente. A cui si aggiunge l’aumento del prezzo del latte, il più alto di sempre a 51,30 centesimi il litro alla borsa di Lodi per latte in cisterna franco arrivo, con un +22% su base annua: prezzo alto causato dalla scarsità di offerta nei principali paesi produttori che ha condizionato le importazioni in Italia, dove la produzione è in calo; prezzo ben superiore ai 42 centesimi fissati nell’accordo per consegna agosto 2013-gennaio 2014 firmato fra Confagricoltura, Cia Lombardia e Italatte, operatori rilevanti sul mercato;  i costi di produzione sono indicati in 47-48 centesimi al litro dai produttori. In queste condizioni, le imprese di trasformazione soffrono,  anche sui mercati esteri dove il prezzo del formaggio italiano al chilo è in calo da 6,7 euro a 6,3 euro, nonostante una crescita dei volumi.

Analoghe considerazioni possono essere fatte per altri comparti alimentari, come pasta e suoi derivati.

La situazione ha anche impatti sulle leve del marketing: diminuisce la pubblicità delle marche (meno campagne, meno soldi spesi) a favore di scontistica (“trade spending”) per tenere la merce sullo scaffale e venderla a prezzi sempre inferiori nella GDO. Anche per la pubblicità i volumi sono in crollo, con una stima di 8-10 miliardi per quello che si chiama “calmieramento dei prezzi” messo in atto dall’industria di marca (meno spese di pubblicità, margini all’osso, prezzi tenuti artificialmente bassi pur di far lavorare le fabbriche di produzione ed impacchettamento).

Un “gioco” dove tutti perdono: agricoltori e produttori che spuntano prezzi che non coprono i costi; GDO che lavora spesso in perdita; società pubblicitarie e di concessione e reti televisive con budget inferiori; clienti che riducono qualità (intrinseca o percepita) e quantità dei loro consumi.

Nel medio termine, il nuovo paradigma potrebbe avere effetti devastanti su tutta la filiera, iniziando dalle componenti più deboli: la piccola impresa agricola, la cooperativa di produzione, la piccola distribuzione c.d. di vicinato (“mama and papa shop”) che non riesce a trovare una adeguata differenziazione di nicchia per i propri prodotti e servizi. Tutti più poveri, laddove la diversità alimentare e di stili di consumo alimentare sarebbe un “plus”.

Prodotti agricoli a chilometro-zero o zero-assoluto?

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Sodo caustico. Equity crowdfunding: chi ben comincia …

“Once in a life time, we praise the regulators”: la Consob ha emesso il regolamento sull’ “equity crowdfunding”, la raccolta on-line di capitale destinato al sostegno delle nuove iniziative innovative, le “start-up”; sono 39 le piattaforme in Italia (erano 16 nel novembre 2012); nel 2012 sono stati raccolti 2.7 miliardi di dollari nel mondo (di cui 1.4 miliardi nella forma di donazioni). Un fenomeno in forte crescita perché è in forte crescita la voglia di fare impresa da parte di giovani (e non solo giovani) che vogliono misurarsi con il posto più bello che c’è: il mondo dei beni e dei servizi reali, la competizione ad armi pari, il confronto con chi corre la tua stessa corsa.

Il regolamento Consob arriva per primo nel mondo, e per questo “..we praise”; ed è un regolamento benvenuto dagli operatori nazionali che lo trovano adatto ad esigenze ed attese del mercato, delle iniziative che chiedono capitale, degli operatori e degli investitori. Si parte con l’istituzione del registro degli operatori, con una sezione per banche ed investitori istituzionali; le regole di funzionamento dei portali sono semplici e garantiscono trasparenza ed informazione; la raccolta del capitale attraverso i canali “web-based” è rapida e tutela gli investitori. I limiti di investimento (che vorremmo veder più alti) sono semplici: 500 euro per ogni iniziativa con un massimo di 1.000 euro sull’arco di 1 anno per i privati, mentre per le società di capitali i limiti sono 5.000 per investimento e 10.000 sull’arco di un annuo.

Tutti contenti: ora tocca ai giovani talenti farsi avanti, e lo faranno; la conoscenza porta a ricadute positive nella ricerca, una buona ricerca porta ad iniziative imprenditoriali, spesso di successo, sempre di soddisfazione. Si vive e lavora anche per il piacere di dire: “l’ho fatto io!”.

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Sodo caustico. Le mire sull’oro, vanto e tesoro della Patria.

