Il ritorno dell’UOMO FORTE

Robert Kagan riaccende il dibattito a partire da un suo profetico e controverso saggio breve, che alleghiamo al nostro intervento (Copyright Kagan & Washington Post).

Il tema è la reazione delle democrazie liberali al riproporsi di una visione dirigista e populista dei rapporti interni ed internazionali.

E la risposta non è scontata, come non è scontato, in positivo e in negativo, l’impatto su ambiti che sembrano non direttamente collegati alla sfera politica istituzionale: ambiente,  diritti, percezione della realtà, tecnologia.

Il saggio è in inglese, ma è talmente interessante da spingere a fare un po’ di fatica per comprenderlo a fondo.

SEI SICURO DI ESSERE UN POPULISTA? Test individuale dello Sfascio

RICEVIAMO QUESTA LETTERA DI ROBERTO, UNO DEGLI ISCRITTI STORICI DI LIBERIAMO, CHE CI RACCONTA IN MODO SERIO MA NON NOIOSO IL SUO PERSONALE PUNTO DI VISTA DA LIBERALE SULLA SITUAZIONE CHE STIAMO VIVENDO.

 

di Roberto Pasino.

 

Scrivo volentieri sul Blog perché credo realmente si stia insediando un nuovo regime che come tale rischia di portarci a un nuovo totalitarismo. Con molta probabilità il vero populista non arriverà a leggere questo articolo perché animato da una propria verità assoluta che nasce dalla poca competenza, ma lo invito a tener duro perché alla fine della lettura potrebbe in lui radicarsi almeno il dubbio che lo sfascio rappresenti un reale vantaggio.

Il test parte da un dato certo: il populismo sta crescendo e questa crescita si potrebbe espandere anche in Europa. Noi siamo il terzo paese nell’area europea ad avere un governo populista oltre l’Ungheria e la Grecia, dove non è ben identificabile il reale collocamento destra o sinistra degli schieramenti. Il vero politico populista non ragiona su un obiettivo e di conseguenza una strategia basata su un credo politico, ma cavalca la cronaca, muovendosi di volta in volta su argomenti sensibili alla massa di persone.

Prendiamo l’Italia come esempio, ed analizzando la politica che annunciano, possiamo dire che la Lega è di destra trattando gli argomenti di sicurezza e immigrazione ed i 5 stelle di sinistra basando i propri proclami sulla ridistribuzione  sociale del reddito. Queste linee politiche hanno trovato forza perché facilmente spendibili all’uomo comune; cosa c’è di meglio dell’arrivare al bar parlando di invasione da parte dello straniero oppure di sicurezza per qualche torto subito, oppure ancora del ristoro economico attraverso l’assistenza sociale? Come si può facilmente capire, il populismo fa sentire protagoniste le persone anche di semplice estrazione sociale rispetto a temi di importanza maggiore ma più complessi come quelli economici.

Il populismo quindi si basa su uno schema identitario che nel nostro paese come detto abbraccia a destra la religione sventolando il vangelo in piazza, la famiglia e a sinistra il globalismo e l’establishment da combattere e su questi punti cardine si prendono i voti rendendo poi difficile una volta al governo poter essere a propria volta rappresentanti del sistema.

I problemi nascono perché con la demagogia e la paura è facile ottenere il voto rendendo schiavi i partiti che per mantenere le promesse devono fare scelte che in genere vanno proprio contro il popolo, mettendo in campo politiche dannose al paese, come per esempio quella di ristatalizzare Alitalia per puro principio.

Lo schema facile del populismo con cui si prendono i voti:

  • Spingere il popolo contro l’élite spesso utilizzando “fake news” sostenendo che l’establishment ha fatto politiche egoistiche per difendere un proprio interesse.
  • Insofferenza per le procedure costituzionali; insofferenza verso i pesi e contrappesi del sistema democratico come verso i magistrati o il Presidente della Repubblica, adducendo come unico sistema democratico quello dato dalla democrazia rappresentativa e diretta.
  • Il rifiuto del mercato e della globalizzazione combattendo la presunta élite che ha creato per un proprio interesse la globalità chiedendo a questo punto più Stato