Autorevoli commentatori hanno avanzato le tesi che: (1) Banca d’Italia sia “sovra-capitalizzata” rispetto alle altre banche centrali, quali Bundesbank, Bank of England, Banque de France, Banco de Espana, e che sia opportuno ridurne il capitale attraverso una operazione centrata su un diverso utilizzo delle riserve auree (tema che toccheremo in questo articolo); (2) l’assetto proprietario di Banca d’Italia, ora privatistico, debba essere ricondotto nella sfera pubblica.

Ci permettiamo alcune osservazioni:

a) è un bene che Banca d’Italia sia “sovra-capitalizzata”, sia in valore assoluto (36.7 miliardi di euro di patrimonio) che relativo (Bundesbank ha un patrimonio di 20 miliardi, Banque de France di 15.1 miliardi, Bank of England di 3.9 miliardi, Banco de Espana di 11.6 miliardi) per la semplice ragione che con tali fondi la Banca italiana ha ampie risorse da mettere in campo in caso di “attacco” da parte di quella che la vulgata chiama speculazione (confidando di non averne necessità); le banche centrali tedesca, francese, inglese non hanno di questi problemi e non ci sembrano quindi termini di paragone;

b) l’assetto proprietario attuale è il risultato di fusioni, privatizzazioni, trasformazioni delle banche che, una volta pubbliche, nel tempo si sono aperte all’azionariato privato; nel caso di Banca d’Italia, l’essere azionista non porta a indirizzare od indicare la rotta della gestione, lasciata interamente alla struttura della Banca; negli USA, i controllati (le banche) hanno l’obbligo di essere azionisti del controllore (la FED), e nessuno si sogna di modificare l’assetto;

c) è noto che da tempo molte banche azioniste di Banca d’Italia vorrebbero liquidare la loro partecipazione, nel tempo lievitata nella valutazione, seppure avara di soddisfazioni in termini di dividendi; le banche italiane principali posseggono complessivamente l’89.33% del capitale della banca centrale; il tema attorno a cui scolari istruiti e dotti professori si dibattono è: quale è il valore del patrimonio di Banca d’Italia? A quale prezzo si può valorizzare, quindi vendere, la partecipazione? A chi si può vendere la partecipazione? Queste 3 domande, semplici nella formulazione, sono assai complesse nella risposta, e vediamone la ragione;

d) il patrimonio della banca centrale è di 36.7 miliardi di euro, inclusi i fondi rischi generali; a normativa attuale, non corre l’obbligo per le banche azioniste di allineare il valore della quota posseduta al valore del patrimonio della banca centrale;

e) trattandosi di partecipazione in una banca centrale, non quotata e soggetta a restrizioni nella circolazione delle sue azioni, una trattativa per la cessione di una sua quota deve essere “benedetta” da Via Nazionale e soggetta alle sue indicazioni;

f) una ipotesi autorevolmente avanzata (sul Sole di giovedì 5 settembre) chiede che la banca centrale “valorizzi” adeguatamente l’oro depositato nel suo caveau, pari a 79 milioni di once che, al valore di 1.150 euro ad oncia, fanno 90.850 milioni di euro: somma ragguardevole, ben superiore al valore del patrimonio della banca; tralasciandone i “tecnicismi” (che chi vorrà potrà ripercorrere nella lettura dell’articolo citato), si vorrebbe poter liberare parte di tale valore e consentire alla banca centrale il ri-acquisto dell’89.33% delle sue azioni possedute dalle banche italiane, con un beneficio sensibile e consistente per le banche stesse, che incasserebbero somme significative, indicato in 21 miliardi;  le 2 principali banche italiane, Intesa San Paolo ed Unicredit, ne avrebbero un utile derivante da plusvalenza di 9.4 miliardi e 4.9 miliardi, rispettivamente.

Ecco alfine forse ben spiegato il mistero, almeno alle nostre umili orecchie: l’obiettivo finale del progetto ci appare quello di apportare patrimonio alle principali banche nazionali, che non riescono, alle attuali condizioni, raccoglierlo sul mercato dei capitali. Non sappiamo se questa ipotesi di lavoro sia ad uno stadio avanzato o meno, ne’ se sia una mera ipotesi di soggetti terzi od in qualche modo provenga o sia sostenuta dal governo; in ogni caso, non potendo intervenire direttamente pena l’infrazione della norma europea che vieta sussidi di stato, il governo assicurerebbe alle banche bisognose, tutte, di nuovo capitale quella linfa necessaria per poter erogare credito alle imprese: se questo è veramente l’obiettivo del progetto, sarebbe utile ed apprezzato dichiarare tale buona, forse ottima, intenzione. Poiché abbiamo buona memoria dei fatti e misfatti della finanza, vorremmo un bel “patto di sangue” che obblighi le banche beneficiarie a fare un unico uso di tale manna: il finanziamento all’impresa. Troppo spesso la via dell’inferno è infatti lastricata di buone intenzioni.

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Sodo caustico. L’ossimoro Ministero dello Sviluppo Economico.

Nome non fu meno azzeccato: dal 2007, anno di inizio della crisi, il MISE ha aperto 700 tavoli di confronto per crisi aziendali; l’attuale ministro ha dichiarato che sono aperti 151 dossiers di crisi aziendali presso il MISE, che coinvolgono 165.664 dipendenti; in 6 anni, oltre mezzo milione di posti di lavoro e 700 imprese sono state oggetto di incontri, negoziati, accordi, ristrutturazioni sotto la regia del MISE, a cui si aggiungono molti più tavoli che non hanno raggiunto la sede del ministero e che sono stati aperti, talora chiusi, a livello locale e privatistico.

Numeri raggelanti; troppe imprese hanno intrapreso un difficile percorso per dare continuità alla loro attività, talora di difficile soluzione (non tutte le imprese meritano di stare sul mercato: è la dura legge del mercato), talaltra possibile a prezzo di sacrifici per tutti i soggetti interessati: impresa, dipendenti, banche.

Molte le concause:

1. difficoltà, od incapacità, delle imprese di stare su mercati difficili, a maggiore competizione, in settori a volumi decrescenti;

2. insufficiente creazione di cassa, o disponibilità di capitale, per affrontare investimenti necessari per migliorare la propria posizione;

3. blocco del canale di finanziamento bancario;

4. inadeguatezza degli strumenti di sostegno alla riduzione dei posti di lavoro, anche temporanei: CIG e CIGS sono da riformare come forma di sussidi alla disoccupazione; il “focus” deve passare da salvare “quel posto di lavoro, quella impresa” a salvare “il lavoro”: quindi, politiche e strumenti che favoriscano il passaggio da imprese e tecnologie passate a quelle nuove, e le condizioni per una ri-occupazione migliore; attorno alla “vacca sacra” del salvataggio di posti di lavoro in imprese “decotte” si è sempre giocato sulla pelle dei lavoratori, ed è facile indicare il giocatore “forte”, un sindacato culturalmente impreparato e chiuso, e quello che ha fatto “sponda”, quel mondo imprenditoriale che dalla “vacca sacra” ha chiesto, ed ottenuto, interventi “statalisti”.

In questo contesto, spesso la crisi di impresa è stata risolta col ricorso al concordato preventivo, nella nuova novella in vigore dal settembre 2012, che ha avvicinato la situazione italiana a quella dei mercati capitalistici, ove “there is always a second chance”; e sarà bene che il paese, chi lo governa (e sindacati ed imprese ne fanno parte) l’afferri, questa “second chance”.

Molto ci sarebbe da aggiungere su “banche” e “sistema fiscale”: fra i prossimi appuntamenti.

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Sodo caustico. Quando le Regioni fanno gli imprenditori.

Create e sviluppatesi nei decenni scorsi, le finanziarie regionali hanno il compito di concorrere allo sviluppo sociale ed economico del territorio, attuando programmi ed indirizzi generali, intervenendo nel capitale di società private e miste privato-pubblico, erogando finanziamenti alle imprese; oggi, sono a prevalente, spesso esclusivo, controllo pubblico, secondo un modello “in house” che ne privilegia la funzione di “cinghia di trasmissione” diretta delle scelte e politiche regionali e la loro applicazione operativa. Erogano circa 5 miliardi di risorse, con la parte del leone fatto dalle finanziarie regionali del nord: Finaosta 1.6 miliardi (quasi 1/3 del totale), seguita da Finlombarda (1.1 miliardi), Finpiemonte (836 milioni; oggetto di un precedente Sodo caustico), Veneto sviluppo (579 milioni). Il loro modello si può trovare nella finanziaria federale tedesca KfW (nata per gestire in fondi Marshall nel dopoguerra), che opera come vero “azionista pubblico di sostegno” alle imprese nazionali di successo. Gli interventi sono prevalentemente a favore di PMI, sia con sostegno finanziario in forme agevolate che con contributi a valere su fondi regionali, più raramente europei.