Avendo preso i voti diventa fattuale che il ruolo di opposizione diventi obbligatoriamente quello di governo, ed è qui che nasce il cortocircuito perché manca completamente una visione generale a breve e a lungo termine trovandosi per ogni scelta ad un bivio su ciò che è stato promesso e ciò che potrebbe essere necessario al paese. Oggi ci troviamo indebitati da 53 MLD di euro per sostenere promesse elettorali che sono state portate avanti con l’unico scopo di non fare retromarcia su idee irrazionali. Pensiamo agli “ossimori” che fanno parte delle scelte demagogiche che rappresentano le nuove leggi o proposte di legge a partire dal lavoro dove da una parte spingono su una crescita derivante da più occupazione e poi chiudono i centri commerciali la domenica, parlare di sviluppo del paese ma poi mettersi di “traverso” su TAP, Trivelle etc., oppure ancora non volere la TAV adducendo che nei costi lo stato perderebbe i soldi delle accise sui carburanti quando da sempre sei stato un ecologista.

La fortuna di tutto questo sta nel fatto che il voto identitario dei populisti è piuttosto volatile anche se lo hanno reso scientifico nella propria stabilità puntando per esempio sul voto dei pensionati (unici ad andare a votare) usando la paura a quelle persone che la vita (intesa come età) li ha resi maggiormente vulnerabili. Nella parte meridionale del Paese invece è bastato spingere sull’assistenzialismo per avere vita facile ma dimenticandosi che le clausole di salvaguardia andrebbero a far aumentare l’IVA che renderebbe ancora più povero chi è sostentato dallo stato;

Non è solo la politica a essere molto superficiale sposando il concetto “risposte semplici a problemi complessi”, ma è anche il popolo che ormai è condannato alla superficialità delle cose essendo anche senza memoria e quindi rendendo semplice la vita ai populisti che si cibano di persone poco profonde che non ragionano, altrimenti non si spiegherebbe come possa passare un concetto come quello del “prima gli italiani” non facendo politiche pro immigrazione a sostegno del welfare, non avendo le risorse nemmeno per sostenere quota 100. Ovviamente un buon populista non lavora su politiche a largo respiro ma piuttosto trova il colpevole nel Presidente dell’INPS e lo sostituisce come è successo poche ore fa.

Quindi lo schema del “prima io” porta molti voti ma non può sostenere un sistema che automaticamente non reggerebbe così come “prima gli italiani” non può funzionare in un mondo globalizzato e non sarebbero certo le politiche di uscita dall’Europa a salvarci. Nemmeno il machismo di Salvini potrà salvarci dal declino di un paese che ha un “fottuto” bisogno degli altri perché altrimenti non si regge; con il 133% di debito sul PIL, infatti la nostra sovranità l’abbiamo già persa da molto tempo.

La speranza è che, finita la “sbornia” populista, coloro i quali non si dovessero più riconoscere come appartenenti ad un “gregge” vogliano a questo punto un paese più illuminista e meno populista perché dopo il fascismo ed il comunismo ci si renda conto che il populismo è il terzo cancro che potrebbe sfociare in nuove guerre.

Se sei d’accordo con queste osservazioni non votare più per punire qualcuno ma vota per costruire un futuro diverso aprendoti alla possibilità di un Paese più democratico