Formuliamo alcune rapide osservazioni, speriamo non inutili per inquadrarne caratteristiche, luci ed ombre.

Il fatto di avere una pluralità di soggetti privilegia approcci locali, guardando quindi a temi specifici (ad esempio, sostegno dell’occupazione  locale) piuttosto che generali (favorire la creazione di “national players”), con soluzioni spesso poco efficienti. In un paese dove il campanilismo è forte, i soggetti finanziatori assurgono a veri “kingmaker” delle politiche industriali regionali. Il caso di Finaosta è esemplare, con una pervasiva presenza del pubblico in molte attività economiche che ne fanno il principale “datore di lavoro” in Valle; CVA, la controllata che si occupa di produzione ed erogazione di energia elettrica (prevalentemente da fonte idraulica), è uno dei principali operatori nazionali nel settore, e quasi-monopolista in Valle.

La dipendenza dalla politica è evidente nel sistema di governo aziendale (“corporate governance”), con vertici aziendali indicati dalla politica, assetti rigidi e talora “etero-diretti”.

I controlli sulle finanziarie regionali sono plurimi, e quindi inefficienti per definizione: Corte dei Conti, consigli e giunte regionali, Banca d’Italia impongono, ciascuno nel proprio ambito, il rispetto (spesso meramente formale ed a posteriori) di norme disorganiche.

Dal punto di vista reddituale, le finanziarie regionali presentano risultati modesti ma positivi; segno che la loro gestione è mediamente adeguata e non sono “carrozzoni” inefficienti. Una nota positiva.

La massa erogata dalle finanziarie regionali, nel loro insieme, è oltre 2 volte quella messa a disposizione di Fondo Italiano di Investimento, il veicolo creato da MinEconomia e dedicato al sostegno ed allo sviluppo delle PMI; la disorganicità dell’approccio ad una politica industriale nel nostro paese risulta quindi di tutta evidenza; disorganicità che appare ancora più negativa in una fase economica recessiva come l’attuale, dove il credito alle PMI è inaridito e strumenti di intervento, come quelli indicati, potrebbero essere meglio coordinati insieme.

Resta sempre aperta la questione di fondo: quale ruolo deve avere lo stato nella politica industriale? Intervento diretto ed indiretto, o mero indirizzo? Lo spirito liberale spinge per la seconda alternativa, ma siamo consapevoli della assenza di una idea, per quanto elementare, di politica industriale nazionale. Ne parleremo prossimamente.

 

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Sodo caustico. Adam Smith e Luigi Einaudi insieme per una società meno diseguale

La diseguaglianza dei punti di partenza mina l’emergere della valorizzazione del mercato: solo l’ 8,5% dei figli di operari diventa imprenditore (7 giugno 2013, relazione del presidente dei Giovani Imprenditori, S. Margherita Ligure); la diseguaglianza impoverisce tutti, perché una società diseguale è una società frammentata, nella quale si abbassano produttività ed eccellenza: “nessuna comunità può essere florida e felice, se la grande maggioranza dei sui membri è povera e miserabile” (Adam Smith). La diseguaglianza dei punti di partenza causa una immensa perdita di risorse umane, riducendo il potenziale del sistema economico. Non riconoscerlo è un peccato intellettuale, sociale, metodologico, economico. Come permettere una migliore base di partenza, un buon “ascensore sociale”? il premio Nobel  James Mirrlees, invitato dai Giovani Imprenditori, ha posto l’accento su investimenti pubblici in istruzione a tutti i livelli ed a tutte le età, istruzione che resta il più potente strumento di inclusione sociale e di lotta alla disoccupazione di lungo termine. Sul tema dei punti di partenza, Luigi Einaudi (“Discorso elementare sulle somiglianze e sulle dissomiglianze fra liberalismo e socialismo”, 1957) scriveva che “(…) su taluna maniera di porre rimedio alla diseguaglianza nei punti di partenza vi ha sostanziale concordia fra liberali e socialisti ed è per quel che riguarda l’apprestamento (…) di mezzi di studio, di tirocinio e di educazione aperti a tutti. Scuole gratuite elementari, opere post scolastiche, borse di studio per i meritevoli nelle scuole medie e universitarie con pagamento di tasse, sono patrimonio comune alle due tendenze politiche. A uguale sentenza si giunge rispetto a quei provvedimenti intesi a instaurare parità di punti di partenza tra uomo e uomo con le varie specie di assicurazioni sociali (…). Anche qui, le divergenze non sono di principio, ma di limiti e di applicazione: né esse dovrebbero dar luogo a dispute insanabili attenendo alla eliminazione delle cause di spreco e di degenerazione delle provvidenze medesime. (…) Il vero problema sta nella esistenza di un punto critico, sorpassato il quale il sussidio di disoccupazione diventa socialmente dannoso. (…) Liberali e socialisti sono dunque concordi nell’affermare che lo Stato deve intervenire, come in tante altre cose, nelle faccende economiche, né può lasciare gli uomini liberi di agire a loro posta, fuor di un qualunque regolamento statale. (…) L’uomo liberale vuole porre le norme (…), laddove l’uomo socialista vuole sovra tutto dare un indirizzo”.