EU: perché il Consiglio europeo non decide più

Sergio Fabbrini, sul Sole24Ore di oggi, illustra le difficoltà di un meccanismo decisionale che era concepito per la gestione di un processo lento e senza scosse, condizione messa in crisi dall’accellerazione impressa dai populismi nazionalistici e dagli eventi geopolitici collegati alle perturbazioni medio orientali.
Come valutare l’esito del Consiglio europeo che si è tenuto giovedì e venerdì scorsi? La sua agenda era molto ambiziosa. I capi di governo dei ventotto stati membri dell’Unione europea avrebbero dovuto discutere molteplici temi, tutti di grande rilevanza. Eppure si è discusso quasi esclusivamente di due politiche, la politica migratoria e la politica finanziaria. Sulla prima si è giunti a conclusioni che hanno impedito (all’Ue) di cadere nel baratro, anche se non l’hanno allontanata da quest’ultimo. Sulla seconda si è addirittura giunti ad imbarazzanti non-conclusioni. Piuttosto che stabilire chi ha vinto e chi ha perso, vale piuttosto la pena di capire perché l’Ue non riesca a prendere decisioni. Ciò è dovuto all’intreccio tra sistema decisionale e natura delle politiche. Mi spiego.
Il sistema decisionale europeo si basa (sempre di più) sulla preminenza del Consiglio europeo. Quest’ultimo si è imposto come il governo collegiale dell’Europa. Con l’europeizzazione di temi cruciali per le sovranità nazionali, i governi degli stati membri hanno rivendicato un ruolo decisionale preminente rispetto all’esecutivo tradizionale, la Commissione. Il Consiglio europeo decide all’unanimità, proprio per garantire gli interessi politici dei governi nazionali che lo costituiscono. Ciò ha funzionato fino a quando si è operato in condizioni ordinarie. Le cose sono però cambiate con le crisi straordinarie di questo decennio. Gli effetti di quelle crisi hanno generato divisioni tra i vari governi, se non all’interno di ognuno di essi.
Si pensi alla crisi migratoria. I Paesi dell’est (il gruppo di Visegrad) hanno rifiutato l’accoglienza dei rifugiati, con grandi vantaggi elettorali. Ma tale accoglienza è stata contestata anche da governi dell’ovest, come il nostro (che ne ha beneficiato anch’esso elettoralmente). Oppure, nel caso tedesco, le divisioni si sono manifestate all’interno stesso del governo. Per il ministro dell’Interno Seehofer (leader dei Cristiano-sociali bavaresi della CSU) occorre rinviare nei Paesi di primo arrivo (come l’Italia) i rifugiati lì registrati e poi trasferitisi in Germania (i cosiddetti “movimenti secondari”), mentre per la cancelliera Merkel tale soluzione attiverebbe una catena di scelte unilaterali che condurrebbero allo smantellamento di Schengen (cioè del regime di libera circolazione degli individui tra i Paesi che hanno aderito al relativo Accordo). Insomma, l’immigrazione ha diviso i governi. E tale divisione, entrando nel Consiglio europeo, ha ostacolato il suo processo decisionale. Come può, un organismo così esposto ad interessi politici particolaristici, produrre decisioni collegiali efficaci?
E infatti quelle decisioni non sono state prese giovedì e venerdì scorsi. Consideriamo le due politiche, migratoria e finanziaria. Per quanto riguarda la prima, il Consiglio europeo è rimasto bloccato tra chi (la Germania) chiedeva di contrastare i “movimenti secondari”, chi voleva (l’Italia) trasferire sugli altri Paesi il carico migratorio e chi (i Paesi di Visegrad) si opponeva ad ogni meccanismo vincolante per la redistribuzione dei migranti che hanno diritto all’asilo politico (meccanismo che avrebbe invece aiutato l’Italia). Si è trattato di divisioni radicalizzate nonostante non vi sia un’emergenza migratoria. L’immigrazione illegale, nell’Ue, si è ridotta del 95 per cento rispetto al 2017, così come si sono ridotti drasticamente gli sbarchi in Italia (secondo il Dipartimento di Pubblica Sicurezza, nei primi sei mesi del 2018 sono diminuiti dell’84% rispetto al 2017 e dell’83% rispetto al 2016). Ciò nonostante, poiché l’immigrazione è divenuto il tema su cui si decide un’elezione nazionale, ogni capo di governo si è irrigidito sulle proprie posizioni. Con l’esito che il Consiglio europeo ha deciso poco o nulla. Verranno istituiti “centri controllati” di immigrati nei paesi di primo arrivo (tra cui l’Italia) in cui collocare coloro che hanno diritto a rimanere in Europa, per quindi distribuirli, su “base volontaria”, negli altri Paesi europei disponibili ad accoglierli (quindi non nei Paesi dei governi sovranisti). I centri disporranno di risorse finanziarie ed organizzative europee, ma senza toccare il Regolamento di Dublino. Inoltre, il Consiglio europeo ha confermato l’impegno finanziario (a cui anche noi contribuiamo) preso con la Turchia (affinché tenga nel suo territorio i milioni di siriani fuggiti dalla guerra civile nel loro Paese) e, soprattutto, ha riconosciuto il diritto degli stati membri (come la Germania) di prendere “tutte le necessarie misure amministrative e legislative per contrastare i movimenti secondari” (decisione che penalizza Paesi di primo arrivo come l’Italia). Seehofer (nel cui Land ci saranno elezioni il prossimo ottobre) potrà dire ai suoi elettori di aver ottenuto il controllo dell’immigrazione, allo stesso tempo Merkel continuerà ad essere cancelliera della Germania. Le richieste italiane, invece, verranno discusso in futuro. Non diversamente è avvenuto per quanto riguarda la politica finanziaria dell’Eurozona. In proposito si è deciso di “iniziare una roadmap per iniziare una negoziazione sullo Schema di assicurazione europea dei depositi bancari”, oltre che di avviare il percorso per la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (ESM) nel backstop del Fondo per la risoluzione delle crisi bancarie. Punto e a capo. Le richieste di Paesi come l’Italia (di dotare l’Eurozona di risorse e strumenti anti-ciclici) sono state messe sotto il tappeto. Ciò per l’opposizione dei Paesi del nord dell’Eurozona, ma anche dei Paesi esterni all’Eurozona (peraltro coinvolti nella discussione sull’organizzazione di un regime monetario a cui non aderiscono). Come si vede, quando si tratta di distribuire migranti o soldi, il Consiglio europeo si blocca.
In conclusione, la causa dello stallo europeo è la combinazione di un sistema decisionale intergovernativo e politiche con effetti redistributivi. Per neutralizzare quello stallo ci vorrebbe una coalizione capace di produrre beni collettivi. Ma qui risiede il paradosso del sovranismo di cui è prigioniero il nostro governo. I governi sovranisti non possono trovare soluzioni collettive, in quanto ognuno si preoccupa di preservare il proprio specifico interesse politico. Tuttavia, di fronte alla crisi migratoria o finanziaria, ciò significa scaricare sugli altri la soluzione della crisi (con il risultato di esasperarla invece di risolverla). Alleandosi con i governi sovranisti, il nostro governo si è chiuso la possibilità di favorire soluzioni collettive (in cui collocare le soluzioni nazionali). È difficile influenzare le decisioni europee, ma diventa impossibile farlo quando non si hanno le alleanze giuste.
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Il nuovo e l’antico dello Stato di Israele

Dal Sole24Ore di oggi, un bell’articolo di Giulio Busi non solo sullo stato ma anche sulla storia d’Israele, forse utile per indicare quale può essere una strategia di sopravvivenza del pensiero ragionevole in tempi bui.
Il 14 maggio 1948, alla proclamazione dello Stato d’Israele, tutto sembra cominciare. E di fatto, inizia una costruzione nuova, un progetto che si sbilancia nel futuro. Alle spalle vi sono le macerie e la morte. La diaspora europea ha appena vissuto la sua ora più tragica. Un’ora che è durata anni, sempre più angoscianti, fino all’annichilimento di milioni di persone. E fu sera e fu mattino, ricorda la Torah. Se c’è mai stata una sera sulla terra, una notte interminabile, è stata quella che precede il 1948.
E il mattino? Dove comincia, da dove lo si misura? C’è una continuità segreta, a cui spesso non si fa attenzione, tra il prima e il dopo Israele. Certo, la compagine moderna di uno Stato, l’esercito, l’infrastruttura politica, sembrano nascere come dal nulla. Tutto può essere ripensato. C’è una plasmabilità, nella vicenda israeliana di questi primi settant’anni, sconosciuta a chi viva in Paesi dalla tradizione più lunga, dalle burocrazie secolari, cresciute strato dopo strato, regime dopo regime, negli stessi luoghi, spesso anche negli stessi edifici.
Il sionismo, che del nuovo Stato è l’anima, si è posto l’obiettivo di rompere con il passato. Un nuovo rapporto con la terra, un nuovo coraggio, l’esaltazione della volontà di difendersi, sono gli slogan del movimento. Basta con la sottomissione nata in due millenni di esilio. Bisogna riprendere in mano il proprio destino e combattere per avere un posto tra le nazioni. Con l’aratro e se, necessario, con il fucile. La novità di questo atteggiamento non cancella però un dato altrettanto importante. Se vogliamo restare al testo della Scrittura, il “giorno” di cui parliamo è uno solo. La sera e la mattina d’Israele sono legate l’una all’altra.
La fondazione dello Stato, nel 1948, riprende la storia dal punto in cui questa si era interrotta. Riprende cioè l’esistenza di una polis ebraica nell’unico luogo in cui questa è mai stata possibile, ovvero nella Terra d’Israele. Nell’immaginario israeliano, le rovine di Massada occupano ancor oggi un grande rilievo simbolico. I resti dell’insediamento, sull’altura che si affaccia sul paesaggio sconfinato del Mar Morto, servono come memoriale dell’ultima resistenza ebraica, durante la rivolta contro Roma, del 66-74. Qui si asserragliarono gl’irriducibili, dopo che il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto nel 70 e la capitale conquistata. A Massada, gli assedianti romani dovettero realizzare una lunga rampa offensiva, prima di poter catturare il forte. Per decenni, le reclute dell’esercito israeliano sono venute qui per la cerimonia di giuramento dopo il loro addestramento.
Si può discutere sulla costruzione di simboli identitari, che segnano un passato comune, o che spesso lo costruiscono artificialmente. E si può accusare questa celebrazione di retorica. La sostanza non cambia. La continuità ebraica esiste, ed è documentata da una storia specifica, singolare.
Il fiume carsico, che dagli ultimi sussulti d’indipendenza, nel II secolo, porta dritto al 1948, scorre nascosto, ma non per questo meno eloquente. Dopo il 135 dell’era volgare, al tempo della nuova e nuovamente fallita rivolta antiromana di Bar Kokva, il giudaismo ha abbandonato l’opzione politica. Non per scelta, ma semplicemente perché questa non era più possibile. Non si poteva vincere contro i Romani, non contro i Bizantini. Non era possibile opporsi alla Persia né al potere militare musulmano, che nelle sue varie forme, e con la breve interruzione crociata, è durato qui dal VII al XX secolo. È un abbandono che riflette i rapporti sul terreno, la capacità di mobilitare risorse, l’organizzazione militare. Non basta amare un Paese o ritenersi in diritto di autodeterminarsi. Bisogna potere, e gli ebrei, nella terra che ancora abitavano nel I e II secolo, semplicemente non hanno più potuto.