Questo concetto della coesistenza pubblico/privato è ben descritto all’art 33 della Costituzione, terzo comma, che recita: “”enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato””; dalla lettura dei lavori preparatori (“La Costituzione della repubblica italiana illustrata con i lavori preparatori” a cura di V. Falzone, F. Palermo, F. Cosentino, ed. 1976, pg. 119; volume ormai introvabile, di cui sollecitiamo la ristampa), si apprende che l’on. Corbino, liberale, uno dei firmatari dell’emendamento, volle ribadire che “” noi non diciamo che lo Stato non potrà mai intervenire a favore degli istituti privati; diciamo solo che nessun istituto privato potrà sorgere con il diritto di avere aiuti da parte dello Stato””. Nessun diritto del privato; facoltà dello Stato di sovvenire sussidiariamente se e nella misura in cui un tale intervento si appalesasse utile per i fini che l’istruzione si prefigge.

Accanto alla efficacia dell’intervento, altrettanto importante è l’efficienza dell’intervento, intesa come rapporto fra costo e risultato; rinviamo al Sodo caustico scritto in occasione del referendum di Bologna, qui accluso.

Certo esistono posizioni meno “centrali ed aperte” nel variegato, ma limitato per numero di adepti, mondo liberale, che spesso vede quelli che con un calzante ossimoro possiamo definire “estremisti liberali”: cui non possiamo negare, da buoni liberali, se non un’ora, almeno una mezz’oretta liberale.

(per un utile riferimento, rinviamo agli articoli apparsi sul Sole – Domenica 23 giugno 2013, a pg 38 e 39 su “Welfare 2020” promosso da Fondazione Roma: buona lettura).

ripubblicazione di Sodo caustico del 23.6.2013

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Sodo caustico. Giù le mani dalla proprietà!

Tesi affascinanti si annidano nelle aule universitarie yankee su come divellere la “proprietà intellettuale”od “industriale”, quel sistema di tutela giuridica dei beni immateriali a rilevanza economica: opere artistiche e letterarie,  invenzioni industriali e modelli di utilitàdesign,  marchi, riassunti nelle tre grandi aree del diritto d’autore, del diritto dei brevetti e del diritto dei marchi. In Italia, l’assetto normativo di riferimento è contenuto nel D. Lgs. n. 30 del 2005 intitolato “Codice della proprietà industriale”: testo unico che raccoglie tutte le norme attinenti al campo dei brevetti e dei marchi. Resta fuori da questa opera di codificazione la normativa sul diritto d’autore, il cui riferimento è ancora la legge n. 633 del 1941, con le successive e numerose modifiche.

Le tesi si basano su un assunto: liberiamo gli utenti dalla schiavitù imposta dall’autore e mettiamo a disposizione di tutti il frutto dell’ingegno (altrui) abolendo forme di riconoscimento economico (diritti di autore, o royalty) all’autore stesso. Tesi invero affascinante; estremizzando, è come se si chiedesse l’abolizione della proprietà immobiliare per dare a tutti la fruibilità gratuita dell’abitazione: fuori fa freddo, e scaldarsi è d’uopo per le improvvide cicale…

Lo sviluppo della tecnologia è il “driver” dello sviluppo economico: non c’è l’uno senza l’altro; crediamo che nessuna persona dotata di intelligenza, ingegno, capacità progettuale (e quante altre doti necessitino per ideare nuovi oggetti, progetti, software) si impegni per la gloria senza volerne ricavare un giusto ritorno economico oltreché scientifico; crediamo che l’abolizione della tutela della proprietà intellettuale ed industriale vada contro lo sviluppo economico, ne limiti i confini e le libertà. Sarebbe bello vivere nella “Città del sole” ma temiamo che seguendo queste tesi ci si possa ritrovare nella “Città delle tenebre”.