È per questo che il 1948 segna una ripresa almeno quanto un nuovo inizio. Segna la ripresa del potere di autodeterminazione politica. Il progetto di una nuova nazione, le mutate condizioni internazionali, il post-colonialismo sono modi diversi per esprimere questo passaggio, dopo quasi due millenni di latenza. Abbiamo parlato di fiume carsico. Cosa significa questa lunghissimo tragitto invisibile della polis ebraica? Ci sono vari modi per difendere un’identità collettiva. Lo si può fare in presenza o in assenza. Una comunità può continuare ad abitare in uno stesso luogo, governarsi da sola, poi venir sottomessa, difendersi da chi la minaccia oppure aprirsi, trasformarsi, assimilarsi. Il luogo è restato il medesimo, la comunità si è trasformata, talvolta è diventata irriconoscibile. Ha cambiato fede religiosa, lingua, costumi, opinioni. Talvolta i resti del passato sono evidenti talaltra paiono trascurabili. Se prendiamo una durata di due millenni, la continuità in presenza, negli stessi luoghi e in un paesaggio di fondo che non cambia, non significa necessariamente che la polis originale sia durata né che la primitiva identità sia intatta.
L’ebraismo, proprio per il suo lunghissimo non-potere politico, ha dovuto scegliere il metodo in assenza. È la storia della diaspora, in cui la determinante geografica è instabile, provvisoria, mutevole. Il luogo, la cornice svaniscono, si trasformano, di generazione in generazione, o più volte nella stessa vita. In queste condizioni, l’identità si lega ad altri ormeggi. Le ancore ebraiche sono state, per lunghissimo tempo, l’osservanza dei precetti, la lingua, lo studio, la memoria della tradizione. Essere diversi, magari indicati a dito, cacciati, discriminati, ecco un altro confine, patito, sì, ma pur sempre tangibilissimo. I confini in assenza sono fisici ma anche mentali, o simbolici. La Terra d’Israele è stata ed è tuttora, anche per chi non vi abiti, una di queste frontiere assenti-presenti. Mai riavuta, poiché riaverla era impossibile. Sempre desiderata, poiché desiderarla era indispensabile.
Chi pensa che lo Stato d’Israele sia un’invenzione moderna, ultimo arrivato tra i nazionalismi del tardo Ottocento e del primo Novecento ha allo stesso tempo ragione e torto. Ha ragione, poiché il sionismo ha precise radici storiche e culturali. Ma ha anche torto, giacché un’identità in assenza permette di proiettare nella dimensione temporale ciò che le identità in presenza sperimentano nello spazio. La diaspora ebraica ha abitato Israele nel tempo, proprio perché non poteva farlo nello spazio. Non che non ne avesse la volontà, non ne aveva il potere. Quando ha potuto riavere il luogo di questa dimora, ha ricominciato ad abitarlo spazialmente. E a far funzionare di nuovo la polis come entità non più solo mentale e rituale, ma dotata dei suoi attributi di città-stato. Il titolo originale del romanzo-manifesto di Theodor Herzl, uscito nel 1902, è Altneuland. In italiano sarebbe “Vecchia terra nuova”, o qualcosa del genere. Ma in realtà è intraducibile, poiché la nostra lingua non ha l’efficacia espressiva dei composti tedeschi. Il Paese è un tempo vecchio e nuovo. Vecchio nello spazio, nuovo nel tempo. Oppure nuovo nello spazio e vecchio nel tempo. Ciascuno può scegliere quale significato dargli, dal 14 maggio di settant’anni fa.

Il Disobbediente Franzoso

Essere liberali significa prima di tutto avere l’etica del rispetto della libertà e dell’iniziativa individuale, che permette di creare ricchezza morale culturale e materiale.

Questa è una prospettiva creativa, dinamica.

Al contrario certuni, tipicamente in un contesto burocratico ed opaco, operano in piena “libertà” appropriandosi dei beni altrui a proprio vantaggio e confidano nell’illiberale acquiescenza abitudinaria di chi li circonda.

Si tratta di una prospettiva estrattiva, dove tutto ciò che esiste intorno serve a procurarsi qualcosa ed il proprio contributo sociale è quello di una sanguisuga; purtroppo in Italia è un atteggiamento diffuso.

A questo secondo atteggiamento ha reagito con grande lucidità e coerenza ANDREA FRANZOSO, che racconta nel suo libro IL DISOBBEDIENTE  come abbia denunciato e fatto allontanare il Presidente delle Ferrovie Nord per l’utilizzo di ca. mezzo milione di Euro a favore suo e dei suoi familiari…

… denuncia pagata da Franzoso con il sostanziale allontanamento dall’azienda.

Siamo tutti con Andrea. Non con Franzoso, ma con Andrea, perché ci piace chiamare per nome le persone che sentiamo vicine.

Ora attendiamo l’approvazione della legge sul whistle-blowing.

PS Mentre attendete il libro che avrete sicuramente ordinato, seguite questa intervista ad Otto e Mezzo che parla anche della devastante presenza della n’drangheta a cui gli estrattori non fanno sicuramente paura, ma per la quale gli Andrea sono mortali.

Alberto Negri e la Catalunya: Kurdistan

L’illuminante articolo di uno dei veri intellettuali (pochi a dir la veri… ) che ci parlano dai quotidiani italiani.
La secessione senza piano B porta al disastro economico!
Statalisti e secessionisti, dalla Catalogna al Kurdistan iracheno, turco, siriano, non hanno un piano B per uscire dal vicolo cieco in cui si sono cacciati. Scivolano verso la balcanizzazione dell’Unione europea e del Medio Oriente, per altro in atto da decenni, senza riuscire a fermare la corsa delle locomotive che hanno avviato mentre sta fallendo nel sangue e nella distruzione il tentativo di Stato Islamico di jihadisti.
Ci sono dei tratti in comune tra questi fenomeni, uno è quello di volere ignorare le interconnessioni tra le economie e il reale benessere dei cittadini.
Se è vero che Massud Barzani non ha nessun reale appoggio internazionale dopo il voto del referendum sull’indipendenza, lo stato iracheno e il governo sciita hanno mancato clamorosamente in una maggiore redistribuzione della ricchezza petrolifera e del potere politico non solo nei confronti dei curdi ma anche dei sunniti, la minoranza che ha perso il potere dopo la caduta di Saddam nel 2003 ma che continuerà a costituire un problema anche dopo la fine dell’entità territoriale dell’Isis .
La Turchia di Erdogan ha fallito il suo compito di modernizzare lo stato: il presidente turco ha sostituito il kemalismo con l’islam ma non ha fatto nulla per decentrare l’amministrazione statale ereditata dai generali, i veri custodi della repubblica laica e secolarista fondata nel 1923. Anzi con l’ultimo referendum ha concentrato il potere nelle sue mani. Quando si è aperta la prospettiva di un negoziato con i curdi, Erdogan nel 2015 ha fatto saltare il tavolo delle trattative con il capo del Pkk Abdullah Ocalan, nonostante che il suo fedelissimo Hakan Fidan avesse raggiunto un’intesa.
Il governo centrale di Madrid ha avuto diverse occasioni per smussare le tendenze secessioniste che in Catalogna ancora qualche hanno fa erano minoritarie. Al referendum del 2014 andò a votate meno del 40% della popolazione. Ma ogni concessione sull’autonomia finanziaria per questo governo risultava irricevibile, come fosse una mantra intoccabile riscuotere le tasse e dare come contropartita anche dei servizi su base locale.
Gli indipendentisti, che siano catalani o curdi, a loro volta fanno un calcolo sbagliato: sovrastimano la loro capacità di aggirare l’integrazione economica che sta alla base dello sviluppo economico contemporaneo. Gli inglesi si accorgono adesso con la Brexit che hanno perso una leva di condizionamento sul loro più importante mercato: «Riprendiamo il controllo» era lo slogan, riecheggiato poi anche dal sovranista Trump. I modesti risultati sono sotto gli occhi di tutti.
I curdi di Massud Barzani, leader di stampo feudale, vanno diritti verso la rovina economica, non ci vuole uno stratega per constatare che lo stato curdo separato da Baghdad è un’enclave senza via di uscita perché dipende nei trasporti terrestri e per l’esportazione delle sue risorse energetiche dalla Turchia, dall’Iran e da Baghdad, a meno che non negozi un passaggio e un porto franco dogana con il governo di Bashar Assad (cosa che vale anche per i curdi siriani del Rojava)
L’indipendenza curda è possibile ma deve essere accompagnata da buoni rapporti con almeno qualcuno dei suoi vicini altrimenti è un’utopia soffocante e senza sbocco. La verità è che Barzani, in gravi difficoltà interne, sia politiche che economiche, ha puntato sull’indipendenza a ogni costo per restare in sella. Non tutti i curdi lo seguiranno.
Il risultato delle sue mosse dissennate è stato che l’esercito di Baghdad, quasi senza sparare un colpo, ha occupato Kirkuk e i pozzi: così Barzani ha perso circa il 40% del petrolio di cui disponeva.
I catalani se dichiarano l’indipendenza resteranno isolati o nella mani del governo centrale che li sta commissariando. Un sovranità formale ma fuori dall’Unione europea può diventare una perdita ancora maggiore di autonomia e indipendenza. Il loro piano B, in alternativa a un negoziato che per altro Madrid si ostina a non volere concedere, è quello in stile kosovaro: dichiarare l’indipendenza e poi vedere nel corso del tempo chi la vuole riconoscere. È un modello accettabile? Forse ma il Kosovo è diventato indipendente dopo un decennio di guerre balcaniche, l’intervento internazionale della Nato nel 1999 e migliaia di morti. Non è un precedente confortante. Come non lo è per il governo di Madrid immaginare di avere nei prossimi anni una Catalogna inferocita e destabilizzata.
Jalal Talabani, morto il 3 ottobre, ex presidente iracheno, strenuo combattente curdo sin dall’adolescenza, qualche anno fa di fronte alle prospettive di un’indipendenza del Kurdistan fu molto chiaro: «Non è più tempo di piccole patrie ma di grandi unioni». E forse anche di utopie suicide.

La Scuola

Ricordate (sicuramente, è una domanda retorica) la proposta di Liberiamo sulla Scuola?

Sta qui:

https://liberiamo.org/scuola/

Detto questo leggete cosa dice nella sostanza il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria.

“E qui gli interventi suggeriti: tagliare in maniera permanente il cuneo che grava sui datori (per aumentare la buona occupazione); incentivare i docenti con bonus monetari o promozioni di carriera (per migliorare la qualità dell’insegnamento nei territori); valorizzare l’istruzione tecnica, compresa quella superiore (che crea posti di lavoro); rilanciare politiche attive e misure di conciliazione vita-lavoro (per aiutare disoccupati e famiglie). La sfida, insomma, è abbattere quel muro che ancora divide formazione e mondo del lavoro. Lo hanno già fatto altri paesi ( Germania e Nord Europa, in testa) e i risultati (positivi) sono arrivati quasi subito. ”

Potremmo inorgoglirci, accusarlo di scopiazzare ecc. ma siamo realisti. E sperare che le TIMIDE riforme italiche possano proseguire meglio di come sono iniziate, anche se la cialtroneria di chi le ha depotenziate si è allontanata e quindi c’è una luce là davanti.